I dialoghi del cuscino

Uno tra i registi più in voga e osannato dalla critica, Antonio Latella, tra committenze e scelte personali, esprime ancora nei suoi lavori una profonda e reale necessità di uomo e di artista?

Questa è la domanda che mi sono posta dopo avere assistito a tre delle sue ultime regie – Caro George, Ti regalo la mia morte, Veronika e Natale in Casa Cupiello.
Partirò proprio dagli ultimi due titoli, accomunati da una serie impressionante di stilemi, per rivolgermi anche una seconda domanda (antica e ostica quanto il teatro greco): fino a che punto è lecito essere infedeli all’autore nell’impostare una regia? In tempi in cui può ormai dirsi consolidato il teatro di regia, quest’ultima questione potrebbe considerarsi di pelo caprino. Ma se di fronte a un secondo Carmelo Bene non abbiamo nulla da obiettare – in quanto il tradimento è esplicitato fin dal titolo; nel caso in cui il regista rivendichi, al contrario, un’aderenza pedissequa all’autore (imponendo, ad esempio, a Francesco Manetti di recitare non solamente le didascalie ma persino gli accenti del personaggio Luca Cupiello) o, nel caso di Ti regalo la mia morte, Veronika, l’esatta comprensione del genio di Fassbinder (non più visceralmente melodrammatico, bensì freddamente tragico); allora, il dubbio sorge e la domanda s’impone – indipendentemente dal desiderio del lettore di leggere le possibili risposte. Perché se è vero che lo spettatore dovrebbe smetterla di pensare di andare a teatro per vedere sempre lo stesso spettacolo, tronfio di riaffermare le proprie certezze; è altrettanto vero che al regista resterebbero tre strade: rivendicare la completa autonomia, commissionare al proprio dramaturg (o scrivere in proprio) testi originali in linea con il suo modo di vedere e intendere il teatro, oppure dimostrare un minimo di affinità elettive con l’autore. Dato che essere registi è esercitare una professione liberale e libera scelta dell’uomo, oltre che dell’artista, dovrebbe essere quella di rivolgersi a un linguaggio, un soggetto e un universo di senso autorale in base ai propri gusti e interessi.
Partiamo allora dagli stilemi latelliani. Specificando che gli stessi differiscono dalle ossessioni d’artista in quanto appaiono più come una serie di cliché che il regista ormai ripropone aldilà del testo e della poetica dell’autore, anziché scelte stilistiche ad hoc che esprimono, attraverso un linguaggio personale, l’universalità e attualità di un testo altrui. Stilemi comuni a Ti regalo la mia morte, Veronika e a Natale in casa Cupiello – estranei anche a un’idea di economia della messinscena.

