Le responsabilità della scienza. Le responsabilità di una madre

Al Tieffe Teatro di Milano è in scena, fino al 27 gennaio, Anima errante: testo di Cavosi che, al filone civile-documentaristico, intreccia un afflato spirituale e mistico affatto retorico.

Scherza coi fanti e non toccare i santi. Un proverbio popolare direbbe così riguardo a temi che possono trattare, in maniera non ortodossa, figure centrali di una religione importante come quella cattolica. E leggendo la trama di Anima errante è facile e, al tempo stesso, rischioso accostarsi in maniera prevenuta, scettica, dal momento che a un’esigenza di teatro civile si mescola anche la profonda fede dell’autore che fa entrare in gioco la Vergine Maria.

Al tragico incidente dell’Icmesa che, nel 1976, disperse a Seveso (e dintorni) 18 kg di diossina, s’intreccia la storia di una donna del luogo, Sara, che pur di non abortire il figlio – per il quale sono alte le probabilità che nasca con gravi malformazioni – si affida alla Madonna e accetta di scambiare la propria vita col destino dell’Immacolata. In un’epoca come la nostra suscita scetticismo e perplessità una scelta del genere, ma la forza del testo sta nella resa umana della figura di Maria e nella rappresentazione di un’idea di fede scevra da retorica, fanatismo ed enfasi “melodrammatica”. Come ha detto la protagonista, Maddalena Crippa, in un’ intervista, questo è un testo che scuote anche i non credenti.

Uno spettacolo, quindi, di conflitti e di traumi dal quale lo spettatore esce esterrefatto, prima di tutto, per una qualità brechtiana del testo nel far riflettere su questioni politiche, scientifiche, civili, attraverso l’oggettivazione, lo straniamento – garantito da inserti audio e video del tempo, e da un coro minimale (con tanto di song) che interviene nei momenti salienti. Un testo che permette di confrontarsi con la facilità e velocità con la quale gran parte del Paese dimentica tragedie della nostra storia nazionale: una volta passato il bombardamento mediatico e le rapide quanto (spesso) inefficaci iniziative umanitarie, tutto svanisce, anche il ricordo. Il risultato è che non impariamo dai nostri errori ma, intanto, la natura prosegue il suo corso senza cancellare le ferite: dimostrazione ne sono recenti disastri, quali il terremoto di L’Aquila, la cosiddetta primavera araba, il naufragio del Giglio, la recentissima querelle sull’Ilva di Taranto. Per non citare un evento direttamente collegato allo spettacolo: di recente i giornali sono tornati a parlare di numerosi casi di tumore nell’area interessata dal disastro dell’Icmesa.

Concorso di colpa con questo oblio generale, la meschinità e la superbia di coloro che credono di poter infrangere i limiti della legge, i vincoli della natura, e di potere poi scaricarsi delle proprie responsabilità. Significativa, a proposito, la scena in cui il bravissimo Francesco Colella impersona l’impresario-Ponzio Pilato che si deresponsabilizza rispetto alle precauzioni che potevano essere prese, agli eccessi che si potevano evitare, alle negligenze che non andavano sottovalutate: poteva mai il proprietario della fabbrica essere all’oscuro del fatto che, nella sua azienda, si produceva – illegalmente e clandestinamente – diossina da vendere agli statunitensi, di domenica, quando gli operai erano a casa?

In questo contesto, di rabbia e impotenza generale, si staglia poi il conflitto tra Sara e il marito che affrontano in maniera diametralmente opposta il problema della gravidanza: Sara vuole vivere a pieno il dolore e andare avanti, portando con sé tutto il bagaglio umano della tragedia – figlio compreso. Suo marito, al contrario, è nell’ottica ristretta e limitante della rabbia accecante, della vendetta e della soluzione immediata – che implica l’aborto e la possibilità di rincominciare altrove. «Rincominciare è una brutta parola, significa cancellare», risponde Sara – che, da fervente cattolica, esige l’aiuto di Dio, esige il supporto della Madonna nel portare avanti questa gravidanza con tutto il calvario che ne deriverà.

Per esprimere a tutto tondo un personaggio come Sara erano necessarie la verità e la bravura di un’interprete come Maddalena Crippa: pur non essendo credente né madre, il dolore e il travaglio che porta in scena sono incredibilmente autentici. A rendere prezioso un testo così difficile – soprattutto nei passaggi più delicati, ossia quelli mistici o religiosi – la sobrietà della recitazione, che esprime il dolore interiore senza forzature, evitando la facile quanto rischiosa scelta di una gestualità enfatica, di una vocalità spinta, di un atteggiamento estatico e poco credibile. L’umanizzazione del culto e della figura della Madonna sono aspetti importanti che rendono più accessibile e universale il significato della sofferenza, tutta umana, che anche Maria – secondo la religione cattolica – ha sperimentato, in quanto madre privata brutalmente di un figlio – e non semplicemente anima beata tra cori e angeli asessuati. Non a caso Cavosi ha letto un testo iraniano su Maria, che gli ha fatto scoprire una concezione di questa figura molto diversa da quella classica occidentale.

La bravura dell’intero cast – attorale e tecnico – è rintracciabile, inoltre, nella versatilità dei registri, che regalano al pubblico momenti molto intensi di teatro danza e stacchi canori eseguiti in maniera professionale. A fare talvolta da contenitore, talaltra da spunto o da sfondo discreto, una scenografia estremamente intelligente curata da Carmelo Rifici: mai decorativa o invadente, è un insieme di strumenti e superfici che sanno mescolare la matericità con il simbolo – l’evocativo. Una scenografia che, con pochi e semplici accorgimenti, riesce a ricostruire ambienti molto diversi: dagli spazi concreti e razionali della fabbrica e del motel dove vivono i coniugi, alle atmosfere sacre della chiesa in cui cerca rifugio Sara, e ancora il Golgota o gli spazi indescrivibili e inimmaginabili nei quali viaggia l’anima errante della Vergine.

Applausi sentiti e lunghi. Ma dopo il rumore scrosciante della sala estasiata, rimane – in ogni spettatore – quel silenzio mistico che solo le esperienze profonde possono suscitare.

Lo spettacolo è andato in scena:
Tieffe Teatro Menotti
via Ciro Menotti, 11 – Milano
fino a domenica 27 gennaio
 
Anima Errante
di Roberto Cavosi
regia Carmelo Rifici
con Maddalena Crippa, Francesco Colella, Carlotta Viscovo, Raffaella Tagliabue e Stefania Medri
scene Daniele Spisa
costumi Margherita Baldoni
canti a cura di Emanuele De Checchi
luci Matteo Crespi

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