Tragi-fiction in bianco

Giovani comaschi sul palco del Sociale: belle idee, ammiccamenti, estetica e ingenuità per una favola moderna enza lieto fine.

Di Biancaneve, neanche l’ombra, e neanche delle sue mutande. Tanto meno del pizzo. Al suo posto, Anna, una confusa e graziosa fanciulla dei giorni nostri, arroccata nel suo loft fiabesco con Gioele, il suo principe-architetto. Una vita da favola, un lavoro in libreria per lei (da proprietaria, non da commessa!), un’opportunità a Berlino per lui, ricchezza, gioventù, bellezza. Poi, l’imprevisto: una telefonata nel cuore della notte. Lo specchio si incrina, l’incantesimo si spezza, e nella quotidianeità di Anna irrompe Amanda, affascinante poliziotta, povera, sola e romantica. Se in più ci si mette la sagacia pungente e l’intraprendenza di una collega di Gioele, i giochi sono fatti, e la serenità, velocemente, può tramutarsi in tragedia. Oppure no.

La storia, seppur prevedibile, cattura e trascina in una morbosa e voyeristica curiosità; la narrazione, invece, dopo l’interesse iniziale, scade in una schematica ripetitività, di tempi, di stili, di immagini. La scena, algida e perfetta per estetica e simbologia nel suo biancore artificiale, muta di volta in volta, un capitolo dopo l’altro, continuamente ricostruita dagli stessi attori in momenti neutri tra un’azione e l’altra, e a completare li senso e la leggibilità di luoghi e atmosfere intervengono belle e precise le proiezioni, anzi, le “videoscenografie” curate e ideate dalla OLO Creative Farm, forse l’elemento più accattivante di tutto lo spettacolo. Ma, dopo i primi spostamenti, quando lo schema inizia a diventare chiaro (azione – musica – luce blu – decostruzione e ricomposizione scena – luce bianca – azione, e via di seguito), anche lo spazio scenico perde gradualmente attrattiva, le nuove combinazioni create a tratti sembrano semplici riempitivi e le parentesi neutre si riducono a controproducenti rallentamenti dello spettacolo; persino le immagini proiettate, decisamente troppe e anch’esse ripetitive nella ricerca ossessiva di continui cambiamenti, perdono potenza, e nel mare di immagini proposte, anche quelle più forti ed emozionanti nella loro semplicità (un groviglio di filo spinato, il profilo di un divano) ne escono sminuite.

La recitazione purtroppo non aiuta. La monotonia delle voci (appiattite tra l’altro dall’uso dei microfoni, per di più con frequenti problemi tecnici), la scarsa espressività dei corpi e la poca scioltezza nell’uso dello spazio, con un’attenzione maggiore alle innumerevoli combinazioni dei moduli bianchi – ammirevole la memoria dei movimenti di tutti e quattro gli attori – piuttosto che all’uso dei diversi luoghi immaginari e quasi astratti, rende poco credibile l’ambientazione; i parchi, le case, i bar, gli alberghi, tutto viene occupato dai personaggi con la stessa freddezza,con lo stesso approccio.

Nonostante le piccole ingenuità che sporcano testo e messinscena (dal bancone del bar al contrario alla qualità un po’ banale della cattiveria nascosta di Anna, passando per un bacio a vista sicuramente evitabile), questa nuova Biancaneve resta moderna e innovativa, e al merito del regista e drammaturgo Jacopo Boschini di aver vinto la difficile sfida di portare in scena un testo inedito, si aggiunge quello di aver creato uno spettacolo fruibile da tutti nonostante i temi poco popolari. L’immagine più bella? Gioele e la collega all’aeroporto, con due fantastiche valige bianchissime.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sociale
via Bellini, 3 – Como

Biancaneve ha le mutande di pizzo
una produzione AttivaMente – residenza Torre Rotonda
in collaborazione con Teatro Sociale di Como
regia e drammaturgia Jacopo Boschini
con Stefano Dragone, Eleonora Giovanardi, Lorenza Pisano e Valentina Amoretti
aiuto regia Davide Marranchelli
scenografie e costumi Alice Asinari
videoscenografie OLO Creative Farm
musiche Blue Silk (edizioni Ottonote Edizioni Musicali)

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