Revisioni

Al Teatro Studio Uno, l’Antigone di Matuta Teatro, non del tutto riuscita rivisitazione di un classico senza tempo.

Conflitto generazionale o tragedia esistenziale, analisi psicologica o dialettica tra sistemi, dramma borghese e scorcio di vita familiare o lacerante analisi della condizione umana. Che la si veda alla luce del più cupo e astorico pessimismo o di un pragmatismo politico ante litteram, sono davvero enormi le potenzialità di quello che è un classico per eccellenza, l’Antigone di Sofocle, testo che dal ‘900 si è prestato ad allestimenti anche radicalmente diversi nel godere della sua intrinseca contemporaneità e straordinaria inattualità.

Julia Borretti e Titta Ceccano attingono a piene mani da una delle sue versioni più controverse, il capolavoro di Anouilh, per mettere in scena il dramma dell’incomprensione che avvolge il mistero generazionale, ovvero di adulti che sembrano non essere mai stati giovani.

Da Anouilh, Matuta Teatro mantiene innanzitutto esplicite citazioni testuali e l’ambientazione della storia a Tebe in un imprecisato XX secolo, come suggerito dai dialoghi tratti da I cannibali di Liliana Cavani provenienti da una stilizzata televisione; rimangono, almeno complessivamente, anche le connotazioni psicologiche dei protagonisti. Inedita – al netto dell’apparente scansione episodica dettata dal microfono – lo sviluppo del contrasto tra ciò che Creonte e Antigone rappresentano attraverso la riduzione della pièce ad atto unico.

Antigone è una giovane ragazza, ribelle e viziata, magra e difficile, inquieta e inappagata («hai vent’anni e non tanto tempo fa tutto questo si sarebbe sistemato con del pane secco e un paio di sberle»), che farebbe bene a pensare al proprio futuro da moglie e madre («ingrassa un po’ piuttosto per fare un bel bambinone a Emone, Tebe ne ha bisogno più che della tua morte, te lo assicuro»). Creonte, più che re tiranno, è – per sua stessa definizione – «operaio del potere», tanto servo di quella ragion di stato che impone lo spregiudicato utilizzo di qualsiasi mezzo (come la strumentalizzazione della morte di Eteocle) per gestire masse, altrimenti distruttive perché irrazionali, quanto moralistico campione di buon senso, adulto che, visti naufragare i propri ideali, con fare paternalistico non ritiene possibile che i nuovi giovani possano averne di autentici.

Le motivazioni della scelta di Antigone (dare degna sepoltura a Polinice), interpretata con bel pathos da Julia Borretti, si assestano così su una linea di ostinata aggressitivà, testimonianza di come non le importi altro se non la radicale affermazione della propria libertà («perché compi questo gesto?», «per nessuno, per me»).

Una affermazione cruciale e su cui si gioca l’intero impianto ideologico perché – astratta, secondo Creonte – sarà ulteriormente rilanciata da Antigone – oltre la crisi determinata dalla conoscenza della verità sugli amati fratelli («due ladroni che si ingannavano l’un l’altro, ingannandoci») – e posta a preludio del drammatico finale.

L’ostilità di Creonte (di cui Titta Ceccano ben interpreta ottusità e livore), pure temperata dall’amore del figlio, sarà assoluta perché incapace di comprendere l’autenticità di una Antigone sminuita a capricciosa adolescente («sei l’orgoglio di Edipo […] l’umano vi fa sentire a disagio in famiglia, volete un corpo a corpo con il destino e con la morte») e strappata a uno sdegno nei confronti dei mediocri in realtà realmente aristocratico («noi siamo di quelli che fanno le domande fino in fondo. Noi siamo quelli che saltano addosso alla vostra cara speranza!»).

Tuttavia, nonostante la buona alchimia tra le dinamiche attoriali, qualcosa inficia la tenuta della scena e la profondità di restituzione.

La scenografia – non ricca, ma invadente, a metà strada tra realismo e metafisica, stranamente didascalica nel suo ermetismo – manca il dichiarato obiettivo di «un interno borghese dove si consuma una violenza domestica che è fisica e metaforica allo stesso tempo», mentre certe presenze e i conseguenti processi empatici rimangono confinati alla preconoscenza della tragedia (come nel caso della sabbia usata da Antigone per seppellire il fratello).

Malgrado la coscienza dei propri debiti culturali, l’Antigone di Matuta Teatro mostra allora e soprattutto immaturità nella direzione, patendo i suggestivi spazi della Sala Specchi dello Studio Uno e una sostanziale mancanza di originalità, senza riuscire a dar forma compiuta e coerente a una rappresentazione polemica, metateatrale, divulgativa o comunque in grado di far cadere in sala quell’atmosfera di conflitto e sofferenza di cui l’eroina sofoclea rappresenta l’eco da oltre due millenni.

Un risultato, che per quanto mostrato in termini di intenzione drammaturgica, consapevolezza teorica e qualità recitativa, e ricordando le stesse parole dell’Antigone di Anouilh («io non voglio essere modesta»), ci piace pensare possa rappresentare per Matuta Teatro una sfida da rilanciare con tempo e dedizione.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Studio Uno
via Carlo della Rocca 6, Roma
dal 17 al 20 dicembre
ore 21, domenica ore 18

Produzione Matuta Teatro
Antigone
di e con Julia Borretti e Titta Ceccano
scene e luci Jessica Fabrizi
ceramiche di scena Laura Giusti_Laghirà
produzione Matutateatro/Mat spazio_teatro
con il sostegno di ARTè Teatro stabile d’innovazione, Teatro Mancinelli di Orvieto

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