La gioventù odiata

All’interno della rassegna Classici del secolo futuro – Quattro riscritture senza paura ideata da Lorenzo Gioielli, è andato in scena Antigone e il soffio della rivolta, atto unico coralmente scritto e interpretato dagli allievi e dalle allieve del terzo anno dell’Accademia Professionale Stap Brancaccio.

Partendo da Sofocle e «attraversate diverse versioni dell’Antigone da Anouilh, a Brecht, alla Zambrano», con Antigone e il soffio della rivolta siamo in piena tragedia, tanto da chiedersi com’è possibile esserci arrivati.

I giovani corpi degli attori e delle giovani attrici si presentano in scena a terra, come a presentare un campo di battaglia cosparso di vittime. I monologhi e i “passi a due” retorici con cui è organizzata la rappresentazione fanno vivere giovani vite alle prese con la costituzione di una propria nascente coscienza, a causa della quale ci si scopre gettati nel mondo degli adulti, un mondo che appare il regno del compromesso, della necessaria bugia, dell’aggiustamento vile, della necessità di esercitare un dovere sentito come tirannico.

Qualunque dire di un padre – perfino il consiglio più dolorosamente assennato (“Non fare i miei stessi errori”) – è da denegare, così da procrastinare lo stesso errore, secondo quella linea di eredità che non conosce interruzione. In Antigone di Sofocle quell’errore era l’hybris, un errore che attraversa i corpi di Creonte e di Antigone stessa, tanto da contagiare ogni rapporto familiare, in questo caso quello tra un Re e la sua giovane nipote, la piccola figlia di Edipo.

La dolorosa verità è che nessuna generazione è in grado di liberare la seguente, come nessun padre può sapere qual è il nucleo segreto di un figlio o di una figlia. Un padre può solo far da argine alla tentazione orgiastica di superare ogni limite, essendo il Re l’incarnazione della legge, quella legge che per godere di autorità deve apparire splendida e inflessibile. Tuttavia anche Creonte – essendo Re – è soggetto all’arroganza che il proprio editto possa superare quello di un dio, mentre Antigone si spinge a usare la propria vita come merce di scambio con la morte e per rivendicare che no, nessun uomo – tantomeno un Re – può dimenticare la pietà a dispetto di ogni illusoria ragione di stato.

Se c’è una nota palesemente sopra le righe nella drammaturgia è quell’intento, avvertibile nel tono generale dell’opera, di fare una versione “giovane” del classico, decorata con musiche – dai CCCP a Salmo –  insistenti e a volte sapide e con movimenti scenici di gruppo che vogliono comunicare la gioia del semplice stare insieme facendo teatro. Nell’essere al servizio della drammaturgia collettiva, il catalogo dei monologhi si rifà a narrazioni soggettivamente eterogenee, tali da far pensare alla necessità di dare seguito a un proprio singolare flusso poietico, più che appartenere a quello di un’opera, col risultato di faticare ad agganciarsi al mistero chiuso e tragico del classico.

Nonostante siano riconoscibili diverse citazioni da illustri Antigone del passato, dunque una lodevole opera di scrittura, la messa in scena è però apparsa distante dall’essere in grado di connettere la celebre tragedia all’indagine della complessità dei rapporti familiari sotto la luce delle attuali perversioni che caratterizzano le relazioni padre-figli/figlie.

La crisi dei tradizionali ruoli genitoriali e filiali, lo scontro delle rispettive norme di comportamento, le radicali divergenze valoriali nelle condotte dei padri e di quelle dei figli e delle figlie, l’esacerbazione del disagio interiore che sta letteralmente investendo la psiche delle nuove generazioni, lasciandole alla deriva e in balia tanto di un eccesso di strumenti a disposizione per affrontare il mondo, quanto di una spaventosa mancanza di opportunità: pur prestandosi “naturalmente” alla visione “verde” e impetuosa dei performer, rispetto alle capacità del gruppo, l’allestimento è rimasto ancora al di qua dal decostruire e rimontare la struttura della famiglia occidentale senza incappare in una proposta talmente coerente nel suo sviluppo da risultare elementare e stucchevole.

