A Kilowatt Festival, un’intera giornata dedicata al ruolo dello spettatore, oggi in Europa. A confrontarsi sul tema nove Paesi dell’Unione rappresentati da 12 istituzioni eterogenee – festival, università, centri di ricerca e realtà teatrali.

Se si concepisce l’opera performativa non come un prodotto finito bensì come un processo che può subire modifiche in corso d’opera, un mezzo di comunicazione e dialogo e non solamente un fine espressivo personale, quale diventa il ruolo dello spettatore nella creazione artistica e nel suo possibile sviluppo?

Come possono interagire l’artista e lo spettatore in maniera utile a entrambi, senza compromettere la creatività e la poetica del primo e la libertà di critica del secondo?

Uno spettatore attivo implica un cittadino maggiormente qualificato ma, in questo caso, come si inserisce il discorso dell’educazione teatrale – soprattutto a livello scolastico e nella pratica sociale – in un’Europa che sta diventando sempre più un campo di battaglia che realizza i desiderata delle multinazionali e garantisce i banchieri, avendo abdicato al proprio ruolo di spazio multietnico di promozione culturale, dialogo, ricerca e sviluppo sostenibile?

O, più prosaicamente, come può un cittadino qualunque, oggi, in un momento di crisi economica e di idee, avere voglia, tempo e mezzi per avvicinarsi al mezzo teatrale? E quest’ultimo, a sua volta, ha ancora qualcosa da dire e da dare in cambio al cittadino di quest’Europa che, come hanno dimostrato le recenti elezioni, non crede più nel sogno di unità?
Le domande che si affastellano nella mente di operatori, giornalisti e spettatori che hanno deciso, durante Kilowatt Festival, di assistere alla conferenza Be SpectACTive! sono molte. Anche perché i problemi sono altrettanti. Se, da un lato, l’esigenza di coinvolgere direttamente il pubblico può essere motivata da legittime problematiche economiche perché si spera che un cittadino interessato e consapevole possa diventare uno spettatore fidelizzato – garantendo, in parole povere, con il proprio abbonamento la programmazione di un teatro, soprattutto se di produzione contemporanea. Dall’altro, la partecipazione attiva può essere mezzo finalmente discriminante quando lo spettatore, divenuto maggiormente consapevole, smette di frequentare il teatro borghese per rivolgersi ad altre forme di produzione artistica che, oggi, in un sistema pubblico che privilegia i numeri (repliche, sbigliettamento e personale assunto) ricevono contributi statali minimi – mentre il Fus va spesso a spettacoli chiaramente di botteghino.
A risolvere, in parte, i dubbi che suscita una tematica come quella del coinvolgimento diretto dello spettatore, vanno riportate alcune delle considerazioni dei ricercatori: Emmanuel Négrier (Università di Montpelier 1), Lluís Bonet (Università di Barcellona), Alessandro Bollo e Luisella Carnelli (Fondazione Fitzcarraldo di Torino), che si sono interrogati su cosa si intende per partecipazione e le implicazioni sulla politica culturale che questa partecipazione può comportare.

L’auspicio sembra essere quello di uno sviluppo di pratiche culturali meno gerarchizzate e, al contrario, decentrate, meglio rispondenti ai gusti e alle necessità di società multiculturali e multietniche e/o di realtà locali. In breve, l’esito della promozione di un maggior ruolo dello spettatore nel processo creativo e nelle politiche culturali, dovrebbe essere quello di un passaggio dall’attuale sistema di finanziamento e produzione stabilito dall’alto da un ristretto gruppo di politici e da un altrettanto ristretto gruppo di esperti a uno che dimostri una maggiore apertura verso la domanda dal basso. Il rischio, però, è che questa scelta possa diventare demagogica e un ulteriore strumento di manipolazione politica. E, inoltre, non va sottaciuto che un pubblico dispotico e poco consapevole potrebbe peggiorare l’attuale situazione, escludendo dalle proprie scelte le produzioni innovative – perché meno facilmente fruibili e comprensibili.

A queste problematiche si aggiunge il fattore tempo: Il tempo che dovrebbe essere impiegato per questo scambio tra spettatore e produttore che, se può essere più facilmente attuabile (ideologicamente e praticamente) nelle piccole strutture, è comunque un dispendio di energie e fondi ancora più considerevole nel caso di associazioni, teatri sperimentali o in realtà provinciali, giovani Compagnie, produzioni off.

Se è auspicabile una nuova forma di illuminismo, che avrebbe anche ricadute positive a livello economico per le cosiddette eccellenze (che però dovrebbero essere ridefinite), è altrettanto vero che pensare in modo differente comporta l’implementazione di modelli diversi dagli attuali i quali – ci si domanda – da chi dovrebbero essere promossi? E qui sta il nocciolo della questione, pensiamo noi. Forse da politici che finora, almeno in Italia, non hanno dimostrato un vero interesse a confrontarsi con le realtà teatrali – soprattutto minori, nuove, sperimentali o periferiche – che dovrebbero finanziare?

Inoltre, come si può garantire la libertà intellettuale e creativa dell’artista quando il pubblico – spesso impreparato – diventa non solamente fruitore finale ma co-autore? E in tutto questo rimescolamento di carte, in questo moltiplicarsi di cuochi, il ruolo del critico – che è ormai abbondantemente relegato a margine sia dagli artisti sia dai teatri (che preferiscono una buona presentazione piuttosto che una recensione onesta) – quale dovrebbe essere?

E, ancora, un teatro (almeno nel nostro Paese) che ormai non vuole nemmeno un confronto con un critico residente, cosa spera di ottenere dai feedback del pubblico intorno al proprio processo creativo? La possibilità di ampliare la fascia di pubblico magari aldilà dei confini nazionali? E, in quel caso, come si superano, per esempio, i problemi reali della lingua, delle differenze culturali e della distribuzione effettiva? Allo stato attuale sembra che solamente gli spettatori già fidelizzati, radicati nel contesto e, in qualche modo, sensibilizzati al tema riescono a dare feedback qualificati.
Se, infine, è necessario cambiare lo spettatore partendo dal cittadino, questo significa educarlo al mezzo che dovrà giudicare (e, nel caso, chi si occuperà di farlo?) o si deve semplicemente contare sul suo ritorno emotivo, sulla sua capacità di provare empatia verso un lavoro artistico e trasmettere efficacemente le proprie sensazioni (senza scadere nel semplicistico “mi piace/non mi piace”)?
E infine, chi costruisce processi di innovazione che anticipano i tempi (e, quindi, anche i gusti e possibilmente alcuni atteggiamenti mentali e moralismi) come può sperare di ottenere consensi in questo genere di scambi?

Molte, quindi, le domande che emergono e alle quali si potrà rispondere solamente tra qualche tempo. Il progetto di confronto, dialogo e cooperazione tra le strutture intervenute è già stato avviato da qualche mese e comporterà scambi, residenze e confronti sulle esperienze reali che si porteranno avanti. Tra un paio d’anni sapremo se la scommessa sarà stata vinta e da chi.

La conferenza ha avuto luogo all’interno di Kilowatt Festival 2015:
Palazzo delle Laudi

San Sepolcro (Arezzo)
mercoledì 22 luglio, dalle ore 10.00
Conferenza internazionale Be SpectACTive!

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