In primis, il gigantismo, ossia l’albero da Giardino dei ciliegi del primo, simbolo consolatorio che rinnega la volontà dello stesso regista di non voler essere tale; e la stella cometa, del secondo, estraneo a quel teatro povero che ha reso grande e amato Eduardo. A seguire, l’uso e l’abuso di oggetti di scena che, spesso, nel loro simbolismo deviante creano confusione anche a livello di sottotesto, con una sovrabbondanza di rimandi che (come accade alla bulimia di informazioni tipica dei mass-media) finiscono per omologare qualsiasi espressione diversa e privare di senso la complessità del reale. In parole povere, i gorilla (albini nel primo spettacolo) che rappano, e quello color nature (del secondo), che si muove in scena insieme a peluche a misura d’uomo, a cosa vogliono rimandare? Alla scimmia degli alcolisti e agli animali del Presepe? Forse. Ma se in Ti regalo la mia morte, Veronika più che creare un cortocircuito perturbante, distanziano ancora di più lo spettatore da ogni coinvolgimento emotivo in una tragedia che vira verso la farsa; in casa dei Cupiello rasentano il ridicolo. Così come le due trans e la punk, che rappano le didascalie e confondono i limiti temporali – siamo negli anni 30, ossia nel periodo in cui fu scritto il testo originale; nella Londra degli anni 80; o in un’Italia contemporanea? Forse la denuncia è al fatto che, ancora oggi, transessuali e giovani trasgressivi sarebbero gli esclusi dalla famiglia in stile Mulino Bianco. Ma se si vuole eliminare la famiglia, intesa come entità che si auto-preserva ipocritamente, indipendentemente dai cambiamenti di mentalità e sociali, la scelta della contemporaneità dovrebbe coinvolgere tutto e tutti. Quindi, poetica ed estetica collidono. E del resto, la sovrabbondanza di oggetti, come insegnava Hitchcock (che pretendeva di inquadrare solo quelli che sarebbero serviti all’azione), crea confusione. Non a caso, Noam Chomsky spiegava come la strategia della distrazione consista nel deviare l’attenzione del pubblico dalle problematiche socio-economiche attraverso la tecnica del diluvio di informazioni poco significanti. Così gli oggetti insignificanti, oltre a distrarre, privano di senso i pochi pregnanti perché simbolici (come la culla da Presepe in Natale in casa Cupiello).
Il gigantismo, l’opulenza dei costumi e le scenografie ridondanti, in un momento di crisi economica, oltre alla sovrabbondanza di interpreti in scena, sono elementi in comune nelle produzioni di Latella con i teatri nazionali. Aldilà della sterilità di una simile scelta a livello artistico, in tempi in cui molte Compagnie stentano a trovare poche migliaia di euro per produrre e distribuire i loro spettacoli, questo uso ed abuso di abiti ottocenteschi (nel finale di entrambi i lavori esaminati), o di orpelli scenotecnici appare eticamente irriguardoso. E se anche non vi fossero questioni economiche di fondo che i teatri nazionali (proprio perché finanziati con le tasse dei cittadini) dovrebbero tenere in considerazione, quella specie di Giardino dei ciliegi à la Monet del finale di Ti regalo la mia morte, Veronika cosa ha a che fare con la scabrosa esistenza di un’attrice tossicodipendente sul viale del tramonto? Se Latella vuole indicare che Fassbinder è un classico (come da lui stesso affermato), paragonandolo a Čechov (e chissà poi perché ribadirlo, dato che nessuno ormai discute la genialità del talento tedesco), non poteva inventarsi, insieme allo scenografo, una soluzione meno opulenta e autoreferenziale? Così come l’angelo camp tra le prèfiche in abiti ottocenteschi nel finale di Natale in casa Cupiello e la stella cometa creano un ulteriore stato di confusione a livello temporale e spaziale, con rimandi incongruenti; e la seconda rende anche più difficile il movimento degli attori in scena.
Purtroppo non convincono nemmeno le scelte a livello dell’interpretazione attorale. La recitazione frontale (in entrambi gli spettacoli, come ne Le sorelle Macaluso di Emma Dante), mi spiace ripetermi (o auto-citarmi) ma è proprio rétro. Mentre la recitazione delle didascalie (per il testo di Eduardo) non rafforza, bensì prosciuga di senso le battute, dimostrando anche una palese incomprensione delle infinite sfumature caratteriali e delle sottigliezze psicologiche proprie delle dinamiche di coppia, che il maestro partenopeo ben conosceva. Sono i toni, le pause, gli accenti, i respiri, le sottolineature e l’enfasi, a dare senso ai discorsi, spessore ai personaggi, vitalità ai rapporti interpersonali – in scena come nella vita. La prossemica, nella comunicazione, conta quanto l’elemento verbale. E se Latella è stato fedele alle parole di De Filippo, non lo è stato al protagonista di Natale in casa Cupiello, né tanto meno al complesso rapporto tra Lucariello e la moglie Concetta che, sebbene disfunzionale, non manca di quel profondo affetto e di quella complicità dolente e dolorosa – ma vitale quanto l’aria – che si creano tra due esseri che hanno vissuto insieme poche gioie e troppe miserie (e che si ritroveranno anche nella complessa relazione tra Gennaro e Amalia di Napoli milionaria!). Del resto, le didascalie sono suggerimenti per gli addetti ai lavori e non possono sostituirsi a un’ambientazione – più o meno fedele – che, forse, Latella ha rifiutato perché la sua messinscena si discostasse da quelle alle quali è abituato il pubblico da quasi un secolo. Interpretarle in scena, però, distanzia lo spettatore dai personaggi e spesso crea confusione (con gli attori che, a volte, recitano con maggiore convinzione le didascalie stesse piuttosto che le battute). E nel caso di Lucariello, non servono a tracciare quel misto di presunzione e ignoranza, innocenza e colpa, ingenuità e malizia, ironia e meschinità che lo contraddistinguono. Basti un esempio, quando Luca rimprovera a Concetta di essersi fatta truffare comperando degli indumenti sintetici al posto della lana. Mentre nell’originale di De Filippo l’accento cadeva sul fatto che la moglie si fosse fatta prendere in giro (l’elemento prevalente era l’ironia e il pubblico rideva della dabbenaggine della signora, come della propria); nella messinscena di Latella l’accusa di Luca è che la moglie voglia risparmiare a ogni costo quando compera qualcosa per lui (si punta, quindi, sulla grettezza e la noncuranza di lei nei confronti del marito e su un risentimento acrimonioso di lui).
Per il lettore che abbia ancora voglia di perdere una decina di minuti, concluderemo con un paio di considerazioni. Sulle musiche, in primis, che nelle parti attorali rappate di Ti regalo la mia morte, Veronika e nell’aria La calunnia dal Barbiere di Siviglia (in Natale in casa Cupiello) appaiono prive di connessione con testo, sottotesto e contesto. Quest’ultima aria, soprattutto, cantata dall’angelo camp (ossia dal portiere) è decisamente deviante, in quanto quello che si svolge in scena non è il dramma scaturito dal pettegolezzo, bensì da un tradimento – vero o presunto – e, soprattutto, dall’ipocrisia di una società ancorata a tradizioni, comportamenti sociali e legami familiari opprimenti e, nello specifico, generata da un matrimonio d’interesse. Se è al contrappunto, alla contaminazione, alla distanziazione ironica che si voleva mirare, l’unico brano che avremmo scelto, nel finale, vista l’uccisione reale del padre e quella simbolica del pater fimilias, sarebbe stato The End (dei Doors), con la famosa: “Father… Yes son? I want to kill you. Mother, I want to…” e possiamo immaginare un edipico: “fuck you”). Ma, soprattutto, viene da chiedersi perché inserire questo tema: è proprio la famiglia tout court quella contestata da De Filippo? E ci si trova di fronte solo a un atto simbolico, o anche a un parricidio – magari commesso per amore, nel qual caso si introdurrebbe il discorso dell’eutanasia? Ma qui ci si allontana davvero troppo da Eduardo, così come quando Latella mette in scena lo stupro di Ninuccia a opera del marito Nicola (momento davvero fastidioso e imbarazzante). O interpreta il personaggio della donna come una moderna Bovary – frivola, incapace di assumersi la responsabilità di moglie e indecisa tra due uomini come tra due smartphone. Dimenticando che il matrimonio le è stato imposto dai genitori e che il divorzio, in Italia, è stato introdotto decenni dopo l’ideazione di questo lavoro teatrale; mentre l’emancipazione femminile, l’autodeterminazione e il nuovo diritto di famiglia sono conquiste degli anni 70, in questa Italietta bigotta, meschina e ipocrita – giudizi, questi sì, in sintonia con quanto denunciato dallo stesso Eduardo.
Le ossessioni d’artista, del resto, dovrebbero dare un senso insieme attuale eppure profondamente empatico con quello dell’autore; gli stilemi, al contrario, ripropongono l’immagine del regista. E il teatro, quando diventa arte autoreferenziale, finisce con il perdere il suo senso più profondo, trasformandosi da specchio di una società a orpello autorale.

