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Intervistiamo Andrea Cigni, regista e docente di discipline teatrali, nelle vesti di Direttore Artistico di Orizzonti. Parole di consapevolezza ed esperienza che lasciano ben sperare per il futuro del festival chiusino.

Leggi il nostro reportage da Chiusi: Orizzonti14

Si è molto parlato di questa edizione del festival Orizzonti come Anno zero di un nuovo corso. Qual è il suo bilancio di quanto fatto e quali sono le sue aspettative per il futuro?
Andrea Cigni
: In effetti non sapevamo quanto Orizzonti14 avrebbe fatto parlare di sé. È stata una sorta di prima edizione, non tanto del nome o del contenitore, ma della tipologia di manifestazione. Un festival che ha avuto la caratteristica che questa ‘etichetta’ richiede: residenze per il 95% delle produzioni, laboratori, prime assolute in un contesto di ‘officina teatrale’ di qualità. Il bilancio è sicuramente positivo, ma non per la mia esperienza semplicemente, piuttosto per la risposta che è arrivata dagli operatori, dal pubblico, dalla città stessa, dalla critica e dall’attenzione dei media. Il futuro è una parola seria e aleatoria in questo periodo, specialmente quando si parla di programmazione teatrale. Futuro presuppone lungimiranza, investimenti, programmazione di qualità. L’aspettativa è di mantenere alto il livello dell’offerta che è girata intorno al Festival, confermare e fidelizzare il pubblico ed ampliare l’offerta artistica, collegandola a quella turistica, culturale, museale e, perché no, commerciale, facendo di Chiusi la città del Teatro e uno dei punti di riferimento della scena teatrale italiana: dalla nostra ci sono l’entusiasmo, una grande energia da parte di tutti coloro che lavorano al progetto, la trasparenza e la serietà.

Nonostante l’immenso patrimonio artistico, l’Italia non brilla per una politica culturale particolarmente lungimirante. Più che la mancanza, il problema principale sembra l’incoerenza e il ritardo con cui i finanziamenti vengono erogati, fatto che spesso stronca sul nascere le manifestazioni artistiche, impedendone una adeguata pianificazione e programmazione. Qual è stata e quale sarà, in tal senso, l’esperienza di Orizzonti, anche in vista della prossima edizione? Come collaborano le istituzioni pubbliche?
AC
: Orizzonti Festival, uno dei più ricchi e articolati nella scena teatrale italiana, vive con poche risorse, soprattutto rispetto a molte altre realtà teatrali italiane e festival (anche non troppo distanti da noi). Risorse che provengono fondamentalmente dal Comune della Città di Chiusi, soggetto fondatore del Festival e dai privati del territorio, che hanno creduto in un progetto la cui vita è possibilmente la vita della città stessa. E stop. In Italia, mancando una legge quadro seria di finanziamento del sistema relativo allo spettacolo dal vivo, si procede con finanziamenti a pioggia (e decreti vari) spesso privi di verifiche e controlli di qualità: molte realtà interessanti e vitali non ricevono alcun finanziamento o solo piccole briciole, molti carrozzoni obsoleti e in deficit perenne ed ingiustificato continuano a ricevere per inerzia dei fondi che continueranno ad essere gestiti male e senza un vero progetto di rilancio e riqualificazione (ristrutturazione), rappresentando delle gocce nel mare. Una politica corretta e organica di finanziamento pubblico alla cultura deve poter ogni anno rivedere parametri, soggetti, persone alla guida delle istituzioni richiedenti sussidi, programmi e risultati. Occorre trasparenza su quanto viene concesso e sul come viene utilizzato: quanto viene destinato alla gestione della struttura stessa (personale in testa) e quanto viene destinato alla parte artistica e tecnica. Ci sono decreti che cercano di far chiarezza su questi aspetti, ma per loro natura ‘non organica e spesso non vincolante’, finiscono per rimanere solo una buona dichiarazione di intenti.
Per programmare con correttezza occorre tempo, occorre un progetto che guardi lontano (almeno nel triennio, come periodo minimo) e occorre poter fare affidamento su una base economica che la collettività stessa, attraverso lo Stato, garantisce. Ma non può essere l’unica fonte. Una politica vera di defiscalizzazione per tutti (anche per Festival come il nostro), tanto desiderata e solo in parte attuata con gli interventi legislativi dell’attuale Ministro e del relativo ultimo Decreto Franceschini (e di piccole azioni già esistente in precedenti decreti), sono alla base del finanziamento e della partecipazione dei privati. Inoltre è opportuno fare rete e sistema tra enti e istituzioni per coprodurre, far circuitare e dividere le spese ed i costi di ogni nuova produzione e di gestione. Occorre anche un ricambio generazionale che tenga conto di professionalità, competenza e preparazione.
Orizzonti cercherà ancora il finanziamento che proviene dai privati, facendo leva sulla qualità della manifestazione e sull’importanza per un’azienda che opera nel territorio di riferimento di ‘esserci’ come protagonista della vita culturale della città. Continuerà nella gestione oculata delle risorse pubbliche provenienti dal Comune e, avendo raggiunto la ‘maturità’ per accedere a finanziamenti regionali e statali seguirà la strada delle domande di finanziamento pubblico, facendo leva sulla qualità artistica dell’offerta presentata, sulla trasparenza e sulla visibilità della manifestazione stessa.
Mi auguro che a livello regionale, provinciale e statale, ci si renda conto che Orizzonti rappresenta una delle realtà più attive e prolifiche nel panorama della scena teatrale italiana e forse una delle più importanti del territorio di ‘residenza’ (tutto ciò nell’arco di 1 anno di vita) e si persegua l’obiettivo di concedere un sussidio che consenta di incrementare ancora di più l’offerta artistica del Festival stesso.

