Il Bianco e il Nero, l’Altro, la Famiglia e l’invasività delle trasformazioni industriali per la seconda giornata di Colpi di Scena.

La giornata è inaugurata dalla tavola rotonda Parliamo del nostro presente, un incontro – a cura di Renata Molinari e “monitorato” dalla redazione di Teatro e Critica – con le compagnie ospiti di Colpi di Scena chiamate a rispondere su interrogativi capitali come “Con chi parliamo? Chi ci parla, chi parla di noi?”. Lodevole nelle intenzioni, la tavola rotonda che, per definizione dovrebbe permettere il confronto tra i partecipanti e tra partecipanti e il pubblico su argomenti noti in anticipo in maniera tale da favorire un dialogo “informato”, si è invece risolta in una sorta di restituzione unilaterale delle risposte già date dagli artisti preventivamente via email, intervallate dai corposi commenti della studiosa, dramaturg e docente teatrale.

Il fronte spettacolare è poi iniziato nel primissimo pomeriggio con l’eccellente Black Dick, un sagace e incalzante monologo di e con un sontuoso Alessandro Berti che ha attraversato stereotipi e archetipi su cui si struttura l’immaginario legato all’uso strumentale del corpo dei maschi neri da parte dei maschi bianchi. Non ci inoltreremo sulle vicende specifiche che l’interpretazione di Berti offre come exempla per denunciare la reificazione e l’alienazione a cui la deriva eurocentrica bianca ha sottoposto l’esistenza dell’essere umano nero e donna, tantomeno sulle modalità critiche attraverso le quali provoca e smaschera i processi di omologazione insiti in fenomeni culturali ormai perfettamente “digeriti” dall’industria cultural – «dalle colonie ai trionfi nello sport, dallo schiavismo ai linciaggi, dalla musica alla pornografia» – o sui riferimenti chiamati a “testimoniare” a favore della propria tesi (Gloria Jean Watkins, Cornel West, James Baldwin). Lasciando il piacere di scoprire autonomamente l’incedere di Black Dick «tra conferenza, confessione, stand up comedy, narrazione sarcastica e concerto», l’operazione di Berti rappresenta in maniera efficace un pezzo “classico” nella forma, ma pienamente contemporaneo nei contenuti, una proposta teatrale capace di radicarsi nelle dinamiche e nei processi del XXI secolo senza patire in alcun modo l’ansia intellettualistica della deflagrazione disciplinare e comunque in grado di inserirsi artisticamente negli antagonismi irrisolti dei rapporti reali, nonché nelle carenze e nelle contraddittorietà interne all’esistenza.

Ben altra caratura, invece, è stata mostrata dal secondo e dal terzo spettacolo, rispettivamente Gli Altri – Indagine sui nuovissimi mostri e Adam Mazur e le intolleranze sentimentali.

Il primo è l’esito di una indagine teatrale di Kepler-452 sul fenomeno degli haters per problematizzare la questione relativa a «Chi sono gli Altri?». Come se non bastasse, il pretesto “social” vuol dar forma a qualcosa di ancora più ambizioso nel momento in cui innesta sulla riflessione socio-ideologica, anche quella artistico-metateatrale: «Noi teatranti dedichiamo molte energie a raccontare quella che ci pare una verità evidente: che coloro che tipicamente sono percepiti come altri (stranieri, senzatetto, persone LGBT+…) non devono essere considerati una minaccia». La compagnia bolognese presenta dunque, almeno pare di capire, la prima puntata di un possibile format dedicato alla «Indagine sui nuovissimi mostri» con cui «si propone di contattarli e di tentare un dialogo all’apparenza impossibile». L’esito scenico è una sorta di «reportage teatrale che è anche una performance video-acustica condotta dal vivo e online». L’intenzione è dunque di di «spingerci oltre il giusto sgomento: là dove anche la follia del razzismo e del fascismo possono essere ascoltate, col coraggio del confronto e senza rinunciare alle proprie idee». Lo sguardo di Kepler 452 intende insomma guardare artisticamente in direzione di fenomeni tipici della contemporaneità proclamando la propria imparzialità attraverso la paradossale denuncia della propria “compromissione”. Noi guardiamo Loro, ma sapendo benissimo che a essere messa in discussione è innanzitutto la categoria del Noi.

