E siamo a tre. Quest’anno sembra che non si riesca a scrivere che coccodrilli. E dopo Bowie ed Eco, è la volta di ricordare Dario Fo.

Vogliamo rispettare l’uomo e l’artista fino in fondo e, evitando di essere ipocriti (come ha chiesto giustamente il figlio Jacopo), non diremo che gli ultimi anni di attività del premio Nobel ci abbiano entusiasmati. I suoi spettacoli con Albertazzi, i monologhi sull’arte, la discesa in campo a Milano che si è conclusa con una fin troppo veloce ritirata, ci hanno lasciati un po’ con l’amaro in bocca.
Ma Dario Fo per oltre quarant’anni, un tempo lungo quanto un’intera vita, è stato ben altro.
Per i milanesi, impegnati politicamente a sinistra (quando la sinistra significava valori chiari e obiettivi precisi), Fo e Rame erano punti di riferimento valoriale e culturale, animatori instancabili della Palazzina Liberty, punte di diamante di un rinnovamento del teatro che partiva dal recupero della tradizione popolare per innestarvi temi pregnanti della contemporaneità sociale e politica, compagni (come si diceva allora) attivi anche nel soccorso rosso (altri tempi, tempi in cui si credeva davvero nell’immaginazione al potere).
Oggi, l’insegnamento di Fo, che parrebbe essersi disciolto come neve al sole, si è al contrario sedimentato e riaffiora nel lavoro di decine di artisti. Solo per citarne uno, nel primo tassello della Trilogia della provincia di Oscar de Summa, è il grammelot il linguaggio teatrale utilizzato dall’artista per raccontare ed esprimere l’universo di senso e la tipia degli abitanti di Erchie.
E infine ricordiamo anche l’anno del Nobel meritatissimo alla letteratura, i nasi che si storsero, le sopracciglie che si alzarono. Sarebbe bastato scrivere Morte accidentale di un anarchico per meritarselo. Mentre gli stessi nasi non annusarono puzza di beffa quando prese il Nobel per la Pace un certo presidente guerrafondaio. Ma come dimostra quest’anno Bob Dylan, Times they are a-changin’

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