Un festival legato al territorio, ma con lo sguardo volto all’esterno. Tra le sue idee, affatto scontata, c’è stata quella di rendere quanto più possibile vivo il tessuto urbano della città, per esempio limitando gli spettacoli in teatro a favore di piazze, chiostri e luoghi aperti. Accanto ad alcuni allestimenti (dalle visitAzioni di Panaro a Enter Lady Macbeth della compagna Bucci e, in misura relativa, dai Sacchi di Sabbia a Fortebraccio), ad altri è sembrato mancare l’effettivo utilizzo delle straordinare scenografie che Chiusi offre in maniera naturale. Come ritiene si possa rilanciare con maggiore decisione questo aspetto?
AC
: Mi fa piacere che abbia apprezzato la ‘dislocazione’ degli spettacoli rispetto a luoghi tradizionalmente deputati, quali il Teatro e che abbia trovato la città ’scenograficamente’ straordinaria (vuol dire che il Festival ha in un certo qual modo favorito le visite nella città stessa). In dieci giorni di festival in effetti non è possibile ‘toccare’ tutti i meravigliosi luoghi che la cittadina di Chiusi offre, ma direi che ne abbiamo coinvolti molti, se non la maggior parte, del tessuto urbano ‘storico’ e non solo, un breve elenco: Piazza Duomo, Piazza XX Settembre, Piazza Vittorio Veneto, Chiostro di San Francesco, Museo Civico della Città Sotterranea, Lago di Chiusi, Museo Nazionale Etrusco, Casa della Cultura, Giardini del Duomo, Tensostruttura e ovviamente Teatro Mascagni. Pensare di utilizzare luoghi non tradizionalmente deputati alla rappresentazione di spettacoli teatrali impone la valutazione di tutti gli aspetti logistici e pratici (dai permessi, alla sicurezza delle persone, agli impianti), non solo estetici. Con maggiori risorse e con il tempo e la valutazione dei rischi e delle opportunità più corrette, una volta che avremo ben compreso il funzionamento della nuova ‘macchina’, verificheremo la fattibilità di spettacoli in luoghi nuovi altrettanto scenografici ai moltissimi già coinvolti (direi il 90% della città al momento).

