quarta giornata TeatroCineFestival a Calcata (Vt)

Domenica di commiato senza alcuna nostalgia a Calcata per la quarta e ultima giornata di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival.

Torna subito protagonista la piazza centrale di Calcata grazie allo spettacolo itinerante Shakespeare in Borgo de Le Cattive Compagnie e agli scenari naturalmente incantevoli del centro storico di questo suggestivo paese.

Una scultura a forma di trono di pietra per Riccardo III, una scalinata per Lady Macbeth, una chiesa per Desdemona in compagnia di Otello, che ritroveremo al centro della piazza con il reticente Iago, diventano scenografie spontanee assolutamente insuperabili. E che, dopo il candore di Cloud, rendono con chiarezza il senso di cosa un luogo come Calcata sarebbe potuto diventare con le adeguate coperture economiche e un festival di più lunga programmazione, come pure era nelle intenzione degli organizzatori.

Il folto pubblico in piazza si ritrova magicamente immerso in una ambientazione di tardo XVI secolo, in compagnia di Riccardo III, Enrico V, Lady Macbeth, Otello e Puck. Un bell’omaggio all’opera del bardo con il celebre folletto di Sogno di una notte di mezza estate a chiudere la commedia e i personaggi femminili interpretati da una vibrante Manola Rotunno.

Dopo Il mangiatore di topi, estemporanea fuori programma di Giovanni Paiola (che con Silvana Sabatelli e Mauro Tonnarini organizza a Calcata Teatro Cinabro), segue nella programmazione il caso cinematografico dell’anno, Spaghetti Story. Un lungometraggio che non ha bisogno di particolari presentazioni, il cui incredibile successo – figlio del semplice passaparola – sembra dovuto alla lievità e alla credibilità con cui riesce rappresentare uno spaccato di vita metropolitana.

Interessante lavoro, che accanto all’essere no budget e indipendente, come il festival che li ha ospitati, mostra alcune soluzioni delicatamente metacinematografiche (Valerio è l’attore che pretende il rispetto del proprio lavoro, innanzitutto da se stesso, e fugge da soluzioni facili ma squalificanti). Qualità esibite accanto a stereotipie e ingenuità che comunque non ne intaccano la complessiva godibilità.

La chiusura di questa prima edizione di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival è affidato a Sono Morta Anche Io al Teatro Greco, la cui apertura e restituzione alla collettività rappresenta di certo uno dei maggiori meriti di Igor Mattei e Marina Biondi.

Lo spettacolo è una variazione sul tema dell’educazione e sulla natura alienate di una didattica intesa in senso normativo e punitivo. Non a caso il protagonista è un ibrido che richiama contemporaneamente Pinocchio e «la bambina coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera», Lucignolo e il Pierrot lunaire di schönberghiana memoria che vive emotivamente esasperato, melanconico e romantico, angosciato e grottesco.

Accanto all’esplicito naso di legno, sono diverse le immagini che richiamano direttamente il celebre burattino di Collodi. Dal rifiuto di una medicina (che, amara, la Fata turchina riuscirà a fargli prendere sotto minaccia della morte) ai sensi di colpa nei confronti del dolore causato agli altri. Dalla pretesa di non andare a scuola come era uso fare al Paese dei Balocchi, fino alla splendida citazione «Romeo, Romeo la tua morte illumina le loro impotenze».

Un riferimento al figlio dei Montecchi e al vero nome dello scapestrato compagno di giochi di Pinocchio, potentemente ambiguo e che raggiunge un duplice obiettivo, attraverso questo testo che somiglia tanto a un flusso di in-coscienza e che riprende tesi della psichiatra americana Alice Miller. Il primo, quello di stigmatizzare una pseudo-morale civica nata all’insegna del confessionale «onora il padre e la madre». Il secondo, di intaccare l’ideale di amore/obbedienza assoluto al quale le discipline pedagogiche hanno finito per omologare ogni manifestazione di affettività, per esempio, tra genitori e figli.

