Dal Cile sotto assedio

Santiago del Cile, 7 febbraio. La notizia più recente dal Paese sudamericano riporta l’incendio al Museo Violeta Parra causato, secondo i manifestanti, da una bomba lacrimogena lanciata dalla polizia militare impegnata a reprimere la rivolta (innescata del carovita e della corruzione dilagante e che prosegue, senza interruzioni, anche su altri fronti dal 14 ottobre 2019). In questo Paese Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola hanno portato in tournée Made in Ilva, lo spettacolo dedicato non solamente all’acciaieria tarantina e al suo indotto (il cui futuro appare sempre più incerto in attesa di un nuovo accordo tra le parti prima dell’udienza del 6 marzo prossimo), ma anche al senso di alienazione provato dagli operai in fabbrica e/o alla catena di montaggio, e al tema della sicurezza sul lavoro (che, dopo il recente incidente ferroviario a Casalpusterlengo, torna prepotentemente alla cronaca).

A Santiago del Cile sono tornati a cantare gli Inti Illimani. Quale atmosfera vi si respirava, a dicembre, quando vi siete recati in Sudamerica per lavoro?
Instabili Vaganti: «L’atmosfera che abbiamo respirato in Cile, durante la nostra permanenza di quasi un mese nel Paese, potremmo definirla pesante e orrenda ma, allo stesso tempo, inebriante e meravigliosa. Un insieme di contrasti emozionali fortissimi ha caratterizzato sia la nostra tournée che il nostro viaggio da sud a nord. Quando siamo arrivati in Cile, dove la prima tappa era Puerto Montt, città a sud e punto di partenza per raggiungere l’isola di Ciloè, dove si svolge il Festival FITICH, abbiamo subito cominciato a parlare con la gente: con un piccolo imprenditore culturale, che ha aperto un caffè dove vorrebbe organizzare eventi artistici ma che ora, con la rivolta sociale, non riesce ad avere clienti; con un insegnante che ci ha spiegato le problematiche della scuola pubblica cilena; con una rappresentante del popolo Mapuche, represso da anni e che solo ora sente di avere dalla propria parte tutti i cileni “in rivolta”. E poi con alcuni studenti di un liceo occupato, chiusi in una scuola presidiata da genitori, insegnanti, “adulti”, per il timore di essere attaccati dalla polizia, che ci hanno detto di non avere paura a scendere in piazza perché lo fanno per i propri diritti. In pochissimo tempo ci siamo potuti fare un quadro della situazione abbastanza controverso, completato da quello che vedevamo attorno a noi: i negozi, le banche, l’hotel dove abbiamo dormito, ogni locale era blindato da lastre di metallo (le stesse che usiamo in Made in Ilva) o da barre di legno, al fine di limitare i danni durante le manifestazioni. Le statue del lungomare erano tutte imbrattate di scritte e, soprattutto, con gli occhi dipinti di rosso, per ricordare i manifestanti accecati dalla polizia che spara proiettili di piombo ad altezza uomo. Questo è stato il nostro primo giorno in Cile. Tutto il periodo successivo è stato ugualmente intenso: le parole degli spettatori dopo il nostro spettacolo, così come quelle della direttrice del Festival ci hanno commosso. Tutti ci hanno ringraziati perché, attraverso una problematica tutta italiana, quella dell’Ilva di Taranto, siamo riusciti a parlare anche del Cile e di ciò che sta accadendo a livello globale».

