Nella splendida cornice della pinacoteca di Brera, un confronto puntuale ed emozionante tra capolavori del passato e opere concettuali di due tra i massimi esponenti del ‘900 italiano.

Il dialogo è alla base dell’incontro, del confronto e della crescita. Lo scambio reciproco fra culture ed epoche genera espressioni creative di indubbio significato, basti pensare al tributo delle Demoiselles d’Avignon alle maschere africane o della cupa tavolozza olandese di Van Gogh all’arcobaleno parigino.

E proprio in quest’ottica è possibile apprezzare l’ottima idea e l’altrettanto ottima realizzazione della mostra in questi giorni a Brera, che mette a confronto le opere di due artisti come Alberto Burri (1915 – 1995) e Lucio Fontana (1899 – 1968) con i capolavori della pinacoteca, da Bernardino Luini a Giuseppe Pellizza da Volpedo, passando per il Tintoretto, Caravaggio e Giacomo Ceruti – solo per citarne alcuni.

Ma partiamo dall’unica pecca di una mostra davvero riuscita: la mancanza di un pannello introduttivo che spieghi il perché di questo percorso e come fruire del confronto serrato tra maestri del passato e contemporanei. Mi spiego meglio: lo spettatore comune avrebbe bisogno di un supporto o, almeno, di una serie di suggerimenti per capire che un quadro, una scultura, un’installazione sviluppano archetipi, forme che prescindono dalla figurazione. In parole povere, immaginiamo un ragazzo delle medie che magari voglia scegliere il liceo artistico e si trovi all’ingresso di questa mostra: occorre aprirgli gli occhi e, soprattutto, la mente su quella moltiplicità di forme che vengono prima delle forme naturali.  Colori, linee orizzontali verticali e diagonali, concetti quali prospettiva classica e densità materica, lucido e opaco, tonalità e panneggi, bi e tri-dimensionalità, disposizione nello spazio e nel tempo: idee prime che è interessante e persino divertente confrontare nella resa di un paesaggista veneziano, ad esempio, e di due tra le firme del Manifesto del Movimento Spaziale. Un percorso all’inizio un po’ ostico per la nostra mente rinchiusa nei pertugi del sole con i raggi e delle casette con camino, fumo, due finestre e una porta, ma che può condurre molto lontano, fino al superamento del concetto stesso di arte. E per aiutare un po’ questo spettatore immaginario, ecco alcuni spunti per godere della mostra: facendo però attenzione che questi sono semplici suggerimenti di lettura, che i curatori sicuramente potrebbero integrare con ben altri, mentre lo stesso spettatore dovrà divertirsi a scoprire assonanze e dissonanze che ci sono sfuggite.

Molto interessante, fin dai primi passi, il confronto tra Concetto spaziale. Quanta di Lucio Fontana, composto da 9 elementi, e gli affreschi (in specie quelli a destra) di Bernardino Luini, provenienti dalla Villa Pelucca di Sesto San Giovanni. Due modi diversi di occupare lo spazio vuoto, in un caso, e naturale, nell’altro: con una disposizione di elementi a gruppi di tre (mentre nel caso dell’affresco, uno dei gruppi è composto solo da due bagnanti).

Un po’ più avanti la sfida si fa più ardua perché cambiano anche i mezzi espressivi: alla Scultura spaziale in bronzo sempre di Fontana si contrappone l’Annunciazione di Pere Serra, una tempera su tavola dell’inizio del XV° secolo. Entrambe le opere riescono però a restituirci, ognuna coi propri mezzi, l’idea di un interno e la disposizione in diagonale delle figure. Ancora più interessante Concetto spaziale. Forma di Fontana accanto all’Assunzione della Vergine della Bottega degli Zavattari dove si arriva a contemplare la centralità di una figura dalla quale irradiano campi di forza concentrica.

Nella sala che ospita due capolavori come Cristo Morto di Andrea Mantegna e Pietà di Giovanni Bellini, troviamo Nero di Alberto Burri e Santo Stefano tra i santi Agostino e Nicola da Tolentino di Francesco Bissolo. Avvicinandosi un po’ alla tela e alla tavola è curioso confrontare sia l’abbinamento coloristico che la resa delle sfumature della tonaca nera di San Nicola e la resa lucido-opaco delle scelte materiche di Burri che contrappone olio e catrame. Sempre di Burri, Ferro SP4, a latere di diversi ritratti del ‘500 – due dei quali di Lorenzo Lotto e uno di Tiziano Vecellio: impossibile non accorgersi della consonanza coloristica (bronzo, nero, grigio) e della resa della profondità – nel caso di Tiziano ottenuta con lo squarcio su un paesaggio naturale a destra dell’uomo ritratto e, in quello di Burri, con la sagomatura delle lastre di ferro. Rigore e divisione verticale dello spazio (o dell’azione) in Nero e Oro di Burri e La predica di san Marco ad Alessandria d’Egitto di Gentile e Giovanni Bellini, mentre la resa coloristica del rosso intenso che assurge quasi a motivo centrale dell’opera accomuna Rosso, appunto, di Burri e la Pietà di Lorenzo Lotto. Idea oltremodo originale, l’inserimento della scultura in ferro Concetto spaziale, di Fontana, nella Cappella di San Giuseppe di Bernardino Luini. La rotazione prospettica della base della scultura riempie lo spazio e si riallaccia alla moltiplicazione delle prospettive dell’affresco alle sue spalle, recante Storie della Vergine e di san Giuseppe. E ancora, le forme curvilinee della scultura rimandano sia agli archi nel medesimo affresco che alle volte della cappella.

