Avremmo voluto dedicare questo spazio allo spettacolo Come ne venimmo fuori. Vi raccontiamo perché festeggeremo, come Alice, una non-recensione.

Ai primi di ottobre, tra i tanti comunicati stampa che leggo quotidianamente, scopro che Sabina Guzzanti debutterà giovedì 22, in anteprima nazionale a La Città del Teatro. Così chiedo a uno tra i magazine con i quali collaboro se sia interessato a una recensione e, a fronte di una risposta affermativa, mi informo per farmi accreditare.

L’annuncio dello spettacolo ottiene ampio riscontro da parte della stampa. Sono alcuni anni che Sabina Guzzanti non sale su un palcoscenico e, ovviamente, c’è molto interesse – anche perché i tempi sono difficili e, quindi, ottimi per la satira. Escono presentazioni della serata, un’intervista e alcuni articoli: l’evento è pubblico e ampiamente coperto. Il sold out assicurato.

Poi, un paio di giorni prima dello spettacolo, l’ufficio stampa del teatro si informa se abbia chiesto gli accrediti a scopo recensione. Rimango basita. Dubito che i miei colleghi si facciano invitare a scopo personale e rispondo che, ovviamente, scriverò un pezzo. Ma a questo punto scopro che l’ufficio stampa di Sabina Guzzanti non vuole che i critici siano invitati all’anteprima e che la recensiscano.

Le email si succedono e il dubbio che mi sorge è che lo spettacolo sia in una fase talmente iniziale che, ovviamente, l’artista teme un’immotivata stroncatura. Comunque, l’ufficio stampa del teatro mi informa che mi girerà, post-spettacolo, l’email di quello dell’artista e di andare pure e poi mettermi d’accordo direttamente con questa seconda “entità”.

Vado a vedere lo spettacolo e resto perplessa: due ore filate di monologo, completo di scenografie, luci, musiche e costumi. Spettacolo finito. Una leggera titubanza all’inizio che accomuna il personaggio interpretato dalla Guzzanti, che deve affrontare un monologo pubblico, e la stessa attrice che torna sul palco dopo una lunga assenza. Per il resto, fatta eccezione per un momento di raucedine risolto grazie a una bottiglietta d’acqua offerta da una spettatrice, tutto funziona bene e una recensione positiva, sia per quanto riguarda il contenuto che la forma, mi sembrerebbe doverosa – verso il teatro che mi ha accreditata; i lettori, ai quali posso consigliare lo spettacolo; e il magazine, che mi ha affidato il pezzo.

E qui arriva il secondo diniego. Prima telefonico, e poi per iscritto. L’ufficio stampa di Sabina Guzzanti ribadisce che “nessuno può impedire a un critico di scrivere una recensione” (bontà sua: se potesse, quindi, me lo impedirebbe?). Ma che mi chiede la “cortesia” di non farlo, avendo detto precedentemente al teatro che non volevano critici. E se voglio comunque scrivere, di non farlo prima del 14 novembre (il debutto è previsto per il 13), “per correttezza rispetto ai vostri colleghi che saranno informati e avranno la possibilità di vedere lo spettacolo dopo di voi” (il plurale è d’obbligo, dato che è coinvolto anche il collega Giacomo Verde de Lo sguardo di Arlecchino). 

E qui, mi parte un embolo. Perché, primo: da chi sale sul palco criticando i giornalisti che si autocensurano, mi sembra strano un simile atteggiamento. Secondo, non si dovrebbero inviare comunicati stampa, fare interviste, chiedere ai giornalisti di “pubblicizzare” uno spettacolo (nel senso di darne pubblica notizia), e poi impedire agli stessi di vederlo ed eventualmente criticarlo. E infine, permettetemi: da quando in qua un Franco Quadri si sarebbe preoccupato che io avessi visto o meno uno spettacolo da lui recensito? Con tutto il rispetto per le colonne della critica italiana, altrettanto poco mi perito io di chi abbia visto, o meno, uno spettacolo che devo recensire.

