Atto senza parole. Apogeo beckettiano: ovvero, la vita esiste ma non posso viverla.


Dopo l’interpretazione de L’ultimo nastro di Krapp, Glauco Mauri appare nella ripresa video di Atto senza parole di Beckett.

Atto senza parole rappresenta a tutti gli effetti l’apogeo dell’impossibilità raffigurativa di Beckett: la profonda incomunicabilità che separa l’uomo dalle cose del mondo, la sua voglia di possesso soggettivo – dall’indifferenza algida e tombale – degli oggetti che lo circondano, vittime della loro stessa staticità.
Il protagonista, proiettato in una dimensione alienante e indistinta (che potrebbe far intendere di trovarsi nella sua stessa autocoscienza), in una spazialità neutra e senza punti di riferimento, tenta ironicamente il suicidio, non riuscendoci per via del dispettoso atteggiamento degli oggetti intorno a lui, che si divertono a sottrarsi al suo comando.

Come suggerisce lo stesso Mauri, non è che Beckett neghi l’esistenza materiale delle cose, ma denuncia l’assoluta incapacità dell’uomo di servirsene a piacimento, incappando senza sosta nel diniego – che sfiora in certi momenti il tragicomico – quasi infantile degli oggetti, nel sottrarsi ai capricci malsani dell’uomo. Le cose esistono, ma non posso vivere in funzione della volontà umana; non posso rimanere inerti a vedere l’uomo distruggersi o elevarsi, avendo anch’esse una vita propria, un’autonoma capacità critica che permette loro di superare il proprio dinamismo rifugiandosi nella stasi o viceversa.

Atto senza parole ricostruisce satiricamente, con accenti quanto mai grotteschi, che ricordano da vicino le prime comiche cinematografiche e il parossismo gestuale d’avanspettacolo, l’insuperabile disagio di un’umanità che non riesce a rapportarsi concretamente con ciò che la circonda.

Non si tratta tanto di un oggettivismo avulso dalla storia – al quale molti critici hanno ridotto il messaggio beckettiano – ma di qualcosa di più profondo e indicibile, e cioè la cronica inabilità a riutilizzare – progressivamente – la bellezza insita negli oggetti, nella poesia del mondo, per arricchire e migliorare la condizione umana. La morale è che l’uomo strumentalizza gli oggetti solo per danneggiarsi, come decretava dal podio il barbiere ebreo Chaplin ne Il Grande Dittatore.

Ed è proprio questa radicale impossibilità di vivere (che deriva esattamente dalla sua incapacità di utilizzo razionale e ponderato degli oggetti e, quindi, della conoscenza sociale che vi è insita) che ne certifica l’inevitabile morte.

L’uomo ha sete: ecco l’acqua. Ma appena le si avvicina, scompare. Ha fame: ecco il cibo. Ma appena tenta di addentarlo, sublima. Vuole ripararsi dal sole sotto una palma, ecco che la palma abbassa i rami e se ne va. Ed è in questo eterno miraggio che è la vita, che l’uomo prende coscienza dell’assoluta impalpabilità dell’esistere, dell’inconsistenza precaria di ogni suo gesto.

Se è vero che tutto lo sforzo di Beckett, ma prima di lui di Brecht, è stato quello di tenere dialetticamente insieme soggettività e oggettività, coscienza e atto, emozione e ragione, follia e calcolo, al fine di enucleare una legge indecifrabile che decripti l’animo umano, è altrettanto vero che questo impegno è destinato a fallire miseramente. Non è possibile unificare vita ed esistenza, se non dopo aver compreso come la tenace paura del sopravvivere influenzi la natura e il divenire stesso delle cose, la precarietà degli strumenti che potrebbero alleviare le sofferenze dell’uomo, ma che in realtà non fanno altro che delineare una spasmodica attesa di qualcosa che non arriverà mai (come mostra in modo ineccepibile Aspettando Godot), costringe
ndo l’umanità a rinunciare alla lotta primaria per soddisfare i suoi più intimi desideri.

Atto senza parole è l’apogeo del beckettismo proprio perché esibisce una vita “nuda”, totale e assoluta ma praticamente invivibile, in un certo senso irrappresentabile, riducendo la complessità organica dell’uomo a una precisa, calcolabile datità, alla ricerca di un benessere astratto inconciliabile con il suo erotismo creativo, imprigionandolo nell’avvento segreto di una risoluzione finale che riordini ciò che non può essere riordinato, che elimini finalmente il caos dall’atto umano.

Il video è stato proiettato:
Teatro Valle
via del Teatro Valle 21 – Roma
lunedì 22 Marzo

Atto senza parole
di Samuel Beckett
con Glauco Mauri
ripresa video dello spettacolo diretto da Enrico D’amato nel 1967
regia televisiva di Luigi Di Gianni

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