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Michela Di Mario incontra Barabara Toma

«Non esiste teatro senza danza, non esiste danza senza teatro. Non sono separabili, sono la stessa cosa», ad affermalo è Barbara Toma, danzatrice, coreografa e direttore artistico della XII edizione dello Short Formats, Festival Internazionale della Danza Contemporanea. «Possiamo dividere le cose nel senso che chi fa prosa si concentra di più sulla parola e chi fa danza si concentra di più sul corpo, ma non vedo differenza. Forse l’unica è che la danza è più accessibile, più internazionale: è un linguaggio comune a tutti».


immagine tratta da barbaratoma.com

Che cos’è Short Formats?
Barbara Toma
: «Un festival di danza contemporanea ideato per presentare solo pezzi di durata breve. Quest’anno ho voluto attribuirgli un sottotitolo che è running out of culture, riferito al principale tema del momento, cioè quello della crisi che investe il nostro Paese e che, in questo caso, è soprattutto culturale».

Parlaci del programma della manifestazione.
B. T.
: «Ho scelto spettacoli che, secondo la mia opinione, sono legati al tema del Festival, che è nato partendo dalla crisi ed è diventato: “A cosa serve finanziare un Festival di danza? A cosa serve finanziare la cultura? A cosa serve danzare o guardare chi fa danza?”. Gli artisti che propongono questi spettacoli, tutti molto onesti e coraggiosi, si pongono le stesse domande e, a volte, ci forniscono risposte. Non rimangono quindi chiusi nel loro mondo, non ballano per loro stessi e propongono delle produzioni comunicative, ossia accessibili a tutti».

Com’è considerata la danza nel nostro Paese? Esiste una cultura della danza in Italia?
B. T.
: «Esiste una cultura del balletto, esiste una cultura della danza moderna – ma la danza contemporanea è ancora tutta da scoprire. Non c’è formazione adeguata per chi vuole fare questa professione né per il pubblico e manca la giusta attenzione. Insomma è la Cenerentola delle arti, una disciplina invisibile. Io sono invisibile così come tutti i miei colleghi. E, come in tanti altri settori, c’è una pazzesca fuga di talenti verso l’estero».

Possiamo dire che Short Formats ha come finalità anche quella di divulgare, di aprire questa dimensione a un pubblico più ampio?
B. T.
: «Assolutamente, per me è la cosa più importante. Bisogna abbandonare l’idea che la danza e il teatro siano riservati a un pubblico ristretto, molto acculturato. Secondo me se uno spettacolo funziona colpisce a diversi livelli ma funziona per tutti. Il mio sogno è che gli studenti dei sei licei vicini al CRT vengano a vedere gli spettacoli. Quest’anno abbiamo avuto la bellissima soddisfazione di poter proiettare uno tra i film del Festival in un liceo tecnico-linguistico per le classi del quarto e del quinto anno e di fare un laboratorio con i ragazzi del terzo. Si è stabilito quindi un contatto e sono stata felicissima di vedere che tre ragazze hanno poi deciso di partecipare a una delle nostre master class. È una piccola conquista».

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