A metà del guado

Uno spettacolo complesso e tortuoso chiude il cartellone 2014/15 del Teatro dell’Orologio di Roma: ispirato alla vita e all’arte di Mary Shelley, va in scena Bigodini (Oh, Mary).

Costruito attraverso una successione di quadri che sviluppano/intrecciano «biografia e testo del più famoso racconto di Mary Shelley», denso nella drammaturgia, complicato nelle simbologie, faticoso nella restituzione tecnica, Bigodini (Oh, Mary) è un allestimento difficile da decifrare nel suo ambizioso tentativo di disvelare la drammatica identificazione tra la stessa autrice e Victor Frankestein. Due vite accomunate dall’ombra della morte (all’autrice morirono la madre, il marito e tre figli – non quattro come riportato dalle note di regia), ma anche dal disperato anelito di nuova vita, «di mettere assieme i pezzi dei propri cadaveri, di strappare alla Morte il ricordo dei cari perduti, presi a morsi, dilaniati dall’oblio». Dunque, dall’essere «demiurgiche e negromantiche insieme».

Proprio per una voluta e non casuale oscurità al senso comune, la valutazione di Bigodini (Oh, Mary), piuttosto che in negativo, potrebbe volgersi in positivo, riscontrandovi quell’atteggiamento tipico del teatro contemporaneo che – giustamente – pretende dal pubblico una presa di responsabilità tramite la preventiva conoscenza delle intenzioni drammaturgiche. Pubblico che, dunque, non potendo limitarsi ad assistere ingenuamente, dovrà fare uno sforzo, un atto di impegno nei confronti di quello che non vuole affatto essere un divertissiment, ma una partecipata riflessione «sull’impossibilità della discendenza, se non come cannibalismo dei nostri propri fantasmi, perpetuo inseguimento, reciproca fantasmatica persecuzione come quella tra Victor e la sua creatura che si ghiaccia fino ai ghiacci di un polo post-umano».

Un merito, in verità, allo stato dell’arte, arudo da riconoscere completamente. Caratterizzato dalle intense e concentrate prove di Cristina Gardumi e Federica Rosellini, all’interno di una scena essenziale, metaforica arena della vita in cui assistiamo alla parabola dell’esistenza (dai dolori strazianti del parto al desiderio di serenità nella morte), la regia della stessa Rosellini e di Francesca Manieri esibisce una (forzata) originalità nella caotica impostazione recitativa e coreografica, lasciando, tuttavia, perplessi per la drastica alternanza di sequenze fisiche o verbali e la conseguente incerta collocazione tra visivo e narrativo, dando così esito – nonostante la didascalica chisura finale – a un diffuso senso di disomogeneità.

Per questa sensazione, anticamera della disperata ricerca di un qualsiasi elemento capace di far decriptare in corso tecnicismi e soluzioni sceniche ridondanti ed ermetiche, se Bigodini (Oh, Mary) risulta essere coinvolgente dal punto di vista culturale, sembra peccare da quello empatico, sfoggiando le crepe di un personaggio costruito con eccessivo intellettualismo.

Ambizioso, ma con troppe sfumature di grigio.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Orologio

Via dè Filippini, 17/a – Roma
dal 19 al 31 Maggio
dal martedi al sabato ore 21.15 – domenica ore 17.45

Ariel dei Merli presenta
Bigodini – Oh, Mary
da Frankestein di Mary Shelley
di Francesca Manieri e Federica Rosellini
regia Federica Rosellini e Francesca Manieri
con Cristina Gardumi e Federica Rosellini
luci e foto di scena Angeles Parrinello

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