Tuttavia, pur ritrovando a posteriori diversi spunti in sintonia con questa intenzione, l’idea che l’educazione e le istituzioni pubbliche e private a essa preposte siano dispositivi coercitivi di potere e cultura non sembra emergere con la voluta precisione. Più che la psicologia inconscia di imposizioni morali che, aspirando all’oggettività, finiscono per mortificare le reali individualità, si manifesta visivamente e ideologicamente una narrazione metateatrale e umanistica, dunque di carattere più generale.

Sintetizzato nella richiesta «posso morire anche io?», il riferimento è quasi dichiaratamente esistenzialistico. L’ineluttabile che rende vana  ogni passione, il nulla che condanna l’essere venuto al mondo, la morte come possibilità necessaria sono ossimori solo in apparenza perché forme reali di una, l’unica, oggettività che accomuna ogni essere vivente.

Temi che dalla metà del novecento caratterizzano la speculazione filosofica e la pratica psicoterapeutica, ormai entrambe legate alla prospettiva della cura e non della guarigione. Un termine – quello della cura – tremendamente ambiguo, risalente allo splendido mito romano sull’origine della vita, e che esprime la relazione dell’esserci (l’umano vivente) con il niente ontologico che ogni uomo e donna destina (letteralmente) a sé, agli altri e al mondo.

Queste che possono sembrare astruse e astratte complicazioni hanno, invece, avuto conseguenze molto concrete, come, per esempio, la demolizione dell’idea di una scienza farmacologica quale unica soluzione per problemi psicologici e comportamentali. Problemi, oggi interpretati quali risposte coerenti pur disfunzionali del malato al proprio Mondo di appartenenza e a quei rimandi di significato che il potere ha definito folli perché alternativi al sistema.

Visto sotto l’ottica di questo ribaltamento di prospettiva, il disturbo mentale non va represso perché non è una questione di ordine sociale. Non è origine di comportamenti inaccettabili, quanto esito di una ansia di anticonformismo rispetto a  una omologazione che ha espulso dall’alveo della normalità quanto di materialmente inutile o minaccioso per la collettività dominante. Dunque, problema da affrontare permettendo al soggetto in questione di riprogettarsi con a disposizione un contesto inclusivo e nel quale avere assicurata la libera espressione della propria singolarità.

Sono morta anche io sembra allora affrontare questioni di carattere più generale rispetto al target, patendo in questo senso un caos scenico in larga parte comunque voluto e ben gestito dalla sua interprete.
Un disordine che rappresenta, dunque, più che processi di liberazione onirica e inconscia, quel margine su cui lavorare per far rendere al meglio questo spettacolo. Giustamente ambizioso nel decostruire quello che è uno degli nodi cruciali della società contemporanea: la funzione di liberazione oltre l’emancipazione che l’istruzione dovrebbe avere, ma che spesso, impossibile negarlo, non ha.

Uno spettacolo di chiusura, da applausi soprattutto per l’ottima performance di Marzia Ercolani, che con il suo finale aperto e di speranza lancia l’assist ideale per una attesa prossima edizione di Ad Arte – TeatroCineFestival.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival

Teatro Piazza
Borgo di Calcata Vecchia (VT)
20 Luglio – ore 19:00
Shakespeare in Borgo (spettacolo itinerante)
con Sebastiano Gavasso e Diego Migeni
regia Leonardo Buttaroni

Associazione Culurale Il Granarone
Via Porta Segreta, Calcata Vecchia (VT)
ore 20:45
Spaghetti Story (commedia)
presso il Granarone – Associazione Culturale
con Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, Sara Tosti, Rossella d’Andrea, Deng Xeuying
regia Ciro De Caro

Teatro alla Greca
zona Capomandro, Calcata (VT)
ore 21:30
Sono Morta Anche Io
di e con Marzia Ercolani – Associazione Culturale Atto Nomade

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