L’altra faccia del teatro contemporaneo

Instabili Vaganti. Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola portano avanti un percorso artistico atipico per l’Italia, producendo da anni spettacoli multilinguistici e pluridisciplinari, che affrontano tematiche scottanti e che portano in tournée internazionali, avvalendosi anche di artisti stranieri.

1) Quali sono le problematiche che deve affrontare chi produce teatro contemporaneo fuori dagli ex Stabili?

2) Quali dovrebbero essere i parametri e i principi di una Legge quadro sul finanziamento della produzione teatrale dal vivo che risponda alle esigenze delle Compagnie off?

A.D.D. e N.P.: «Nei nostri 12 anni di attività c’è un fil rouge che unisce le produzioni con le quali circuitiamo, i progetti internazionali che dirigiamo, l’attività sul territorio e le tournée mondiali: non siamo mai stati prodotti da un ex Stabile, o da un circuito o da una fondazione, come ERT – tanto per citare la maggiore sul nostro territorio. Una scelta? Non sapremmo dire, è andata semplicemente così. Avevamo l’urgenza di portare avanti una ricerca quotidiana, di sperimentare, di creare, di confrontarci con diversi linguaggi e culture, di prenderci un tempo lungo prima di sintetizzare i risultati di un percorso di ricerca in una performance, in uno spettacolo, in una forma condivisibile con lo spettatore. Non riuscivamo a essere condizionati dalle logiche, le cerchie sempre più strette, i rapporti di esclusività e “sudditanza” di un sistema produttivo nazionale nel quale non ci riconoscevamo, né ci riconosciamo oggi. Instabili vaganti, una costante, sempre lì, mai di moda, mai nell’oblio, sempre presenti benché vaganti, costanti benché instabili. Quella che all’inizio percepivamo come una “gavetta” anelando al punto di arrivo, è diventata la storia di una Compagnia, un viaggio infinito verso un punto di arrivo in movimento costante. Una strada difficile, la nostra, come quella di molte Compagnie indipendenti. Ma cosa vuol dire essere indipendenti in Italia? In Cina, nel principale Festival del Paese, eravamo nella sezione Indipendent Theatre, e siamo stati trattati molto meglio, a livello economico, delle Compagnie prodotte, anche quelle dei nostri teatri nazionali. In Romania, abbiamo vinto recentemente il premio della giuria al primo Festival di Teatro Indipendente di Costanza, in un Paese dove indipendente significa sperimentale sì, ma nel libero mercato culturale – per cui una Compagnia indipendente può decidere il costo dei propri biglietti invece di sottostare al prezzo standard e popolare imposto nei Teatri Statali. Difficilmente noi ci definiamo indipendenti, ma riconosciamo che ci siamo creati le condizioni per produrre indipendentemente dagli ex Stabili, arrivando a percepire dei finanziamenti pubblici e privati in qualità di impresa culturale. Strada tutta in salita e piena di buche, anzi voragini, che a volte ostacolano il lavoro artistico costringendoci a lavorare come organizzatori, amministratori, promotori, tecnici – di noi stessi. Non è facile svolgere il lavoro che, in un ex Stabile, è diviso su più dipendenti, in un piccolo nucleo di persone che investono la totalità del proprio tempo nel lavoro artistico e organizzativo, sviluppando una bilateralità di pensiero creativo e imprenditoriale allo stesso tempo. Dopo diverse produzioni e tournée su scala mondiale, lamentiamo di non avere mai avuto la possibilità di creare un lavoro in un “teatro”! Sembra assurdo, ma è così. E siamo anche fortunati poiché – chissà ancora per quanto – abbiamo uno spazio a Bologna, dove almeno possiamo svolgere quotidianamente la nostra ricerca e creare i primi materiali di lavoro. Ma per la luci, le scene, eccetera? Dobbiamo aspettare di ottenere una residenza. A questo punto la domanda è d’obbligo: quante sono le residenze “vere” in Italia, quelle che valutano dei progetti (come accade in Europa e nel resto del pianeta) anziché rinnovare la obsoleta e deleteria politica degli scambi dei nostri ex Stabili? Quante quelle nate solo per accaparrarsi quattro lire in più dall’Art. 44 con l’intesa Stato-Regioni? Queste difficoltà sono quelle che ci hanno portato a godere dei vantaggi della globalizzazione della cultura, a co-produrre in altri Paesi, a produrre sul nostro territorio con attori e artisti di altre nazionalità. Noi abbiamo trovato il nostro sentiero. Ma dove sta portando? E chi sono i nostri compagni di viaggio? A volte, colleghi e altre Compagnie off (parola che detestiamo) sembrano esuli, profughi in un viaggio della speranza su questo arduo cammino. Ma veniamo ora alla seconda domanda. Trasparenza. Questo, il primo parametro di una nuova Legge. Uguaglianza, il secondo. La nostra domanda ministeriale è stata dimenticata su una scrivania e non valutata in prima istanza nel 2015, quando tutto il teatro italiano era appeso al filo dei nuovi decreti FUS. Morale della favola, la delibera è uscita senza il nostro nome – né tra i progetti ammessi né tra quelli respinti. Né vivi, né morti, desaparecidos – forse come farebbe comodo a questo sistema di finanziamento del teatro italiano. Troppe Compagnie – come dice chi dirige i circuiti principali e i teatri nazionali. Avremmo potuto impugnare l’atto e bloccare la delibera. Ma noi facciamo teatro, non politica o giurisprudenza. Possiamo rispettare dei parametri e delle soglie inverosimili (numero di date e altri criteri quantitativi)? A cosa serve costringere a rispettare parametri che vanno ad alimentare un sistema di circuitazione a incasso che grava solo sui fondi pubblici, o la solita logica degli scambi? Per fortuna che le realtà del teatro contemporaneo si sanno consorziare, fanno rete, vanno a bussare alle porte del Ministero, si pongono come interlocutore. E poi? Finisce che i soliti rappresentanti della rete ottengono scorciatoie al Ministero per accedere o incrementare il proprio contributo. Purtroppo finché vige questa mentalità pare difficile andare a disegnare una Legge quadro insieme. Cosa che, al contrario, sarebbe fondamentale. Compagnie off, indipendenti, intraprendenti – come ce ne sono tante in Italia – a un livello qualitativo che tutta l’Europa ci invidia, continuano, malgrado questo alibi collettivo della crisi, a rimboccarsi le maniche, a studiare nuove strategie, perché per loro fare teatro è un’esigenza di vita, ed è su questo che, purtroppo, molte istituzioni fanno leva. Forse ci vorrebbero degli incontri, durante i quali le Compagnie possano esprimere le loro esigenze. Per quanto ci riguarda, l’attività all’estero è poco valutata, e noi abbiamo trovato maggiore appoggio al Ministero Affari Esteri, che nel Mibact – il quale non ha mai finanziato nemmeno mezza delle nostre innumerevoli tournée mondiali. Superata una prima fase di lamentele, e sfoghi terapeutici, crediamo che le Compagnie potrebbero passare a una fase più operativa – ma i funzionari “irraggiungibili” del Mibact dovrebbero essere davvero disponibili a porsi in ascolto. La situazione dello spettacolo dal vivo nel nostro Paese la conosciamo noi – Compagnie e operatori – non di certo loro, con i loro algoritmi magici. Se questo avverrà, noi saremmo i primi a renderci disponibili e a organizzare un incontro a Bologna».

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