Lo spettacolo si apre e chiude sulle celebri immagini della violenta contestazione a Carola Rackete nel momento dello sbarco della Sea-Watch 3 e del suo arresto a Lampedusa sotto una pioggia di insulti sessisti provenienti, in particolare, dal pizzaiolo isolano Mario Lombardino. Nel “mezzo”, il performer mostra quanto sia complesso ripetere quelle stesse frasi per “noi” («spero che ti violentino ‘sti negri», ecc), racconta un aneddoto relativo al manifestarsi della propria disregolazione emotiva durante un aperitivo con una amica a Bologna, concede un intervallo in cui “autorizza” per 5 minuti lo scrolling da smartphone e svela la chiusura in cui finalmente riesce a mostrare e commentare la telefonata intercorsa con Lombardino. La scoperta che anche Lombardino sarebbe stato un “immigrato” (da Lampedusa e Milano), del suo “lacerante” vissuto familiare, dei problematici rapporti con la famiglia della compagna (il padre gli avrebbe fatto pesare la differenza di status tra lui, proletario, e loro, benestanti imprenditori del settore dell’abbigliamento), sarebbe così l’epifania, una scoperta sensazionale e inimmaginabile, solo annunciata dalla sostanziale “normalità” del canale Facebook del pizzaiolo (foto della figlia e cuoricini a commento).

Il ritorno a una visione ingenuamente etnocentrica di spaccati sociali “adeguatamente” selezionati è sconfortante per come palesa – nella continua ricerca del sarcasmo – l’arroganza di un’intenzione artistica che è banale non solo o non tanto in relazione all’aver scoperto l’acqua calda («collocare le diversità in facili categorie è tossico e pericoloso»), ma soprattutto nell’auto-celebrarsi attraverso una disarticolazione performativa che solo maldestramente nasconde profonde lacune recitative nell’atteggiamento gigioneggiante dell’attore bolognese.

L’autocompiacimento catartico di chi vede nella propria autorizzazione il fulcro dell’inclusione dell’alterità a una norma (alterità di cui non riescono minimamente a problematizzare la presunta “distanza”) e la prosopopea progressista tipica di tempi in cui alla devastante crisi dei diritti sociali e del lavoro corrisponde – non a caso – lo sprofondare dei partiti e dei movimenti di sinistra a favore dei cosiddetti “sovranismi”, completano il quadro di un allestimento preoccupante, ma purtroppo non sorprendente.

Andato in scena nel prezioso Teatro Goldoni di Bagnacavallo, Adam Mazur e le intolleranze sentimentali è invece uno spettacolo discutibile nella forma e poco comprensibile nello sviluppo e finanche nelle intenzioni.

Un uomo (che dà il titolo alla pièce) torna nella propria città dopo esser stato via per vent’anni. Scappato che era un ragazzino vi fa ritorno (da famosissimo scrittore) perché, dopo il parziale fiasco del suo ultimo libro, l’editore lo ha costretto a scrivere un’autobiografia. Nonostante il viso non sia mai stato fotografato e, di conseguenza, il suo aspetto sia ignoto, Adam Mazur è un nome celebre nell’albergo a ore in cui andrà ad alloggiare perché è quello scelto da tutti gli stranieri che non intendono fornire le proprie autentiche generalità. «In quel luogo oscuro e trascurato, tra carta da parati ammuffita e puzza di fumo», Adam scopre che la madre è una baldracca, che il padre ha cambiato sesso ed è una prostituta giapponese, nonché amica della madre, e che ha una sorella che, a sua volta, è il gestore (maschio) dell’hotel. La scoperta di Adam, quella del padre (dell’esistenza di una figlia) e quella della madre (che ignorava le identità della collega e del datore di lavoro) chiudono poi il cerchio su una scena di vomito collettivo (figurato).

L’impostazione forzatamente grottesca nelle recitazioni, la densità pseudo-naturalistica di una scenografica che colloca gli ambienti in cui si svolge la scena sulla profondità tridimensionale del palco (l’ingresso dell’hotel, la camera da letto e due ulteriori stanze non precisate dove i tre dell’hotel sono soliti riunirsi) e la linearità dello sviluppo narrativo non bastano però a motivare scenicamente la supposta intolleranza familiare provocata da «quello che non possiamo controllare», nel caso specifico dalla scoperta «che per quanto possa scappare e nascondersi dal passato, non riuscirà mai a liberarsene del tutto, perché alcuni legami sono intrinsechi, viscerali, cronici, ereditari. E di certo non sono i chilometri e i nascondigli a proteggerci».

Per l’ultimo spettacolo la comitiva di Colpi di scena si sposta al Teatro Socjale di Piangipane. Con Mille anni o giù di lì il livello scenico, attoriale e, soprattutto, drammaturgico sale vertiginosamente. Struggente nell’interpretazione della voce narrante, Luigi Dadina compone con Davide Reviati e Laura Gambi un testo raffinato ed equilibrato nel restituire in prosa immagini colme di tragico lirismo. Dal racconto «di sei giorni, che un uomo […] seduto dietro a un tavolo, chiuso in una stanza, dipana davanti a una porta finestra, un balcone, un prato, i vicini: in una periferia di piccole palazzine, tutte uguali» prendono forma – anche in una suggestiva ottica metateatrale – paesaggi urbani di solitudine post-industriale, atmosfere claustrofobiche di una provincia devastata dall’invasione petrolchimica, la deriva esistenziale di chi tenta di compensare l’abisso interiore con alcool ed eroina, la disperata ricerca di condivisione di un’esistenza reclusa tra le proprie mura.

