«Noi non siamo fatti per morire»

La compagnia Teatro Valdoca di Cesare Ronconi porta in scena negli spazi aperti dell’università Sapienza di Roma il suo Cage’s Parade, omaggio al compositore americano John Cage nel centenario della sua nascita.

C’è chi parla di un a.C. e un d.C.: un avanti Cage e un dopo Cage. Di un cambiamento definitivo e radicale, una rivoluzione incarnata dalla sua persona, un passaggio dopo il quale la musica non è più stata la stessa. D’altronde prima di lui nessuno aveva mai trascritto una costellazione su pentagramma né amplificato una foglia di cactus per farla suonare. John Cage vedeva la musica dove gli altri vedevano solo un coperchio, una vasca da bagno, una pianta. La sua opera si configura come l’avanguardia che ha condotto la storia della musica nell’era contemporanea: la sua collaborazione con nomi del calibro di Marcel Duchamp ed Edgard Varèse (siamo nell’ambito della sperimentazione sulla musica meccanica) è nota, come pure quella con Merce Cunningham, coreografo e innovatore della danza nonché compagno di Cage per tutta la vita. Il suo lavoro conduce all’interdisciplinarità e alla strutturazione delle prime performance intese come commistione di musica, danza e arte.
Devono essere stati momenti grandiosi, quelli. Anni in cui l’arte rassicurante cedeva il passo a quella destabilizzante. Anni in cui l’artista demoliva il suo caldo nido fatto di strutture armoniche quadrate e tonde e si avventurava nella sperimentazione immateriale, senza protezione, in faccia al vento delle dissonanze e delle suggestioni, rischiando di inciampare nel suo stesso azzardo, rompere la comunicazione con il pubblico, complicare l’incanto della fruizione.
John Cage è giustamente ricordato come un pilastro, e la letteratura a lui dedicata è di una vastità sconcertante. L’influenza della sua opera è trasversale e fertile, ma come accade per le icone pop, le creazioni ispirate al suo lavoro prendono derive inaspettate. Spesso l’artista eclettico, originale pensatore, sovrasta il musicista. John Cage non amava la registrazione degli atti musicali a favore delle esecuzioni dal vivo, era uno tra i principali fautori del movimento Fluxus e la concettualizzazione degli happening, ma spesso le riflessioni e gli omaggi  che lo riguardano prescindono dall’ascolto a favore delle visioni, così che la sua immagine ne risulta trasfigurata, interpretata. Quando nel 1952 rimase in silenzio per i suoi famosi 4’33’’ stava componendo musica. Cosa resta oggi della sua opera?
È questo che ci si chiede durante e dopo l’esibizione del Teatro Valdoca. Quaranta minuti che sono una commistione di suono, danza e poesia, una performance. Nel tempo presente siamo così tragicamente assuefatti a questo termine che ne accettiamo qualsiasi forma o contenuto, data l’indefinibilità che ormai ne investe il concetto stesso. La Cage’s Parade intende omaggiare il compositore con un allestimento che tenti di rievocare, almeno in parte, l’efficacia delle sue sperimentazioni. Un’occupazione dello spazio aperto invaso da un laboratorio permanente che a ogni rappresentazione cambia, si evolve in un flusso corporeo e poetico di movimenti e versi. Il risultato sembra eleggersi come eredità viva delle avanguardie, arte nuova e innovativa, ma tende alla decostruzione di schemi che lo stesso Cage aveva distrutto anni fa.
Certamente sorge naturale una riflessione più ampia, che dagli spazi aperti dell’università Sapienza si estende alla realtà teatrale e artistica contemporanea in generale: realtà che forse, invece di ricercare nuovi approcci comunicativi, invece di porsi come fucina dove forgiare nuovi contenuti, invece di rivoluzionare il già visto e sentito a costo di mettersi in una posizione scomoda – la sperimentazione di cui sopra – sceglie di sprofondare nella poltrona confortevole di forme già create e ampiamente riutilizzate. Forse l’errore umano che si ripete da un secolo è la convinzione che le avanguardie abbiano creato forme artistiche imperiture, riadattabili come dei classici in ogni tempo e luogo futuro, snaturandone completamente il senso profondo, cioè di opere che rompevano con la classicità appunto, destinate a cambiare il corso della storia dell’arte così come una crepa che si apre nella crosta terrestre costringe a cambiare la rotta dei continenti, ma certo non destinate a funzionare, così come erano, per sempre.
Il pubblico presente in platea sembra alieno da tutto questo riflettere. La Cage’s parade lo convince, probabilmente lo avvicina all’opera di Cage (se non l’ha conosciuta fino a quel momento) o gliela riporta alla memoria (in caso la conosca già). Obiettivo raggiunto, dunque. L’omaggio è stato reso, e risuona forte nell’aria, anche quando ormai la platea è vuota e la pioggia incerta cade a timidi cenni sulle sedie libere, il verso «Noi non siamo fatti per morire», recitato poco prima dalla voce penetrante e calda di Mariangela Gualtieri.
Come se Cage e Cunningham e mille altri lo gridassero dal cielo nero, sperando che qualcuno li senta.

Lo spettacolo è andato in scena: 
Università Sapienza
Piazzale Aldo Moro, 5 – Roma
martedì 25 settembre, ore 20.30
(durata 40 minuti circa senza intervallo)

Centro Teatro Ateneo e Teatro Valdoca presentano
Cage’s Parade
di Cesare Ronconi
con Leonardo Delogu, Susanna Dimitri, Olimpia Fortuni, Francesco Laterza, Isabella Macchi, Silvia Mai, Chiara Orefice, Fabio Pagano, Lucia Palladino, Valerio Sirna, Mariangela Gualtieri, Gabriella Rusticali
partiture e musiche John Cage
fonica Luca Fusconi
costumi Gaia Paciello
attrezzeria Maurizio Bertoni
macchinista Stefano Cortesi
parabole acustiche e ottiche Laboratorio dell’Imperfetto
collaborazione al progetto Alessandro Taverna

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