Derive psicoteatrali

Dopo una lunga traiettoria gravida di contaminazioni e riflessioni, ci ritroviamo, a otto giorni dall’inizio del festival, ad assistere con sempre maggiore consapevolezza a ciò che il Kilowatt vuole offrire alla città di Sansepolcro: un processo di condivisione dell’atto creativo inteso come strumento di confronto e messa in discussione dei vari modelli di inter-azione sociale, anche al di fuori delle pareti di scena.

A metà degli anni cinquanta, un gruppo di giovani artisti e letterati francesi di giovanissima età, figli intellettuali del più ampio tentativo dell’epoca di superare la settorializzazione della cultura già introdotto dal dadaismo di inizio secolo, cominciò a interrogarsi sul concetto di determinismo ambientale, dando così alla luce il movimento di avanguardia artistica meglio noto come il movimento lettrista. A partire dall’analisi della relazione tra uomo e territorio, dunque, i lettristi introdussero il concetto di psicogeografia, ossia lo «studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui». L’idea, portata avanti da Guy Debord e altri esponenti della cosiddetta Internazionale situazionista, era quella di “giocare” (anticipando di quasi sessant’anni il recente concetto di “gamification” o “ludicizzazione”, definito come l’uso di elementi tipici del mondo del gioco e del game design in contesti non ludici al fine di coinvolgere maggiormente un dato target nelle attività di un sito o di un servizio facendo leva sulla stimolazione di alcuni istinti primari quali, ad esempio, la competizione) con lo spazio cittadino al fine di decostruire il discorso egemonico dell’architettura, vista qui come espressione della volontà della classe dominante. A tale fine, Debord introdusse l’esercizio della deriva, un passaggio “disinteressato” e “scardinato” all’interno dei territori artificiali creati dall’uomo: «Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari».

A distanza di settant’anni, l’Associazione Craft –in collaborazione con il POLIMI DESIS Lab del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano e all’interno del progetto di ricerca Tango-Down Athena, Il teatro come hackeraggio del mito urbano– sembra voler ripetere gli esperimenti di psicogeografia dei lettristi, portando sul palcoscenico del Kilowatt Festival 2021 Architettura della disobbedienza, una «performance immersiva e interattiva» firmata da Francesco Fassone (ideazione), Emiliano Bronzino (regia) e Fabrizio Sinisi (drammaturgia). Scopo dell’opera polimorfa, quello di ribaltare il mito urbano della polis per eccellenza, sostituendo l’ulivo piantato dalla Pallade in cima all’Acropoli con un altro elemento, tentando così di riprogrammare il mito tramite l’hackeraggio del significato culturale stesso della città occidentale e del suo inconscio collettivo.

Chiamati a percorrere un percorso in prima battuta multimediale e, in seguito, più artigianale, gli spettatori «vengono guidati da una performer ad intraprendere un viaggio ad occhi chiusi, il cui obiettivo è la visualizzazione di una città generata dalla somma delle immagini prodotte dalla mente di tutti i partecipanti». Seguendo un “metodo” molto preciso, per il quale ogni astante dovrà assumersi un ruolo nella creazione di queste «città possibili» nascoste negli interstizi del tessuto urbano in cui viviamo (interstizi che ospitano l’altra città, quella imprevedibile, impronosticabile), Architettura della disobbedienza si propone di interrogarsi «sulle discrepanze che vengono a crearsi tra l’immagine istituzionale e mediatica dello spazio urbano contemporaneo e la percezione soggettiva che ne hanno gli abitanti», offrendo di fatto una deriva psicogeografica, seppur tutta mentale, ai presenti.