Il percorso è ancora lungo e sempre più affascinante a mano a mano che si procede e si diventa esperti nell’arte di vedere con la mente. Per non dilungarci però troppo, daremo ancora qualche spunto qua e là lasciando allo spettatore il compito di riempire i vuoti.

In uno spazio circolare che coinvolge totalmente, il confronto si fa più serrato: i volti dei combattenti di La vittoria dei Carnutesi sui Normanni del Padovanino si affollano come gli ovali di Plastica di Alberto Burri, mentre i tagli di Concetto spaziale. Attese di Lucio Fontana scandiscono due spazi verticali contrapposti a un’immaginaria linea orizzontale che rimanda alla tavola imbandita del Veronese, dove sono seduti dietro e davanti alla stessa i commensali della Cena in casa di Simone.

Gioco ancora più ardito  quello tra Catrame di Burri e quattro opere firmate da Vincenzo Campi, e in particolare Fruttivendola, dove nella prima la differenza tra figure è scandita dall’uso di materie diverse: catrame, olio e pietra pomice, mentre nella tela del XVI° secolo sembra che la figura umana e la frutta che la circonda condividano la medesima sostanza in una continuità che cancella la centralità dell’essere vivente. “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” di shakespeariana memoria sembra cedere il passo a siamo fatti della sostanza della natura.

Saltellando qui e là, ecco il panneggio sontuoso del Crivelli sgargiante di oro e rosso porgere la destra a Rosso Plastica di Burri, mentre il cerchio giallo di Concetto spaziale. Attese di Fontana si specchia – curiosamente anche nelle medesime tonalità – nel sole di Annunciazione di Francesco Francia.

Un intero capitolo a sé meriterebbe il confronto duplice tra la resa materica e coloristica di Cretto di Burri e le forme architettoniche finemente cesellate da Piero della Francesca nella Pala Montefeltro, o tra la lavorazione della latta di Concetto spaziale di Fontana e l’armatura dello stesso Montefeltro – dove, anche senza immaginare voli mistici che potrebbero-dovrebbero accomunare artisti contemporanei e rinascimentali, restano il confronto reale e tangibile della materia e la sensazione che suscita ai nostri sensi, così come il rigore etico, prima che formale, di Lo sposalizio della Vergine di Raffaello non si discosta da quello della composizione di Burri, Sacco e Rosso SP2.

Non si pensi però che questo confronto scada mai nell’autoreferenzialità, nel gioco intellettuale fine a se stesso, come osservare il dito invece della luna. Tutto il contrario. Basta entrare nella sala che ospita la riproduzione della struttura al neon che Fontana aveva ideato per la Triennale di Milano del ‘51 per rendersene conto. O partecipare al dialogo tra Pieter Paul Rubens e Fontana – dove Cenacolo propone una disposizione triangolare delle figure che, con la loro reciproca diagonalità e prospettiva di tela bi-dimensionale, si ripropongono fedelmente nello spazio tridimensionale dell’esposizione che ospita i tre bronzi di Concetto spaziale. Natura.

E infine, al di là delle consonanze ancora una volta insieme materiche e tonali di Burri con Sacco e del Pitocchetto, il finale è tutto per le impressioni coloristiche e quell’onda incontenibile, ideologicamente e idealmente, firmata da Giuseppe Pellizza da Volpedo in Fiumana e la complessità di stoffa, olio, segatura e pietra pomice su tela dell’esuberante Gobbo bianco di Alberto Burri.

Ottimo infine il catalogo, curato da Marina Gargiulo, con un interessante apparato critico in apertura e la puntuale contrapposizione delle opere a restituire perfettamente il senso della mostra.

La mostra continua:

Burri e Fontana a Brera
a cura di Sandrina Bandera e Bruno Corà
fino a domenica 3 ottobre
Pinacoteca di Brera
via Brera, 28 – Milano
orari: da martedì a domenica dalle 8.30 alle 19.15
(la biglietteria chiude 45 minuti prima)
chiuso lunedìwww.brera.beniculturali.it

Catalogo
Burri e Fontana a Brera
Skira/inBrera Pinacoteca
24×28 cm, 96 pagg., 80 colori, brossura
2010
Euro 30

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