E non aggiungiamo il fatto che io non ricevo compensi. Non guadagno nemmeno i 5 euro ad articolo, come capita purtroppo a tanti, troppi colleghi. Per mantenermi faccio altro e il teatro è una passione, una scelta d’amore. Posso anche non recensire alcunché e le mie tasche non saranno più vuote né l’Enel busserà alla porta per staccarmi la corrente. Ma, d’altro canto, perché dovrei non pubblicare, o pubblicare solo quando lo chiede l’artista o il suo ufficio stampa? Sarebbe come pretendere che un giornalista non faccia scoppiare uno scandalo politico fin dopo le elezioni (paragone esagerato ma che rende l’idea).

Oggi il lavoro dei critici è attaccato da ogni parte. Dai lettori che si lasciano abbindolare da chi dice che questa non è una scienza esatta e, quindi, è meglio se facciamo solo presentazioni compiacenti e interviste compiaciute. Però, quando spendono 30 euro pensando di vedere una cosa e si trovano di fronte a tutt’altra, forse dovrebbero chiedersi il perché – e se leggere una recensione onesta prima di scegliere uno spettacolo non sarebbe stata una buona idea. I critici non fanno comodo ai giornali perché, ovviamente, gli inserzionisti potrebbero non gradire una recensione negativa. E non sono particolarmente amati nemmeno dagli artisti perché, sebbene di Carmelo Bene ne nasca uno in un’intera generazione, troppi non si rendono conto di essere semplicemente degli onesti lavoratori che dovrebbero sentirsi parte di una categoria (in questo, molto simili a penne e baroni).

Negli anni, come tanti altri, mi sono sentita rimproverare di tutto. Mi hanno letteralmente insultata (mai risposto e tanto meno querelato chi lo abbia fatto: libera io di recensire e liberi gli altri di non gradire e dimostrarmelo). Mi hanno chiesto interviste per “rettificare” le recensioni negative. Mai fatto interviste di questo genere. Però ho sempre dato la mia disponibilità a sentire anche le ragioni dell’artista. Mi hanno trattata come una traditrice quando ho scritto una recensione negativa, se in precedenza avevo parlato bene di un altro spettacolo della stessa Compagnia. Ma io non prendo nessuno sotto le ali e non mi faccio trascinare dai gusti o dalle simpatie/antipatie personali.

Questa, però, è stata la prima volta, in tanti anni, che mi hanno chiesto la cortesia di non scrivere una recensione – peraltro positiva – o, almeno, di posticiparne la pubblicazione. Ma i critici spostano forse gli aghi della bilancia? E cosa avrei scritto di così importante? Che forse la Guzzanti avrebbe potuto evitare l’ultimo sketch su Maria De Filippi che, pur divertendo il pubblico, non c’entrava nulla con lo spettacolo e con l’argomento trattato; o che l’inizio è un po’ troppo lungo sebbene ritrovi il giusto ritmo nella gag dei tre giovani in brucovia. Oltre al fatto di apprezzare i rimandi all’interessante libro di Naomi Klein, Shock Economy, dal quale Renato Sarti ha tratto l’idea per il suo eccellente Chicago Boys. Ma all’artista, probabilmente, il confronto prima del debutto nazionale con uno o più critici non interessava. Sebbene sia proprio quello il momento in cui, in fondo, il nostro lavoro ha più senso perché, come occhio esterno professionale, possiamo dare una dritta o un piccolo consiglio che può essere utile dato che, quando uno spettacolo funziona, è tutto il teatro a guadagnarci.

La speranza è che la libertà di parola, di critica, di manifestazione e di sciopero continui a non “poter essere impedita”. Purtroppo sembra sempre più inusuale esercitarla e, forse, il mio problema è che non sono una persona e una giornalista abbastanza “cortese”.

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