L’intimità spezzata dal sistema sociale ed economico, la cultura della morte nascosta dietro il linguaggio burocratico delle relazioni ambientali “tecniche”: il monologo è carico di pathos, trasuda sofferenza e ammicca alla follia nel momento in cui rivela uno scorcio crudo e terribile della vita della periferia di Ravenna tra il petrolchimico dell’ANIC e il suo “condominio”.

Tra il continuo viavai di “strani” camion, i fumi delle ciminiere che non smettono di uscire e gli alberi marchiati dell’A di anarchia tutti attorno tagliati, il conforto delle poetesse zingare Bronislawa Wajs e Mariella Mehr si materializza nelle belle immagini proiettate sul telo trasparente che copre la scena e che «sono i video delle tavole di Reviati intarsiati dalla voce di Elena Bucci: una natura di animali selvatici, lupi, ragazzi, bambini scomparsi, zingare che predicono il futuro, spiriti liberi, inquietudini devastanti».

Il nervosismo della performance slitta tra perdita di identità ed esposizione di stati d’animo, mentre come un flusso inarrestabile che prova a contrastare l’horror vacui di una vita ormai insensata rimangono il racconto e la perturbante presenza di Francesco Giampaoli che «pesa, scompagina e anima il racconto con il suono del basso».

Se le singole partiture sono di stupefacente qualità, qualcosa stride a livello di spartito complessivo. L’operazione culturale è infatti degna di plauso per come accosta contestualizzazione poetica e profondità storica, ma la sintesi teatrale non appare ancora del tutto compiuta e il lungo e potente monologo sembra destinarsi a sfociare nell’operazione di testimonianza, anziché in quello dell’incontro ermeneutico.

Colto e, a suo modo, documentato, Mille anni o giù di lì è un’operazione perfettamente riuscita dal punto di vista culturale, ma che sembra correre il rischio latente dell’ennui da quello prettamente teatrale per i troppi dettagli lasciati impliciti o nell’eccessiva ombra dell’allestimento, almeno per chi, come immaginiamo essere la maggioranza del pubblico, non edotto della vicenda biografica che lega i tre protagonisti («Luigi Dadina, attore del Teatro delle Albe, con Davide Reviati, fumettista, e Francesco Giampaoli, musicista. Tutti e tre legati, per storia familiare, al petrolchimico dell’ANIC e al suo Villaggio»).

Riceviamo da Gianni Vastarella un messaggio relativo allo spettacolo Adam Mazur e le intolleranze sentimentali con cui segnala «che non è stato specificato che il nostro lavoro è stato presentato in forma di anteprima, visto che è un'opera ancora in fieri, credo sarebbe corretto specificarlo».

Gli spettacoli sono andati in scena durante Colpi di Scena – Sguardo nel Contemporaneo
location varie
01/10/2021

Teatro San Luigi
Black Dick
bugie bianche capitolo primo
uno spettacolo di e con Alessandro Berti
cura Gaia Raffiotta
fotografie Daniela Neri
una produzione Casavuota
con il sostegno di Gender Bender Festival
e l’aiuto di Teatro comunale Laura Betti – Barfly il teatro fuori luogo – Opera Prima Festival – Ogni casa è un teatro

Teatro Testori
Gli Altri – Indagine sui nuovissimi mostri
un’indagine teatrale di Kepler-452
drammaturgia e regia Nicola Borghesi e Riccardo Tabilio
ideazione tecnica Andrea Bovaia
coordinamento Michela Buscem
in scena Nicola Borghesi
con il contributo di Emilia-Romagna Teatro Fondazione
con il sostegno di L’Arboreto – Teatro Dimora, La Corte Ospitale – Centro di Residenza Emilia-Romagna, Agorà/Unione Reno Galliera

Teatro Goldoni, Bagnacavallo
Adam Mazur e le intolleranze sentimentali
di Gianni Vastarella
con Gabriele Guerra, Roberto Magnani, Pasquale Palma, Valeria Pollice
assistenti alla regia Giuseppina Cervizzi, Vincenzo Salzano
collaborazione alla drammaturgia Valeria Pollice
organizzazione Ilenia Carrone
regia Gianni Vastarella

Teatro Socjale, Piangipane
Mille anni o giù di lì
con Luigi Dadina e Francesco Giampaoli
voce Elena Bucci
ideazione Luigi Dadina, Davide Reviati
drammaturgia Luigi Dadina, Davide Reviati, Laura Gambi
immagini e video Davide Reviati
musiche Francesco Giampaoli
regia Luigi Dadina
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

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