Dopo la partecipazione al Festival FITICH, a Ciloè, vi siete recati nella capitale. Avete assistito alle proteste?
Instabili Vaganti: «Arrivati a Santiago, siamo voluti andare nella cosiddetta Zona 0, ossia quella in cui ogni giorno continuano le proteste e le lotte tra manifestanti e polizia. Questa parte della città sembra un campo di battaglia: i marciapiedi distrutti, tombini divelti, scritte e slogan ovunque, murales che sono ormai opere d’arte a cielo aperto, polvere di lacrimogeni che ti impedisce di respirare mentre cammini per strada, luoghi incendiati – come il cinema teatro Alameda, uno tra i centri culturali più attivi e amati della città. Eravamo a Santiago il giorno dopo la morte per asfissia di un giovane manifestante che, per sfuggire agli assalti delle forze dell’ordine, è caduto in un tombino, mentre la polizia continuava a lanciare acqua con gli idranti. Quel giorno c’erano alcune persone che portavano fiori su quella che, ormai, è una tomba. Dopo poche ore la lotta è ricominciata: la polizia ha sgombrato di nuovo tutti con i soliti mezzi speciali. Tornati in albergo – nel quartiere consigliatoci dai nostri amici per restare al sicuro – tutto era tranquillo, l’atmosfera quasi patinata, con cartelli che invitavano a non fare rumore… per non disturbare i vicini. Questo è il Cile al momento: forse il Paese dove i contrasti sociali, ormai presenti ovunque a livello globale, si manifestano nel modo più estremo. È molto difficile, anche a distanza di settimane, contenere le emozioni vissute a dicembre. Ci è davvero spiaciuto non rimanere più a lungo, così da continuare a lavorare con i ragazzi delle università e andare, anche noi, in Piazza Italia, che – da quando è cominciata la lotta sociale – è diventata Plaza de la Dignidad. Avremmo voluto condividere un sogno collettivo che, speriamo, il tempo non sgretoli».

Perché una Compagnia teatrale decide di esserci, di partecipare alle dinamiche sociali?
Instabili Vaganti: «Il nostro lavoro teatrale è cominciato da una pura ricerca “artistica”, in primo luogo su noi stessi, sui nostri sentimenti, le nostre emozioni ma anche sulla tecnica necessaria a esprimerci. I primi anni hanno coinciso con questa ricerca. Poi, pian piano, ci siamo aperti al mondo esterno, sia metaforicamente che fisicamente. Abbiamo cominciato a portare i nostri progetti in diversi Paesi e ad allargare la ricerca agli aspetti sociali e culturali che attraversavamo. Ci siamo calati nel contemporaneo, nel presente, nei processi politici che regolano le dinamiche sociali. Abbiamo cominciato a spingere il nostro teatro verso una dimensione politica e di critica sociale, a far sì che potesse essere anche uno strumento di espressione del nostro pensiero. Volevamo vedere con i nostri occhi cosa stava realmente accadendo in un Paese che ci accoglie ormai da diversi anni e in cui, a nostro avviso, ci sono i prodromi di ciò che potrà accadere e sta accadendo in altre parti del mondo. Il nostro progetto Megalopolis nasce proprio da alcune riflessioni teoriche sulla nostra era contemporanea, sulla fine ormai annunciata del capitalismo e sui nuovi fenomeni sociali legati al processo di globalizzazione. Ciò che sta accadendo in Cile è sintomatico di questo crollo e rappresenta una parte di realtà in divenire che, come artisti e come esseri umani, non possiamo ignorare. Durante la nostra permanenza ci siamo sentiti parte di un processo storico importante, influenzati anche dalla sensazione comune – dai desideri e dalle speranze di massa – di essere parte di un movimento che sta tentando di cambiare qualcosa in questo modo ormai alla deriva».