Paradossalmente, però, e nonostante il titolo roboante, la passeggiata nell’immaginario condiviso dagli sconosciuti presenti in sala non sembra avere alcun tipo di carattere sovversivo, anzi. La “disobbedienza” guidata dalla voce di Maria José Revert e incasellata in regole e metodi di studio più vicini al mondo accademico che a quello teatrale sembra non curarsi minimamente di ciò che viene dopo l’articolazione della promessa di indagine e creazione di una città collettiva, dando l’impressione che a contare non sia tanto il contenuto e i risultati dell’atto generativo, bensì il mero senso estetico della frase, mormorato con troppa certezza per un lavoro di ricerca dalle comode sedute di una manciata di poltrone.

Più articolato e maturo, nonostante alcune problematiche di intensità e timbro vocale che non convincono del tutto, risulta essere lo spettacolo di chiusura della giornata di venerdì, l’eloquente Vomito di Lorenzo Terenzi (membro della compagnia Teatro Artigianale). Partendo da un concetto scenico relativamente semplice («Una testa parlante vomita tutto quello che pensa e che noi non diciamo per timore di essere giudicati, dando vita ad una parabola tragicomica in cui lo spettatore si identificherà sempre di più riconoscendo paure, desideri e voglie di cui, forse per superficialità, non era a conoscenza»), Terenzi riesce a costruire uno degli spettacoli più “fastidiosi” per tematiche e cifra stilistica di questa edizione del Kilowatt di Sansepolcro. Rigurgitando con veemenza una lunga serie di provocazioni volutamente affatto politically correct, il mostro che si espone agli sguardi e alle critiche del pubblico rappresenta in modo efficace il livore intergenerazionale generato e non creato dal tentativo (in larga parte riuscito) del realismo capitalista di spazzare via il concetto (e con esso la lotta) di classe e ottenere così un’omogeneizzazione sociale in cui tutti (ma principalmente i poveri, e quindi quasi tutti) si sentono legittimati a prendersela con tutti (sempre gli stessi poveri di cui sopra, bambini inclusi) in mancanza di un chiaro nemico da additare (dicasi padrone/i).

Nel mondo, detto con le parole del filosofo politico contemporaneo Mario Tronti, «della tecnologia avviata a esiti postumani, della comunicazione al posto del pensiero, dell’individuo senza persone, della massa senza popolo e del popolo senza classe», i deserti beniani a cui si rivolge Terenzi non riescono nemmeno più a parlarsi tra di loro, incastrati come sono in scatoloni fatti di pregiudizi e riflessioni onanistiche, figuriamoci organizzarsi e cogliere una chance rivoluzionaria. Toccando ad uno ad uno tutti i nervi scoperti della società benpensante contemporanea, Vomito riesce a mettere in crisi lo spettatore, offrendo uno specchio della realtà individuale che, tramite scelte testuali ben calibrate e volutamente non troppo squilibrate verso l’uno o l’altro capo della dualità umana, non assolve mai il singolo dalla “colpa” di essere, appunto, soggetto contraddittorio, capace di gloria e di infamia, atti di amore spassionato e gesti di odio viscerale, lasciandoci tutti a tu per tu con il nostro, di rigurgito.

La conclusione dello spettacolo, poi, si configura come una sorta di rituale psicomagico che, basandosi sull’intero corpus di simboli messi in scena fino a quel momento, si erge a strumento di guarigione capace di trascendere le resistenze mentali, parlando direttamente al subconscio, senza interferenze logiche, verbali o, appunto, moraleggianti (con buona pace dei benpensanti).

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Kilowatt Festival
location varie, Sansepolcro (AR)
venerdì 23 luglio

ore 19:15
Palazzo Aloigi Luzzi
Architettura della disobbedienza
ideazione Francesco Fassone
drammaturgia Fabrizio Sinisi
regia Emiliano Bronzino
con Maria José Revert, Daniele Timpano
creazione e messa in scena Emiliano Bronzino, Francesco Fassone, Maria Josè Revert
consulenza scientifica Dipartimento di Design del Politecnico di Milano
collaborazione alla creazione Elisabetta Maniga
direzione tecnica Elia Iachetti

ore 22:40
Chiostro San Francesco
Vomito
ideazione, regia, interpretazione Lorenzo Terenzi

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