Storia di un’individuazione femminile

Al Fringe Festival 2019 va in scena Attòrta, esperimento immersivo di Riccardo Brunetti per attrice sola, un formato inedito e sperimentale rispetto ai monumentali allestimenti di La Fleur e Augenblick – L’istante del possibile.

Il teatro immersivo interagisce col pubblico, sulla scorta delle innovazioni soprattutto britanniche. Naturalmente non si tratta di cosa del tutto nuova, al di là della sua evoluzione dalle esplorazioni scaturite negli anni sessanta, con l’avvento dei teatri in cantina e degli spazi non ortodossi, ma di una rinnovata originalità strutturatasi all’interno di un respiro (finalmente) europeo della drammaturgia di casa nostra, come lucidamente ricordatoci dallo stesso Brunetti in una intervista a margine della ripresa di Augenblick  al Teatro Studio Uno di Torpignattara. Questa linea di ricerca oggigiorno è giustificata dalle esperienze sempre più coinvolgenti dei videogame, dall’esposizione continua e integrata a più media, dalla disposizione sinestesica chiesta al fruitore.

Ma veniamo alla pièce. In Attòrta una giovane donna meridionale ci accoglie in casa. La cucina è arredata con mobili di vecchia foggia: un tavolo da pranzo, un frigo, una poltrona. La TV trasmette conversazioni familiari, quasi a voler mostrare agli ospiti l’album dei ricordi. Con i contributi video siamo introdotti al conflitto in scena, riguardante il proprio tramandato ruolo di donna, tutto da far coincidere con una modernità che offre legami laschi, provvisori. Messaggi via telefonino, inviati e ricevuti in tempo reale, indulgono a una comunicazione facilitata che però non rende altrettanto facile essere amati.

La solitudine si fa sintomo nei problemi alimentari. Il cibo (prepararlo, mangiarne, offrirlo agli ospiti, farne un segno d’amore) è allo stesso tempo sia regressione a un nostalgico stato infantile, che individuazione femminile, ma senza un uomo a cui farne dono. Preparare cibi al di fuori dalla tradizione (ci viene offerto plum-cake con avvolto del salame), può essere un modo di affrancarsi dall’eredità familiare cercando una nuova via del gusto, ma anche un modo di amare e di essere amati, senza un modello rassicurante per la sua promessa di stabilità.

Parte del pubblico è coinvolto nel fare una torta: grattugiare l’arancia, misurare il cacao, impastare. Al momento di infornare però, la preparazione subisce uno scacco. È come se nella protagonista, la bambina e la donna confliggessero, inibendosi un desiderio autentico che non sia quello della propria madre. Lo svincolo – malgrado aver lasciato la famiglia – si rivela così impossibile.

Tolte le maschere dell’anonimato degli allestimenti precedenti, impedita la possibilità di montaggio individuale (data la linearità della narrazione) e resala dipendente dagli umori del pubblico, ai cui interventi spontanei sono demandati in maniera eccessiva sia la tenuta, sia il ritmo spettacolare, l’immersione avvicina alla sensazione di partecipare a un work in progress (almeno in parte, Attòrta effettivamente lo è) in cui il pubblico è parte integrante, tuttavia il nucleo drammatico stenta a farsi “carne”. L’esperimento – malgrado la minuzia e la generosità con cui è offerto – si ferma all’impasto tra sipari monologanti, giocosi momenti espressivi col pubblico e incursioni video suggestive, sì, ma che rischiano di spezzare la tensione narrativa, sostenendo a fatica lo sforzo di continuità della performer. Il disagio della protagonista, contaminato da contributi del pubblico per necessità anonimi e appena abbozzati, rischia di rimanere un malessere omeopatico, piuttosto che una trama destinata a esplodere, ad accedere a un’ombra metafisica, a testimoniare un’epoca.

La strada espressiva che Brunetti e Avella lasciano intravedere è certamente suscettibile di sviluppi interessanti, a patto di considerare che il pubblico mangia e beve prima di tutto la carne e il sangue dell’attore, il suo corpo di parola, nel qui e ora di una liturgia teatrale. Si può dire a oggi che il progetto sia riuscito a metà, allo stesso modo della protagonista imprigionata a metà di un guado, in una cucina che prende a modello il “materno” senza ancora aver guadagnato quello di donna.

Non basta arrotolare salame attorno a un plum-cake per creare una pietanza omogenea e drammaticamente “velenosa”, con una propria anima. Si tratterà sempre di un plum-cake con attorno una fetta di salame. È quello che – pur con le migliori intenzioni – è rimasto Attòrta, a testimoniare come molti gustosi ingredienti non sempre riescano a fare un piatto teatrale.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Roma Fringe Festival 2019
Teatro Garbatella

Piazza Giovanni da Triora 15, Roma
giovedì 24 gennaio 2019, ore 17,30 e 19,30

Attòrta
drammaturgia Riccardo Brunetti e Anna Maria Avella
performer Anna Maria Avella
tecnica e set-up Project xx1
video Simone Palma
costumi Sandra Albanese
foto Ilaria Giorgi
staff Azzurra Lochi, Emiliano Trimarco, Paola Caprioli
locandina Sicomoro
regia Riccardo Brunetti

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