Ma c’è un altro Latella. Un Latella che sembra aderire visceralmente con il suo autore/dramaturg, Federico Bellini, e che in Caro George unisce con impareggiabile precisione, asciuttezza e pathos, economia (di senso e di mezzi) ed efficacia teatrale, testo e contesto, poetica e messinscena, autoralità e affinità elettive, spirito critico e gusto visionario.
Evitando il cliché di mettere in scena un pittore presentandone le opere in video (ovvero di ricorrere a un linguaggio altro), Latella usa il corpo dello stesso interprete (uno strepitoso Giovanni Franzoni) per calarci nell’universo pittorico e di senso di Francis Bacon e, nel contempo, nella realtà carnale e psicologica del suo amante e modello, George Dyer.
Nessun gigantismo in questo caso né una profusione di oggetti senza senso, ma una consonanza perfetta ed essenziale tra una lampadina, una sedia, un bicchiere e una bottiglia di vino. Oggetti indispensabili come le forbici de Il delitto perfetto (Dial M for Murder), pregnanti di senso in se stessi e capaci di restituirne altri quando utilizzati da Franzosi – il quale, ad esempio, sedendosi sotto la lampadina, è immediatamente riconoscibile come il protagonista di Autoritratto (in Trittico, 1973).
Anche i gesti e i movimenti non vanno mai a vuoto. Quando Franzosi si alza per spargere il vino intorno al proprio spazio vitale, sembra dipingere sul palcoscenico quelle linee a spirale nelle quali Bacon conchiudeva i suoi personaggi straziati e muti. E quando si contorce nell’agonia, nei panni di George Dyer, rimanda al Ritratto postumo di George Dyer stesso (sempre nel Trittico), al pannello centrale di Tre studi per una Crocifissione (del ‘62), e ancora ai pannelli laterali di Tre studi di figure su letti (del ‘72) – solo per citare alcuni dei quadri a cui pensai anche quando vidi lo spettacolo.
L’aderenza di ogni scelta stilistica (dagli oggetti ai movimenti) con il ritratto del personaggio Francis Bacon e del modello/amante George Dyer – perché Franzosi interpreta entrambi in un impossibile dialogo chiarificatore – è in grado di restituirne la complessità umana e artistica. E si sposa con grazia e incisività (quasi intagliandosi nella carne dell’interprete) al profluvio di parole di Bellini (leggere come bolle d’aria eppure pesanti come i macigni dell’insondabile sofferenza che porterà Dyer al suicidio). Caro George è la perfetta messinscena (arte visiva) di un testo (prodotto letterario) di altissimo valore, insieme pindarico e terreno, barocco e crudele, eufuistico e carnale. Qui vediamo le iperbole linguistiche di Federico Bellini trasfondersi in quelle visive di Antonio Latella. Mentre la recitazione frontale di Franzoni ha il senso di coinvolgere lo spettatore, guardandolo negli occhi come si farebbe con un confidente. Confidente che assurge al ruolo di testimone della tragedia di solitudine patita da Dyer; così come del sovrapporsi delle meschine vanità dell’uomo Francis sulla genialità dell’artista Bacon – un sovrapporsi stranamente affine alla sua tecnica coloristica.
Si può trovare una pecca? Quella di aver visto un capolavoro teatrale in compagnia di una trentina di spettatori. E qui sta il vulnus (o il cane che si morde la coda, a libera scelta). Il pubblico opta per il titolo o l’attore o l’autore noto. Il regista, spesso (ma non è detto sia il caso dei succitati lavori di Latella), è costretto da un mercato bulimico a produrre lavori di cui non sente la necessità né come uomo né come artista, commissionati da grandi teatri che aspirano al sold out (anche per restare nei parametri quantitativi del Fus). I quali impongono scelte che si trasformano, a volte, in messinscene svuotate di senso (utili per celebrare i vent’anni dalla morte di Eduardo o i 400 anni da quella del Bardo). Occasioni per attirare il pubblico di pancia.
E così il gioiello resta nello scrigno, e la bigiotteria abbonda nelle vetrine.