Un festival dove le prime nazionali l’hanno fatta da padrone. Una scelta coraggiosa, che ha visto la grande disponibilità degli artisti nello sposare il suo progetto. Se ha pagato certamente in termini di suspense e aspettativa, quindi di partecipazione del pubblico, meno nel caso della riuscita di alcuni allestimenti, come l’acerbo ma generoso Grimm’s Anatomy della Compagna di Chiusi e l’ambizioso oltre misura Jackie e le altre di Teatri di Vita. Pensa di riproporre una formula simile il prossimo anno?
AD
: La riuscita o meno di alcuni spettacoli o prodotti che il festival offre non sono verificabili nell’immediato e non possono essere ‘bollati’ troppo semplicemente con un ‘bello’ o un ‘brutto’. Bisogna vedere cosa c’è dietro e quale sarà il punto di arrivo nel lungo periodo. L’importante è scegliere, decidere e partire. Credere in un progetto e farlo crescere. Così come il gran numero di spettatori presenti ad alcuni spettacoli non sono necessariamente sinonimo di ‘bellezza’ o meno di un allestimento. Le cose vanno studiate, capite, verificate in un periodo più lungo. I progetti sono tali perché presuppongono la costante verifica delle componenti che li caratterizzano e li compongono. Componenti che meritano di essere attentamente studiate, verificate, corrette, modificate, cancellate o integrate. Penso che ogni artista e ogni esperienza abbia in sé qualcosa di buono e qualcosa di negativo. È il bello dello spettacolo dal vivo del resto. Mantenere l’originalità dei lavori presenti al festival è una caratteristica fondamentale per caratterizzare Orizzonti quale ‘luogo di partenza’ di esperienze teatrali. Ha usato un buon termine: generoso. Questo festival è stato generoso e spero lo sarà anche nel futuro: vorrei mantenerlo ‘generoso’ anche nei prossimi anni.

L’ospitalità ha sfoggiato uno standard di qualità elevata, di livello più europeo che italiano. Una accoglienza garantita e ben studiata da uno staff giovane, competente ed estremamente social. È prevista una continuità che possa valorizzare la bella esperienza maturata “sul campo”?
AC
: L’ospitalità che lo staff del Festival ha riservato ad ogni operatore, artista ed ospite è il biglietto da visita che si riceve quando si arriva e si vive il festival stesso. Ma deve essere la norma, la regola e non l’eccezione. Mantenerlo, migliorarlo e far sì che ogni persona (spettatore, attore, cantante, musicista, tecnico) si senta a casa e viva al meglio il ‘proprio’ festival è parte del nostro progetto. Così sarà in futuro. Ho pensato che è quello che vorrei vivere e trovare ogni volta che vado in un nuovo Teatro per un mio lavoro e una mia creazione. E così siamo andati avanti.

A proposito di Europa, la prossima edizione sarà dedicata al Mediterraneo. È dunque da non escludere una finestra su di esperienze artistiche europee e internazionali, magari non in lingua italiana?
AC
: Il programma è in lavorazione. Tutto dipenderà dalle risorse in campo, dalla disponibilità di artisti e da molti fattori che in questo periodo di incertezza culturale riusciremo a far quadrare. Già in questa edizione abbiamo avuto un’opera del secolo scorso in tedesco (Pierrot Lunaire), vediamo cosa sarà il prossimo programma.

È previsto un bando simile a quello che ha portato al dittico Pierrot Lunaire – Gianni Schicchi, rivolto alle giovani compagnie?
AC
: Assolutamente sì. Il coinvolgimento di giovani e dar loro la possibilità di esprimere la loro arte è uno dei doveri che i Teatri italiani devono proporsi. La nascita e lo sviluppo di una nuova generazione di artisti, insieme a una nuova e rinnovata generazione di dirigenti, di operatori, di pubblici.

Tre parole per anticipare il prossimo Orizzonti Festival d’Arte ai nostri lettori?
AC
: Tre sole? Facciamo quattro, tra tutte quelle che mi vengono a mente, poi scelga lei: Generoso, Interculturale, Coinvolgente, Innovativo. Chiudiamo con il nostro motto: Enjoy your Festival! – che son tre parole pure queste.

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