Ritratti d’autore

Andrea Liberovici, fresco vincitore del Premio delle Maschere del Teatro come migliore autore di musiche per il Macbeth Remix (prodotto dal teatro Stabile di Genova), il prossimo 17 settembre debutterà alla Philarmonie di Parigi con il suo Faust’s Box, opera da camera con protagonisti Helga Davis (già protagonista di Einstein on the beach di Bob Wilson) e con l’Ars Nova Ensamble Instrumental diretto da Philippe Nahon, per poi andare in scena anche in Italia al Teatro Duse di Genova dal 30 novembre al 4 dicembre.

Faust’s Box si presenta come un’opera altamente complessa: è un’opera teatrale, una performance di arte contemporanea, un musical o qualcosa assolutamente di nuovo e unico?
Andrea Liberovici: «È sicuramente un’opera che ha una sua complessità di costruzione. Molto spesso le cose semplici nascondono un percorso complesso. L’obiettivo (visto il feed-back straordinario del pubblico nelle fase precedenti) è stato raggiunto: parlare di temi complessi nel modo più semplice possibile.
Credo che nel corso degli ultimi anni ci sia stata una mutazione antropologica nel nostro percepire e comunicare. Siamo sempre più animali audiovisivi: riusciamo a vedere e ad ascoltare contemporaneamente, siamo sempre più ‘multitasking’. Per arrivare quindi a cercare di raccontare ci servono varie strategie: quella che mi pongo come mia ricerca è quella di parlare attraverso l’utilizzo critico – e sempre con al centro l’attore – una scrittura complessa, tutta centrata a veicolare un concetto».

Di Faust’s Box, definito un “viaggio transdisciplinare”, quali sono le tappe che verranno percorse?
AL: «C’è una distinzione netta tra multimediale e transdisciplinare. Il primo si riferisce a quegli effetti che possono stupire o aiutare la drammaturgia e che in teatro sono sempre esistiti (basti pensar che la prima tecnologia usata è stata la maschera). Il transdisciplinare è invece la possibilità per lo spettacolo di usare sino in fondo la scrittura scenica. Faccio l’esempio del mio ‘Macbeth’ spoletino e genovese: il servitore dice alla regina che il re sta arrivando. Per comunicare l’arrivo del re ho utilizzato dei passi concitati attorno al pubblico. Viviamo nella ‘generazione tweet’ per cui i concetti devono essere concentrati in pochi caratteri. Proviamo ad immaginare cosa farebbe ora Shakespeare per veicolare un concetto… La drammaturgia è cambiata nei secoli e tuttora cambia insieme alla scrittura. Ora possiamo aumentare le possibilità, osare maggiormente. Al centro però rimane sempre l’essere umano. Per questo ho voluto raccontare Faust attraverso la tecnologia»..

Faust percorre in 13 momenti essenziali la sua esistenza a contatto con la modernità. Come viene vissuto drammaturgicamente questo tempo?
AL: «Goethe ha definito le scene del suo Faust come un elenco di “ballate popolari“ chiuse in se stesse e proprio per la mancanza di una struttura narrativa classica, lineare, è molto complicato metterlo in scena. Grazie a questa suggestione ho immaginato una struttura, per questo viaggio, suddivisa in 13 scene/movimenti musicali.
Oggi le ballate popolari sono dei songs, delle canzoni popolari, un grande strumento di seduzione. Se Goethe scriveva cose per indagare costantemente, le canzoni popolari, con le eccezioni del caso, vogliono invece vendere, non approfondire, sono un strumento di potere, costruiscono un immaginario preciso e lavorano su questo per consolidarlo. Se questo è il tempo e il ritmo in cui viviamo, come raccontare la complessità? Siamo quindi di fronte – e questo è assai stimolante ma anche assai faticoso – a una mutazione della nostra lingua. Tutte le crisi, ognuna con i suoi maestri, di ogni singola disciplina artistica hanno portato a varie scuole di pensiero: o ricostruire il bel tempo passato o rinchiudersi in nicchie autoreferenziali. La vera bomba linguistica del ‘900 non ha ancora invece prodotto la consapevolezza che tutte queste forme linguistiche possono contribuire tra di loro. Ecco questo è il transdisciplinare. È faticoso farlo e farlo comprendere ma è la sfida del nostro tempo. Siamo in un’apparente stallo che porterà a questo, al compositore transdisciplinare. E il teatro è una straordinaria officina delle arti in cui poterlo permettere».

Perché vedere Faust’s Box? Cosa si aspetta dal pubblico francese e da quello italiano? Pensa che ci saranno reazioni tanto distanti?
AL: «È probabile che ci possano essere reazioni distanti. Ho utilizzato l’inglese sovratitolato, un inglese piuttosto semplificato perché usa schemi pop. Il grande risultato è quello di riuscire a scalfire una quantità di informazioni in cui siamo inzuppati per arrivare a un livello più profondo e a parlare dell’essere umano. Sinora, nelle vari fase precedenti, il feed-back è stato strepitoso anche per il cast eccezionale: Helga Davis è una belva da palcoscenico, i musicisti straordinari. Ci abbiamo impiegato molti anni ad arrivare a questa sintesi. E anche per questo ci tengo a ringraziare il Teatro Stabile di Genova: è un segnale interessante per un teatro pubblico quello di mettersi in gioco con un lavoro come il nostro».

Faust’s Box in un tweet
AL: «Una volta che hai scoperto che Mefistofele è la tua paura, utilizzalo per i pericoli ma non fargli prendere il potere sulla tua gioia!».

Faust’s Box
A transdisciplinary journey
musica, testo e regia Andrea Liberovici
voce Helga Davis
direzione Philippe Nahon
con Ars Nova ensemble instrumental (7 musicisti)
narratore nell’Ombra (registrato) Bob Wilson
ghost writer (registrato) Ennio Ranabaldo
ombre in video Controluce Teatro d’Ombre
produzione Ars Nova ensemble instrumental
coproduzione Teatro del Suono / TAP Théậtre Auditorium de Poiters / Teatro Stabile di Genova

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