Zigzagare nella complessità

È un’espressione, questa, dello stesso Andrea Cosentino, che sintetizza felicemente la poetica di un artista fra i più estrosi e poliedrici dell’odierno panorama teatrale italiano, impegnato sul duplice versante della ricerca espressiva e di una satira sociale e civile, penetrante, mai urlata.

Per i primi tre minuti, Angelica può sembrare l’ennesima variazione (o imitazione) di un qualche modello consolidato di teatro di narrazione; ma presto ci si rende conto di trovarsi di fronte a una originale carica di fantasia ed intelligenza, di cultura, di umorismo. E la stessa esasperata velocità di parola e le reiterazioni, con le quali Andrea Cosentino si esprime inizialmente, si rivelano una strizzata d’occhio, fra l’affettuoso e l’ironico, agli stilemi di Ascanio Celestini – peraltro citato esplicitamente.
Una satira sempre a fior di labbra, mai cucita in bianco, che sortisce tuttavia risate a gola aperta, e spazia su una molteplicità di temi e di registri espressivi. Dopo Ascanio, è la volta di Dario Fo; quindi, dalla carrozzella da bimbo, spingendo la quale è entrato in scena, Cosentino cava un burattino con le fattezze del papa Giovanni Paolo II, e lo anima, facendogli leggere massime edificanti da fogli stretti nella mano tremante. Le storie si moltiplicano, una dentro l’altra, come scatole cinesi, in un gioco di teatro nel teatro, o addirittura di cinema nel teatro. E si moltiplicano anche i personaggi (ne ho contati una quindicina, sicuramente per difetto), ognuno con un suo registro gestuale e lessicale che, pur nella sua essenzialità, ne ritrae immediatamente il carattere, a tutto tondo: lo scenografo gay, la vecchina, il regista snob, l’attrice (appunto l’Angelica del titolo); lui, lei e l’amante nella telenovela. È un continuo entrare ed uscire dalla finzione, e nella finzione della finzione; senza che i vari piani narrativi abbiano mai a confondersi, neppure nei passaggi più vertiginosi, realizzati con una incredibile (e godibilissima) traduzione, nel puro linguaggio del teatro, delle tecniche del montaggio, del cambio di inquadratura, del campo e controcampo, tipiche del cinema.
E pur in questo turbinare di storie, in un caleidoscopico alternarsi di preteso realismo e finzione scenica dichiarata, Cosentino trova il modo di offrirci, quasi con noncuranza, in understatement, pillole di cultura, di estetica, di filosofia: da un ardito ma geniale parallelo di Pasolini fra la costruzione di un film e la morte, a una citazione dell’Ecclesiaste. E anche dietro i vari registri lessicali, ora sciatti, ora popolari, ora velleitariamente intellettualistici, si legge in controluce una satira bonaria ma puntuale dei tic, della cialtroneria, che caratterizzano il linguaggio – e l’identità – della società contemporanea.
Uno spettacolo che si direbbe il manifesto di un teatro a un tempo di parola, di gesto, di figura e di autore; il trionfo di una semplicità comunicativa che è consapevole, raffinata scelta stilistica, che si muove con leggerezza sugli impervi terreni della complessità.

Lumpatius Vagabundus

Lo spettacolo continua:
Teatro Litta – Sala La Cavallerizza
corso Magenta 24 – Milano
fino a domenica 1° aprile
orari: da martedì a sabato, ore 21.00 – domenica, ore 17.00 (lunedì riposo)

Angelica
di e con Andrea Cosentino
regia Andrea Virgilio Franceschi
collaborazione alla drammaturgia e alla messa in scena Valentina Giacchetti
produzione Litta – produzioni e Pierfrancesco Pisani
in collaborazione con infinito srl e Progetti Dadaumpa

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