Antigone offre la “sponda” nobile per indagare la ridefinizione delle personalità contemporanee, oggi fluide e disorientate, così come le tragedie greche – fin da Freud – mettono a disposizione “strade maestre” per riconnettersi alle “suggestioni inconsce” che condizionano il nostro agire con divieti, pulsioni e perversioni che spesso contrastano con il cosiddetto buon senso.

L’esigenza dell’essere amati, ma non compresi (perché la comprensione implica – sic – la pazienza e la rassegnazione degli adulti, non la gioia di vivere e lo slancio vitale), l’assenza di riconoscimento reciproco tra padri-figli/figlie e l’esplosione di un narcisismo patologico in tutti i settori della vita privata e pubblica hanno portato a far collassare l’autorità tradizionale, incarnata per antonomasia dalla figura del padre, in un “fantoccio” che – da come emerge nello spettacolo – dovrebbe sempre dire di sì, instaurare un dialogo paritario e senza distanza generazionale, nonché agire al fine di spegnere sul nascere ogni possibilità di frustrazione della propria prole appagandone hic et nunc ogni desiderio.

I personaggi inscenati da Antigone soffia contro non sono complessi, ma capricciosi, non hanno il carattere della dissonanza e dell’incomprensibilità, ma del disagio. Il confronto con il Re-Autorità-Padre non viene sperimentato in un contesto autenticamente tragico, vale a dire nello stretto collegamento tra la dimensione individuale (micro) e quella collettiva (macrocosmo) e secondo un orizzonte nel quale il”peccato” (hybris) del singolo determina ripercussioni sull’intero ordine cosmologico, ma in quello del vietare e proibire come atteggiamenti inaccettabili per le nuove generazioni.

Pur mancando di fatto l’obiettivo di riuscire a parlare del futuro attraverso il passato, occasione particolarmente clamorosa visti i tempi bui che stiamo vivendo, l’intento – come confessato nelle note della rassegna – di lavorare su un classico nel “rispetto di un teatro sinceramente popolare, giovane, emozionante” sembra invece essere più nelle corde della mente autoriale del giovane gruppo, all’interno del quale, nonostante una generale incertezza nei fondamentil di base e la mediocre direzione di fondo da parte del duo Bartolini/Baronio, alcune personalità hanno saputo distinguersi, in particolare una Claudia Ligorio apparsa particolarmente a proprio agio sia con le parti recitate, sia con quelle danzate e che ha mostrato una già significativa presenza scenica.

Quello che emerge è la sincera felicità di esporsi alla saggezza di un’opera di più di duemila anni fa e di farlo aprendosi alle risonanze generate nel proprio corpo. Se si tratta di corpi ancora troppo acerbi, non è colpa da addebitare a questo giovane gruppo, quanto a una “controparte” adulta apparsa incapace – forse timorosa? – di trasferire il proprio indiscubibile bagaglio di esperienza e talento. Diventerà tanto più un merito se l’evoluzione scenica saprà andare oltre la propria piccola e “insignificante” vita, per abbracciare l’essenza della vita stessa in quel mistero abbracciato alla morte, proprio lì dove Antigone ha deciso di chiudere la propria inflessibile rivolta.

Lo spettacolo è andato in scena
Spazio Diamante

via Prenestina 230B, Roma
14-15 luglio 2021 h. 20.00

Antigone soffia contro
da Sofocle
tutor drammaturgia Tamara Bartolini
regia Bartolini/Baronio
scritto e interpretato da Ivan Maria Artuso, Emanuele Baroni, Iulia Bonagura, Eleonora Bracci, Valerio Castriziani, Tommaso D’alia, Benedetto Bruno Di Maggio, Luca Giacomini, Claudia Ligorio, Lisa Lippi Pagliai, Tommaso Lo Cascio, Giovanna Malaponti, Riccardo Mosca, Alice Silvestrini, Filippo Tancredi, Alice Tempesta, Claudia Turchi

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