Danza e genetica: l’improbabile connubio?

Il Teatro Comunale di Ferrara ospita la nuova enigmatica creazione di Wayne McGregor, Autobiography, una singolare esplorazione del rapporto tra arte e scienza.

Wayne McGregor da anni lavora come coreografo mettendo in scena performance che si interrogano sulla vita «lavorando creativamente con e attraverso il corpo» e ama contaminare le proprie opere con elementi tratti da una grande varietà di differenti campi artistici e scientifici.
Nella sua ultima opera McGregor prende le mosse dal paradosso filosofico dell’essere senziente che cerca di impossessarsi delle istruzioni per il proprio assemblaggio, per spingersi ad esplorare – o forse a creare – il rapporto tra danza e genetica. Realizza così ventitré capitoli – come il numero delle coppie di cromosomi umani – che racchiudono memorie, documenti e frammenti della propria vita, reinterpretati attraverso la danza. A ogni replica, lo spettacolo viene riassemblato da un algoritmo informatico basato sul codice genetico dell’autore, che stabilisce in modo randomizzato con quali scene, in che ordine e con quali interpreti la pièce verrà rappresentata. Si crea in tal modo uno spettacolo nuovo e unico a ogni replica – l’algoritmo stesso ne garantisce l’irripetibilità – così come le infinite combinazioni delle quattro basi nucleotidiche nel DNA rendono impossibile generare due essere umani uguali. E si ricorda, in parallelo, come le infinite combinazioni delle scelte della nostra esistenza rendono ogni storia diversa dalle altre: lo spettacolo è non solo un’autobiografia, ma diventa metafora della «vita, che riscrive se stessa ogni volta».
La scenografia in Autobiography è ridotta al minimo, lo spazio oscuro e spoglio è illuminato da gelidi neon azzurri, che ricordano l’asettica luce di un laboratorio. Un’essenziale struttura composta da un ripetersi di piramidi metalliche delimita in alto lo spazio e a tratti si abbassa sui danzatori invadendo il palco in modo sottilmente inquietante. La scena fumosa crea un’atmosfera dai contorni indefiniti, incerti, forse a rappresentare quell’indeterminazione di cui la stessa genetica, e in generale la scienza, è immancabilmente intrisa; qualcosa che, nonostante tutto, sfugge all’umana comprensione.
Le musiche si succedono in modo discontinuo ed eterogeneo, da suoni della natura come scrosciare d’acqua e cinguettii di uccelli, a sonorità elettroniche, a ritmi africani che rimandano al ritmo vitale del cuore, alle note classiche di Corelli, cogliendo ogni volta lo spettatore alla sprovvista. La stessa eterogeneità delle fisionomie dei ballerini – tratti nordici e mediterranei, africani e asiatici – sembra voler ricordare nuovamente le infinite possibilità della vita, dal mondo microscopico del DNA, a quello macroscopico degli esseri viventi.
Così come le musiche, le eccezionali coreografie, che rapiscono lo spettatore per la vibrante energia e l’elevato livello tecnico, si susseguono apparentemente senza un filo conduttore: gesti precisi e definiti che rimandano – chissà – al determinismo scientifico, si alternano a movenze convulse e caotiche, allusioni all’istintualità e alla complessità della vita.
Si percepisce nella pièce un continuo parallelismo tra ciò che è ineluttabilmente prestabilito da combinazioni geniche a livello microscopico e le innumerevoli possibili combinazioni di fattori che determinano l’esistenza a livello macroscopico. C’è tuttavia qualcosa di impenetrabile che sfugge alla nostra intelligenza e che è fonte della complessità ed imprevedibilità della vita, così come apparentemente insignificanti mutazioni genetiche possono essere fonte di malattia, ma anche di continua evoluzione della specie.
Certo è che Autobiography presenta una tale rielaborazione e astrazione dei contenuti di partenza da rendere difficile, se non impossibile, afferrare ciò che viene rappresentato; gli stessi titoli delle 23 capitoli hanno un che di enigmatico – da Avatar, a Random, a Three scenes – che elude il tentativo di comprendere e stuzzica la curiosità dello spettatore.
Permane la sensazione di un’opera spesso fredda, cerebrale, un complesso documentario autobiografico raccontato con occhio distaccato – oppure un viaggio onirico nei meandri neuronali dell’autore -, dove si sollevano quesiti ai quali non si offrono risposte. È un’opera che conquista la mente più che il cuore, ma è comunque impossibile non rimanerne intrigati.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Comunale Claudio Abbado
Corso Martiri della Libertà, 5 – Ferrara
domenica 5 novembre, ore 18

Autobiography
Company Wayne McGregor
ideazione e direzione Wayne McGregor
coreografia Wayne McGregor in collaborazione con i danzatori
con Rebecca Bassett-Graham, Jordan James Bridge, Travis Clausen-Knight, Louis McMiller, Daniela Neugebauer, Jacob O’Connell, James Pett, Fukiko Takase, Po-Lin Tung, Jessica Wright
musica originale Jlin
scene e proiezioni Ben Cullen Williams
drammaturgia Uzma Hameed
design luci Lucy Carter
design costumi Aitor Throup
co-prodotto da Studio Wayne McGregor; Sadler’s Wells, Londra; Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; Edinburgh International Festival; Festspielhaus St. Pölten; Carolina Performing Arts at The University of North Carolina at Chapel Hill; Movimentos Festwochen der Autostadt in Wolfsburg
co-commissionato da West Kowloon Cultural District, Hong Kong; Festival Diaghilev. P.S., St Petersburg; Centro Cultural Vila Flor, Guimarães; Seattle Theatre Group (musica); Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance, London
partner scientifici Wellcome Trust Sanger Institute, EMBL – European Bioinformatics Institute, Connecting Science – Wellcome Genome Campus Public Engagement, Wellcome Genome Campus Society of Ethics Research, University Medical Centre Utrecht
durata 80 minuti senza intervallo

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