L’insostenibile leggerezza di essere ebrei

Torna all’Elfo-Puccini l’elegante ironia di Moni Ovadia che, tra stereotipi e fatti storici, tra gioie e dolori, racconta le sfumature di un popolo. E il paradosso che lo ha visto fortificare, attraverso le pieghe di un esilio costante, la propria identità.

Un vademecum chiaro ed esplicito quello di Moni Ovadia, che fin dal titolo invita il pubblico a seguirlo attraverso un viaggio d’esplorazione nella cultura delle proprie origini. Un Cabaret Yiddish, con musica klezmer e cliché su nasi lunghi e avidità, semplice ed efficace, nel quale il pubblico si trova a proprio agio, anche se non capisce la lingua delle canzoni, anche se conosce solo una parte della storia, forse quella più oscura, più triste.
Al centro di una scena nuda, riempita solo da quattro musicisti, il cantore inizia, senza troppi preamboli, la sua storia con un sorriso. Un sorriso antico ed esperto, di chi fin dall’alba dei tempi ha dovuto sfruttare l’ironia per far fronte alle proprie disgrazie e ha saputo riciclare aneddoti e storielle per forgiare una sagace oratoria in risposta al razzismo e alle calunnie. Tutto nasce da un paradosso che vede impegnato il popolo ebraico guidato dal «povero» Mosé a vagare per svariati anni in un deserto, “attraversabile tranquillamente in sette giorni», senza una terra e con l’esilio costante come essenza stessa della propria cultura. Ma se il deserto non ha confini fisici, il popolo delinea i suoi attraverso la propria lingua, la propria musica, la propria preghiera e i propri costumi, tessendo una coesione tanto più impressionante quanto più lontani ne sono gli attori, una molteplicità di soggetti sparsi per il mondo, dall’Europa al Medio Oriente agli Stati Uniti.
Proprio attraverso le singole «storielle» che accomunano per stereotipo ogni ebreo, Moni Ovadia è capace di far ridere il suo pubblico, ma al contempo di fare emergere quel fondo di verità tipicamente popolare per spiegare i cardini della cultura sionista, dal dialogo con il divino a quello con la famiglia matriarcale, passando per il rapporto con il denaro, con i caratteri somatici, con il razzismo e il confronto con le altri religioni. Tutt’altro che didascalico, essendo in forma di cabaret, lo spettacolo risulta dinamico e moderno nonostante la sua non recentissima data di nascita (Ovadia lo realizzò per la prima volta nel 1992), alternando lo humor a parentesi poetiche di riflessione su alcuni dei momenti più agghiaccianti della nostra storia, eludendo l’esplicita opinione del suo autore, citando studiosi e illustri testimoni del passato, Kafka su tutti.
Con la cifra stilistica che gli è propria, Moni Ovadia sceglie la leggerezza delle battute più sottili in contrasto con i racconti dei lager e dei soprusi, lasciando grande spazio alla musica, in cui persino il testo diviene pura sonorità. Passando senza soluzione di continuità dal fiume di parole al canto salmodiante, immerge la platea in una festa Yiddish coinvolgente, colorata nonostante l’effettiva sobrietà della scena, alla quale partecipano tutti i personaggi-tipo: l’emigrante povero che riesce a rifilare rotoli di spago a un razzista della Virginia, l’avido rabbino che polemizza con dio perché gli ha fatto trovare un tesoro proprio di sabato, il vecchio psicanalista che non si scompone nel ricevere per anni, tutte le mattine, uno sputo in faccia dal proprio collega e la mamma ebrea che conta quante polpette hanno mangiato gli ospiti al matrimonio della figlia con l’uomo che lei stessa ha accuratamente selezionato.
Se in Rabinovich & Popov il viaggio era circoscritto all’esperienza dell’Unione Sovietica, in Cabaret Yiddish si parla di ebrei polacchi, americani, russi e tedeschi, di commercianti, di sarti, di analisti e rabbini, tornando così sui passi di «quel popolo eletto» sparso per il globo, ma unito dalla propria mastodontica cultura. E il pubblico ride, si diverte, tiene il ritmo, pensa e capisce un’ironia tutt’altro che volgare, cosa che per i tempi attuali è piuttosto singolare. Ma anche in questo caso c’è sempre una «storiella ebraica» che risulta ancora più paradossale della realtà. Come quella di un popolo che ha vagato per anni in un deserto percorribile in sette giorni, dopo essere stato in grado di dividere in due il Mar Rosso prendendo una scorciatoia.

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini
corso Buenos Aires, 33 – Milano
fino a domenica 4 dicembre
orari: da martedì a sabato ore 20.30, domenica ore 16:30
Cabaret Yiddish
di e con Moni Ovadia
e con Maurizio Dehò (violino), Paolo Rocca (clarinetto), Albert Florian Mihai (fisarmonica), Luca Garlaschelli (contrabbasso)
suono Mauro Pagiaro
produzione Promo Music – Corvino Meda Editore

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