In-digestione

Dopo l’esordio del 2019 a Minneapolis, il gorgoglio addominale degli artisti libanesi Rabih Mroué, Lina Majdalanie e Mazen Kerbaj approda finalmente in Italia grazie alla lungimiranza dei direttori artistici del Festival delle Colline Torinesi, Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla, che decidono di proporre al pubblico nostrano un lavoro nato per seminare dubbi e discussioni, sul solco del teatro contemporaneo più sano.

«Borborigmo:

  1. un borbottio, un rimbombo o uno stridio provenienti dall’addome, causati dal movimento del gas attraverso l’intestino;
  2. un suono che segnala mancanza o saturazione;
  3. un discorso non comprensibile;
  4. una situazione imbarazzante – ma non pericolosa;
  5. una pièce su tutto questo e molto altro.

In Borborygmus, l’esperienza del tempo è il presente, comunicata per mezzo delle manifestazioni amplificate del suono. Le sequenze si dispiegano a partire dal ticchettio dei cronometri fino all’esplosione della musica orchestrale: inimitabile espressione dell’arte del tempo concepita dall’umanità. In una babele di suoni e luci che ci fanno battere le ciglia e ci accecano, il significato si riduce a un borbottio, il sacro e il profano si compenetrano».

L’affermata collaborazione tra Rabih Mroué e Lina Majdalanie, da anni insieme dentro e fuori dai teatri, trova ora nuova linfa nella prima apparizione sulle scene del trombettista jazz e fumettista Mazen Kerbaj, il quale si cimenta, insieme alla coppia già rodata, in un’inedita scrittura scenica a sei mani che trova una sua forma finale nel susseguirsi cadenzato e non lineare di sequenze indipendenti che, «come nelle Mille e una notte» si chiudono solo per poi aprirsi sulla seguente, senza mai scadere in quell’allettante collage di autoreferenzialità sempre in agguato in creazioni di questo tipo.

Il tema della pièce? «La vita, la morte e il sistema digestivo», direbbe Kerbaj, tra il serio e il faceto. Parafrasando, Borborygmus mette in scena l’imperfezione fisica dei boati gastrici che tradiscono una delusione metafisica con lo stato attuale delle cose, riecheggiando di un benjaminiano divenir-rovina che non si lascia andare alla nostalgia ma che preferisce concentrarsi sul concetto di perdita, portandolo ai suoi termini più estremi. Uno spettacolo fitto di riferimenti alla storia antica e contemporanea del Libano -dai fenici di Sidone e Tiro alle numerose guerre intestine e con il vicino Israele che, dal 1975 al 1990, hanno macchiato di un rosso indelebile le strade e le coscienze del paese, oggi attraversato da una nuova, inquietante crisi– che si distacca dall’esperienza particolare degli interpreti, segnati dalla violenza nel paese dei cedri, per poter affrontare quella universale del perpetuo fallimento umano dinnanzi a sé stesso e all’Altro.

In un turbinio di gesti tecnici raffinati e immaginifici (per l’invisibile e impeccabile operato di Thomas Köppel), i quadri a volte corali a volte monologati che danno forma all’informale pongono, con ammaliante alterità linguistica e stilistica, quesiti sull’essere Umani in un mondo naturalmente Disumano, in cui l’imperfezione e la distruzione la fanno da padrone, nonostante tutti gli sforzi di antropomorfizzazione e sublimazione agiti da noi perituri sul caos dell’incomprensibilità. È così che la piacevole armonia delle voci telluriche di Mroué e Kerbaj -che compenetrano l’ouverture di Verdi bilanciandosi in modo organico con l’enunciazione più accentata di Majdalanie- diventa un vero e proprio memento mori diacronico in cui rovine mortali e borbottii fisiologici si mischiano e si confondono, ed è anche così che un brindisi alla “vita dei morti” diventa ben presto un angosciante inno alla distruzione, enunciato con fare rabbinico sulle schegge di una gioia che fu.

Con la loro poetica lancinante, Mroué, Majdalanie e Kerbaj riescono dunque nella titanica impresa di alimentare il pensiero collettivo con immagini, suoni e rappresentazioni della realtà che non rassicurano e non consolano, riconducendo finalmente al Teatro quella potenza indagatrice della humana res in tutta la sua “sporcizia” che per troppo tempo aveva latitato dalle scene contemporanee.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Festival delle Colline Torinesi 26
Teatro Astra
via Rosolino Pilo 6 – Torino
martedì 9 e mercoledì 10 novembre 2021
ore 21:00

il Festival delle Colline Torinesi 26 presenta
Borborygmus
di Lina Majdalanie e Rabih Mroué

scritto, diretto e recitato da Lina Majdalanie, Mazen Kerbaj, Rabih Mroué
disegno luci e audio, direzione tecnica Thomas Köppel
luci Arno Truschinski
musica della prima scena La Forza Del Destino – Ouverture di Giuseppe Verdi
prodotto da HAU Hebbel am Ufer, Walker Art Center (Minneapolis)
coproduzione Mousonturm (Frankfurt), Wiener Festwochen
sostenuto dalla rete Alliance of International Production Houses del Federal Government Commissioner for Culture e da the Media e Rosa Luxemburg Stiftung – Beirut Office

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