Gli spettacoli sono andati in scena:
Versiliana Upgrade Festival
Teatro delle Scuderie Granducali
– Seravezza
sabato 25 luglio 2015, ore 21.30
Stabilemobile / Compagnia Antonio Latella presenta:
Caro George
di Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Giovanni Franzoni

Teatro Manzoni
corso Gramsci, 121 – Pistoia
venerdì 18 dicembre 2015, ore 21.00
Ti regalo la mia morte, Veronika
traduzione e adattamento di Antonio Latella e Federico Bellini
tratto dal film Veronika Voss di Rainer Werner Fassbinder
regia Antonio Latella
con Monica Piseddu e in o.a.: Valentina Acca, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Caterina Carpio, Sebastiano Di Bella, Nicole Kehrberger, Estelle Franco, Fabio Pasquini, Annibale Pavone e Maurizio Rippa
utilizzo della sceneggiatura Die Sehnsucht der Veronika Voss di Peter Märthesheimer e Pea Fröhlich, da una bozza di Rainer Werner Fassbinder, per gentile concessione della Fondazione Rainer Werner Fassbinder – Berlino e di Verlag der Autoren – Francoforte sul Meno/Germania. Per gentile concessione di Arcadia & Ricono Srl a socio unico, via dei Fienaroli, 40 – 00153 Roma
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
si ringrazia Massimo Giussani per le scarpe dipinte a mano
musiche Franco Visioli
luci Simone de Angelis
ombre Altretracce
assistente alla regia Brunella Giolivo
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione nell’ambito di Progetto Prospero

Teatro Metastasio
via B. Cairoli, 59 – Prato
domenica 8 gennaio 2017, ore 16.30
Natale in Casa Cupiello
di Eduardo De Filippo
regia Antonio Latella
personaggi e interpreti:
Luca Cupiello, Francesco Manetti
Concetta, sua moglie, Monica Piseddu
Tommasino, il figlio, Lino Musella
Ninuccia, la figlia, Valentina Acca
Nicola, suo marito, Francesco Villano
Pasqualino, il fratello di Luca, Michelangelo Dalisi
Raffaele, il portiere, Leandro Amato
Vittorio Elia, Giuseppe Lanino
Il dottore, Maurizio Rippa
Carmela, Annibale Pavone
Rita, Emilio Vacca
Maria, Alessandra Borgia
drammaturga del progetto Linda Dalisi
scene Simone Mannino e Simona D’Amico
costumi Fabio Sonnino
musiche Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistenti alla regia Brunella Giolivo e Irene Di Lelio
responsabile tecnico Giovanni Santolamazza
direttore di scena Osvaldo Cattaneo
macchinista costruttore Claudio Beccaria
capo macchinista Alessandro Sorrenti
capo elettricista Antonio Borrelli
fonici Alfredo Sebastiano
sarta Eleonora Terzi
segretaria di compagnia Elena Carrera
foto di scena Brunella Giolivo
immagine locandina Giuseppe Scrugli
realizzazione scene e attrezzeria Atelier Nostra Signora, Palermo
realizzazione costumi SlowCostume, Sartoria del Teatro di Roma
pellicce Manetti Italia
cashmere Sveva Ferrajoli
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

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