Il lavoro (non) rende liberi

isolacasateatromilanoUna riflessione, un monologo, intimo e viscerale, su una precarietà, lavorativa ed esistenziale, che condiziona le vite delle nuove generazioni.

Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi – era il motto beffardo che troneggiava all’ingresso dei campi di concentramento nazisti, uno schiaffo (ulteriore) in faccia a coloro che liberi non lo sarebbero stati più.

Sono passati parecchi anni da allora e i libri di storia ci hanno insegnato l’orrore che si nascondeva dietro quelle tre semplici parole. Eppure qualcosa di quell’insegna ci è rimasta nella testa. L’idea che la dignità umana sia in un certo senso connessa all’agire, all’operare, al produrre, ci accompagna tutt’oggi, scardinando il tempo della riflessione alla volta di una freneticità operativa che diventa un diktat autoimposto, dove all’essere si sostituisce l’agire.

Se l’azione non c’è – se manca il lavoro – ecco che allora l’uomo è svuotato, privato, secondo questa logica, della sua stessa essenza.

Arbeit, spettacolo prodotto dal Teatro Bresci, con la drammaturgia e regia di Giorgio Sangati e la toccante interpretazione di Anna Tringali, parla esattamente di questo. Di come la questione del lavoro (e di quanto la sua presenza/assenza possa condizionarci la vita) sia un tema su cui riflettere, ieri come oggi – non a caso il termine “lavoro” è rimasto nella lingua (nel significato?) delle insegne naziste.

Vincitore del 2° Premio Assoluto e del Premio Miglior Attrice al Premio OFF 2013 del Teatro Stabile del Veneto diretto da Alessandro Gassmann, Arbeit non poteva che approdare sulla scena milanese attraverso gli intimi spazi di Isolacasateatro. Il clima familiare che si respira in questo prezioso luogo di interconnessioni artistiche e culturali funge, infatti, da cassa di risonanza al monologo di Anna Tringali, la cui voce, con le paure, la rabbia, il dolore e la speranza che questa veicola, risuona nella penombra della stanza.

Solo una sedia illuminata al centro di uno spazio vuoto, bianco. E Nicoletta, seduta a raccontare la sua storia, che poi non è soltanto la sua storia, ma quella di un’intera generazione di precari.

Racconta la normalità, Nicoletta, o meglio, ciò che è divenuto tale, che è considerato tale, che non stupisce più. Lavori che, se e quando si trovano, sono sottopagati, con orari impossibili, perché tanto c’è sempre qualcuno talmente disperato da accettare impieghi nelle peggiori condizioni. La flessibilità, dicono. Dove a diventare flessibile, fino a spezzarsi, sono i sogni e le speranze di chi, come Nicoletta, vorrebbe solo ritagliarsi il proprio piccolo spazio nel mondo.

È una ragazza di provincia, semplice, che ha conosciuto a sedici anni il suo grande amore e ce lo racconta con gli occhi che brillano e un profondo sorriso che dipinge sulle sue labbra il vivido ricordo di quel primo incontro. Poi la ricerca di un lavoro, per poter convivere con lui e costruirsi una vita insieme. Niente università, men che meno quelle facoltà umanistiche che poi ti fanno finire come Marco, ex compagno di banco di Nicoletta, con una laurea in filosofia, un tentativo fallito di carriera giornalistica e, alla fine, una corda intorno al collo. Ci vuole concretezza, dicono. Perché «la vita è il lavoro, e se non lavori sei morto».

E allora Nicoletta si rimbocca le maniche, lavora come parrucchiera, finché il negozio non fallisce a causa della crisi e dei servizi sottocosto offerti dai cinesi. Per far fronte a quella disoccupazione che significa vergogna, inabilità, incapacità, Nicoletta si butta in altri impieghi, sempre sottopagati, in ambiti che non le interessano e nei quali finisce anche per subire delle molestie. Ma non si arrende, vede il miraggio della villetta che con ancora un po’ di sacrifici lei e Cristiano riusciranno a comprarsi – aprendo un mutuo, ovviamente.

Lui non è da meno e lavora tutto il giorno, in cantiere, per accarezzare quel sogno semplice e normale di una casa tutta per sé, di una famiglia. Quello che invece non è normale è cadere da un’impalcatura perché si lavora di sera, senza protezioni, nonostante le intemperie. Quello che non è normale è perdere le gambe, giacere in un letto di ospedale e sentirsi dire che, visto che il lavoro era in nero e la copertura assicurativa inesistente, la villetta dei loro sogni potrebbe fungere da risarcimento.

Ed ecco Nicoletta, la forte Nicoletta, quella che passa i pomeriggi nella sala d’attesa della clinica per vedere il proprio uomo, quella che, nonostante le umiliazioni, la dedizione e l’accettazione di lavori precari, sa alzare la testa e dire di no. No a quella villetta regalata per pietà e per convenienza, per mettere a tacere l’accaduto, per fare finta, ancora una volta, che vada tutto bene così, che il lavoro, alla fine, renda liberi.

Quella che Nicoletta ci racconta mentre si torce nervosamente le mani è la storia di una dignità che va ripresa. È l’esistenza umana che non si limita a essere “capitale umano”, mercificazione degli individui. Sono quelle scarpe rosse che vogliono ancora camminare su un tappeto di emozioni e sentimenti. È l’amore, que lone love, one blood, one life che le note della famosa canzone degli U2 celebrano sul finale dello spettacolo come una sacralità da non profanare.

Un monito – che riesce a non sapere di retorica – per le nuove precarie generazioni a non lasciarsi mercificare, a restare umani, nonostante tutto.

Lo spettacolo è andato in scena
Isolacasateatro
Via Jacopo Dal Verme 16 – Milano
Venerdì 31 gennaio, ore 21

Arbeit
drammaturgia e regia Giorgio Sangati
con Anna Tringali
produzione Teatro Bresci

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