L’Appennino ascolta le storie della sua gente

A Tossicìa, Giovanni Lindo Ferretti innalza una litanìa e canta la tormentosa riscoperta delle sue origini.

Tossicìa è un piccolo paese inerpicato sui monti e incuneato nello scenario mozzafiato dell’Appennino abruzzese, stretto fra i giganti del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Le cime altere incutono soggezione al passante che si muove mille metri più in basso e il bianco delle rocce aguzze taglia ancora il cielo quando gli estimatori di Ferretti convergono nel luogo deputato: il recital è all’ora dei vespri. Il viaggio è già parte dello spettacolo, cammino d’iniziazione al rito dove si sarà ammessi. Le strade tortuose allontanano sempre più dalla frenesia e dalla velocità incosciente della città a valle, ogni curva riconduce a quella percezione lenta del tempo che scandiva le vite placide solo qualche decennio fa. Si giunge, così, in un piccolo borgo dove la pietra è stata sapientemente modellata dall’uomo e da montagna si è fatta strada, fontana, dimora. Ferretti suona nel cuore di Tossicìa, bisogna salire, affaticandosi un po’, per stretti vicoli . Qua e là un puntellamento scuote la pace interiore e suona come un memento di quel 6 aprile. La piccola chiesa di Sant’Antonio Abate appare come cavità nella roccia. Emerge, discreto ma determinato, il quattrocentesco portale  aggettante: lì dentro Ferretti innalza il suo lungo canto.

La storia intonata è un’autobiografia di formazione e di trasformazione che si dipana sulle lettere di quell’alfabeto che fu la prima nozione appresa da Ferretti. I ricordi dell’infanzia riaffiorano nella confessione a a cuore aperto e sono testimonianza di una storia passata, di tradizioni perdute anche per colpa di chi, come lui, per un frangente della sua vita, le ha rinnegate: «chi è sradicato sradica, sradica chi è sradicato» ammette l’artista con ripetitività martellante e forza rabbiosa di penitente. Poi i ricordi si impongono con prepotenza sul rammarico e riportano alla luce le storie di miseria e povertà felice, come quelle di Linda, amata dallo sconosciuto che le lasciò in dono suo figlio, o quella di Leò, sua “lontana parente”, che non fu toccata da nessuna fortuna mai, ma che si illumina nel viso e negli occhi se pensa a Dio che le offre di tornare dopo la morte, dandole in sorte tutto ciò che ha avuto già. Come sgranando un rosario, dopo qualche ricordo si arriva alla preghiera, ed è su uno dei grani più grandi che si innalza il Te Deum, raggiungendo, nell’esponenziale crescendo, il picco del misticismo.

I racconti di Ferretti si inseriscono, sinuosi e armonici, nel contesto in cui erano narrati e il pubblico capiva i sentimenti più reconditi che quelle storie serbavano perché gli animi delle genti d’Appennino sono i medesimi: ignorando i riferimenti cardinali di Nord e Sud, gli abitanti dell’Appennino si riconoscono in quell’unica regione trasversale che ha per confini le pendici dell’antica dorsale. Solo chi è nato in quei luoghi comprende i timori atavici e le convinzioni ancestrali di chi vive ricordandosi delle sue radici conficcate nelle crepe della roccia e non cerca spiegazioni nelle sovrastrutture umane di religione o superstizione. Nessuno dei montanari penserebbe mai che Leò sia stata una sventurata e che la sua vita non sia stata degna di essere vissuta, perché la sua esistenza si è integrata ed è stata compenetrata dalla durezza e dall’asprezza della montagna, fino al punto che Leò stessa è diventata una roccia.

A Ferretti, paragonabile per questo a Silone, deve essere riconosciuto il merito di avere compreso nel profondo l’intelaiatura culturale di queste genti e di essersi reso mediatore presso la contemporaneità di una sapienza antica ma  mai antiquata, di un sentire semplice ma mai ingenuo.

L’atmosfera quasi ascetica è stato un elemento unico e difficile da riscontrare in uno spettacolo che, proprio per questo alone mistico, può dirsi esclusivo. Il clima spirituale è stato cementato dal violino di Ezio Bonicelli, unico strumento presente ad accompagnare la voce; le corde e l’archetto irretiscono le orecchie e innalzano gli animi, trascinandoli con sicurezza nei moti ondosi delle dilaganti parole di Ferretti.

Altro fattore fondamentale è stata la scenografia di assoluta suggestione: gli artisti seduti sì sull’altare, ma sottoposti al Cristo ligneo sovrastante.

Bella gente d’Appennino è un panta rei che, anche se si ripropone tal quale, ha tuttavia una natura ogni volta diversa: la valutazione globale non può riguardare solo l’esibizione, ma tutto quel portato di suggestione e coinvolgimento emotivo dipendenti dall’hic et nunc. L’unico rammarico dello spettacolo, insomma, è il suo essere irripetibile.

Leggi la recensione di Bella gente d’Appennino di Daniele Rizzo

Lo spettacolo è andato in scena:
Chiesa di Sant’Antonio Abate
Tossicìa (TE)
sabato 28 maggio, ore 19.30

Giovanni Lindo Ferretti in:
Bella gente d’Appennino
recital per voce e violino
Giovanni Lindo Ferretti (voce), Ezio Bonicelli (violino)
(durata: un’ora e trenta minuti circa)

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