L’arduo compito di un classico contemporaneo

Dal 9 dicembre al 17 gennaio, al Teatro Vascello in scena l’ultima fatica della coppia Rezza/Mastrella, tra conferme trionfanti e interrogativi sul destino dell’arte.

È particolarmente arduo il compito di un artista contemporaneo che ha assunto l’aura sacrale di classico mentre è ancora nel fior fiore della sua attività creativa e performativa. Lo è perché ai vivi raramente si addice la magnificenza della classicità e l’autorità del grande genio (pur se riconosciuto come “maestro”) e perché ogni novità è portata in scena stretta tra Scilla e Cariddi, ovvero tra il rischio della ripetitività e della stereotipizzazione, e lo smarrimento di uno stile e un profilo artistico proprio. Ma arduo, perché, soprattutto nell’ambito di quel contemporaneo che da tempo ha dichiarato guerra agli schemi, alla rigidità categoriali della tradizione, molti dei maggiori protagonisti non possono venire separati e scissi dalla propria stessa performance. In altri termini, se diventare un classico significa lasciare ai posteri dei testi che si prestano a nuove interpretazioni contribuendo alla loro immortalità, molte opere contemporanee, identificandosi con l’atto scenico hic et nunc dell’autore in prima persona, potrebbero/dovrebbero morire con l’autore stesso.

Tutto questo è particolarmente vero per un artista-attore-performer (ma anche scrittore) come Antonio Rezza, ma anche per Flavia Mastrella, scultrice, regista e scenografa che ha stabilito con l’istrionico Rezza un connubio artistico duraturo ed efficace, anche sentimentale, spirituale ed esistenziale, dimensione che nei loro spettacoli emerge praticamente sempre e con forza. Assistendo all’indiscutibile successo di pubblico di Anelante, fino al 17 gennaio al Teatro Vascello (la casa della più recente produzione teatrale della premiata coppia), i quesiti sul destino dell’opera rezziana e sul suo ruolo nell’orizzonte delle arti sceniche degli ultimi decenni diventano decisivi.

Rezza ha ormai stabilito e consolidato un rapporto col pubblico che in pochissimi possono vantare. Anelante fa indubbiamente ridere, la prestazione fisico-corporea dell’autore, così come degli altri interpreti, è impressionante e rivela come sempre uno studio e una preparazione fuori dall’ordinario: è tagliente e sarcastico il modo attraverso cui Rezza amalgama sketch comiche con riflessioni sottili sulla psicoanalisi, sulla morte, sul linguaggio, sul consumismo, e, continuando a far ridere, apre baratri sui quali lo spettatore resta affacciato non appena esaurita la risata.

Che sia lo stretto rapporto con il proprio pubblico a costituire la gabbia? Che sia quel come sempre a porre una condanna?

La gabbia di una formula stantìa più che collaudata, persino inflazionata, tanto che sembra che la condanna di Rezza sia propria la sua dimensione comica: come se la gente accorresse ai suoi spettacoli per la stessa ragione per cui andrebbe a vedre Zelig o un cinepanettone, ovvero l’ilarità, ovviamente sentendosi tutelata da quello scudo dell’intellettualismo borghese che porta (gli spettatori di Rezza) a ritenersi, più o meno inconsciamente, superiori alla massa considerata ignorante e cafona. Il pubblico vuole ridere, Rezza in questo è un maestro. Mantenere un’autorialità e quindi un piano di eccellenza artistica non è di certo impossibile, ma, in queste condizioni, diventa particolarmente difficile. Arduo, appunto.

Lo stesso potrebbe dirsi della costruzione della scena da parte di Mastrella, nonché del non-testo di Rezza stesso, che già nel venir definito tale verrebbe a sottolineare come sia impossibile che possa diventare un classico, perché con ogni evidenza non esiste se non nell’attimo della presenza, nell’istante della messa in scena specifica e determinata. Quelle di Rezza, più che opere teatrali, sono eventi con tutte le implicazioni (positive e negative) che ciò implica.

La notorietà e il riconoscimento internazionale di Rezza/Mastrella corrono paralleli alla difficoltà del loro compito in quanto artisti, non bisogna ingannarsi su questo: arrivati a tale livello, è forse il momento di spingersi oltre, di andare al di là (o al di qua) di se stessi. Sempre se si ha intenzione di diventare dei classici e fermo restando come sia legittimo non averne l’ambizione o intenzione.

Lo spettacolo continua:
Teatro Vascello
Via Giacinto Chiarini, 78 – Roma
Dal 9 dicembre 2015 al 17 gennaio 2016
ore 21

La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e Fondazione TPE – RezzaMastrella presentano
Anelante
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza, Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat Flavia Metsrella

2 Commenti

  1. Gentile Alessandro ti farei leggere il testo di Anelante per farti vedere quanto il tuo giudizio e’ approssimativo. Purtroppo non siamo un evento ma un momento che durerà oltre noi. Nasciamo già classici per privilegio estemporaneo. Troppo facile vincolarci a chi ci vede. E anche intellettualmente scorretto. Bisogna saper accettare la grandezza altrui con disincanto. Ciao Antonio

    • Antonio, il tuo teatro è vecchio e le riflessioni portate sul palco superate da decenni dagli autori comici di mezzo mondo. L’unica cosa che sorprende davvero di Anelante è di come non riesca a scandalizzare, a indurre domande, ma nemmeno a divertire, pur azzardandosi a trattare di temi controversi.
      I soli obiettivi raggiunti sono 1) rassicurare la platea del suo status di “avanguardia” intellettuale e 2) celebrare la grandezza pretesa di Rezza autore teatrale, in modo così sfacciato e infantile da risultare quasi tenero.
      Ciao

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