…o della follia

Teatro Delle ArtiSul palcoscenico del Teatro delle Arti di Lastra a Signa arrivano Renato Sarti (alla regia) e Luca Radaelli (traduttore e interprete) nella trasposizione teatrale del racconto breve di Herman Melville

Dopo anni in Toscana ci eravamo quasi dimenticati di una tra le realtà teatrali che avevamo seguito con maggiore interesse nel periodo milanese, quel Teatro della Cooperativa (nella vecchia Niguarda operaia) che vedeva in Renato Sarti non solamente il direttore artistico ma anche l’anima creativa (e dal 4 al 14 aprile, a Milano, tornerà anche uno tra i suoi testi più urgenti, Chicago Boys. E ci eravamo anche dimenticati di un attore e autore che avevamo applaudito commossi, sempre alla Cooperativa, ossia Luca Radaelli con Veglia laica per E. E. (dove la doppia E sta per Eluana Englaro). Spettacolo che, visto l’andamento del caso Dj Fabo/Marco Cappato, appare altrettanto urgente riproporre in un Paese dove l’unico diritto rimasto ai cittadini sembra essere quello di accapigliarsi in tv sul nulla, ascoltare la noiosa vita privata dei vip e guardare al dito (migranti o ladruncoli, scippatori o tossicodipendenti) senza vedere la Luna (quel grande capitale, spesso a braccetto con politica e mafie, che sta allegramente banchettando con la nostra coscienza sociale e politica).

In questa temperie culturale è stato quindi un piacere ritrovare Sarti e Radaelli (grazie alla lungimiranza del Teatro delle Arti) impegnati in un testo di Herman Melville – tra i meno noti in Italia. Il flusso di coscienza del protagonista senza nome si sposa bene al monologo di scena e il racconto fluisce in maniera equilibrata fino a quella conclusione che, sebbene inevitabile è comunque paventata dallo spettatore – il che contribuisce a mantenere alta la tensione. Il finale in certo senso aperto, dato che non si spiegano le ragioni della lenta deriva di Bartleby, vista attraverso gli occhi impotenti del suo datore di lavoro e, forse, unico amico, ha il pregio di far ragionare il pubblico. Siamo forse di fronte a un caso di follia? Il che equivarrebbe, come già spiegava Michel Foucault in Storia della follia nell’età classica (Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique), a un caso di straniamento dal corpo sociale che implica, da parte di quello stesso corpo sociale, una ripulsa agita attraverso l’internamento o la carcerazione? Oppure siamo di fronte a una scelta consapevole di non partecipazione, di non adesione a quello stesso corpo sociale e ai suoi diktat e riti, che porterebbe in ogni caso ai medesimi esiti? Forse non a caso, Reparto numero 6 di Anton Čechov uscirà nel 1892.

Le domande restano ad affastellare le nostre menti. Domande, non risposte. Come ha fatto notare Radaelli con intelligenza alla fine dello spettacolo. Perché in un mondo di media che diventano sempre più assertivi di preconcetti, a priori e pregiudizi, il teatro rimane un agone aperto al dubbio e al dialogo. E l’ultima domanda è forse quella sulle lettere “morte”, ossia mai recapitate, alle quali lavorava Bartleby. Pensieri dilavati dalla perdita della memoria, o della vita. Lettere morte come quelle anime che Gogol raccontava nel suo capolavoro solo qualche anno prima (nel 1842, mentre il racconto di Melville compare nel ‘53), in una società ormai svuotata di senso dove a vagare resta l’imago degli esseri raziocinanti che fummo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro delle Arti

via G. Matteotti 5/8 – Lastra a Signa (FI)
venerdì 29 marzo, ore 21.00

Teatro Invito/Teatro della Cooperativa presentano:
Bartleby
Una storia di Wall Street
di Herman Melville
traduzione Luca Radaelli
regia Renato Sarti
con Luca Radaelli e Gabriele Vollaro
musiche di scena Carlo Boccadoro

www.teatropopolaredarte.it

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