Intervista A Instabili Vaganti 2
Intervista A Instabili Vaganti 2

Tra le tappe anche Valparaiso. Chi vi ha invitati e perché avete deciso di accettare?
Instabili Vaganti: «Siamo stati invitati a Valparaiso da un nostro caro amico e collega: Claudio Santana Borges – regista della compagnia Performer Persona Project e professore presso l’Università di Playa Ancha – per lavorare con gli studenti. Abbiamo deciso di offrire un workshop sul progetto Megapolis per condividere con loro ciò che sta accadendo in Cile, lavorando sulle tematiche della lotta sociale. A Valparaiso, in un solo giorno, abbiamo diretto un workshop con gli studenti dell’Università di Playa Ancha, condiviso speranze, sogni, paure, sofferenze, cenato in mezzo ai lacrimogeni e visitato la città in rovina. Sentivamo di dover compartecipare, con gli studenti e con i nostri colleghi cileni, questo particolare momento storico, di “agire” e di essere presenti. Attraverso la nostra poetica esprimiamo temi sociali. Negli anni abbiamo tentato di costruire un “teatro civile”, differente da quello puramente narrativo. La nostra vita esprime la nostra poetica e viceversa: non possiamo parlare di qualcosa senza conoscerlo a fondo. Questa è la nostra etica professionale, la nostra coerenza di pensiero è azione».

Il teatro sembra un passatempo borghese, qui in Europa. In America Latina la situazione è differente?
Instabili Vaganti: «Da molti anni lavoriamo in Sudamerica e la nostra impressione è quella che esistono diverse anime o correnti culturali, così come anche politiche sociali. Il teatro riflette sempre la società e, quindi, rappresenta queste differenti anime e risente di molti contrasti. C’è uno spirito di emulazione molto grande nei confronti dell’Europa, che ha portato alcuni Festival a scegliere una programmazione basata quasi sempre sulle mode del momento e sui grandi nomi: è il caso di Santiago A Mil, per esempio. Ma, allo stesso tempo, sopravvive un teatro più politico, che potremmo definire “impegnato” e che ha origine, spesso, proprio nelle Università o nei Festival Off. Un teatro che continua a essere a stretto contatto con le comunità di riferimento e dal quale nascono esperienze come quella del collettivo Lastesis – e di tanti altri gruppi che lavorano per comunicare un messaggio politico, per cambiare alcuni aspetti della società. Il Festival FITICH, altro esempio – al quale abbiamo partecipato a dicembre – ha come mission quella di portare il teatro nei luoghi più remoti del Paese, dove non esiste, né esistono spazi che possano fungere da teatri».

Fare un workshop in questo momento in Cile quale valenza ha?
Instabili Vaganti: «Anche noi ci siamo fatti questa domanda. Non sapevamo bene a cosa stessimo andando incontro ma ci siamo fidati del parere di Claudio Santana Borges che, come professore, comprendeva appieno il valore di un’esperienza di questo tipo. Per i ragazzi era necessario e importante continuare a lavorare, a fare teatro, anche in un momento in cui ci dicevano: “dovremmo essere in piazza, ora”. Il nostro ruolo credo sia stato molto importante in quanto osservatori esterni e, quindi, in grado di ascoltare, di “assorbire” anche tutte le forti emozioni che scaturivano durante il lavoro fisico: la rabbia, l’euforia, la paura, la felicità, lo sconforto. Ci siamo quasi sentiti degli osservatori “ufficiali”, persone neutrali con le quali poter parlare ed esprimere qualsiasi cosa; ma anche coloro i quali, per un attimo, potevano far tornare i ragazzi a fare teatro, in un luogo sicuro e protetto. Per noi è stata un’esperienza preziosa e indimenticabile».

Su quali temi avete lavorato con gli studenti a Valparaiso?
Instabili Vaganti: «Durante il workshop abbiamo affrontato i temi del progetto Megalopolis e, quindi, gli aspetti positivi e negativi della globalizzazione, ma anche, e soprattutto, come le piazze delle grandi città diventino l’anima di un intero Paese. Abbiamo lasciato che emergessero le tematiche che i ragazzi stessi volevano esprimere, cercando di ascoltare il più possibile le loro esigenze espressive. Crediamo che un progetto sia davvero “aperto” quando riesce ad assorbire e a dar voce a ciò che il luogo dove si svolge e le persone che lo abitano hanno da dire. Questo vuole continuare a essere Megalopolis: un occhio aperto sul mondo».

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