Al Teatro Dal Verme il superbo violinista Vadim Brodskij riapre una finestra sul passato con il monumentale Concerto di Cajkovskij, a cui fa eco una Settima di Antonín Leopold Dvorák che forse non riesce a esprimere la molteplicità dei suoi mondi.

Serata impegnativa per il pubblico del Teatro Dal Verme che vede la prima parte dedicata alla vecchia scuola violinistica russa, sia per il brano proposto – il meraviglioso Concerto in re maggiore op. 35 per violino e orchestra di Cajkovskij – sia per il solista che lo esegue – Vadim Brodskij, premio Wieniawski 1977 e Paganini 1984, allievo di David Oistrach.

Si potrebbe quindi dire che è come fare un tuffo nella Russia dell’Età dell’oro, quando uno tra i compositori di punta del periodo tardo romantico riusciva a comporre un brano assolutamente proporzionato nella sua grandezza, in cui temi popolari e melodie malinconicamente russe erano affidate alla cantabilità del violino che – per l’occasione – doveva sfoderare tutta la sua forza ammaliante e i suoni più accattivanti per non far mai scemare l’attenzione del pubblico nei quasi quarantacinque minuti di durata.

Al Dal Verme, per i presenti, è davvero una serata fortunata: il compito del seduttore questa volta tocca a Brodskij, ucraino e – ironia della sorte – discendente proprio di quel Brodskij che di questo Concerto fu il primo esecutore nel 1881 – il che aggiunge all’ascolto un tocco altamente suggestivo.
La breve introduzione dell’orchestra rivela tratti importanti: a sorpresa, il solista suona il “tutti” rivolto accuratamente verso i violini, come una spalla paterna che abbia curato personalmente la preparazione della sezione – il che non è da escludersi. L’attacco del “solo” è una completa rivelazione: si è di fronte a un modo di suonare al quale oggi si assiste raramente dal vivo. Un suono corposo, scuro, dove ogni nota è vibrata, portamenti curatissimi e un fraseggio per il quale l’aggettivo espressivo non indica a sufficienza la ricchezza timbrica e musicale dell’interprete.

La performance non è sempre impeccabile – in particolar modo nell’Allegro moderato – Moderato assai, dove a tratti l’intonazione è tutt’altro che perfetta. Difetto che, con tutta probabilità, avrebbe enormemente infastidito in altro contesto, ma che di fronte all’eleganza e allo spessore musicale di Brodskij non compromette la magia che si è creata. Del resto, quando chi calca il palco ha qualcosa di particolare da dire – e meglio ancora se è un qualcosa legato a quel passato meraviglioso che i più giovani possono solo immaginare – allora si diventa per forza più indulgenti.

Brodskij è attentissimo al dialogo con l’orchestra e dimostra di avere delle notevoli possibilità dinamiche che sfodera nel terzo tempo – Canzonetta – in cui il tema del canto popolare emerge anche grazie alle piccole dilatazioni di tempo che sembrano dare il via alle danze. L’interpretazione che ne emerge è molto particolare, in controtendenza rispetto alle esecuzioni che si sentono tra i giovani emergenti – a volte stereotipate.

Non a caso, Brodskij piace molto al pubblico – che ne è letteralmente conquistato. Il bis prescelto è L’ultima rosa dell’estate di Ernst, vero pezzo di bravura in cui il violinista rivela un virtuosismo di altissimo livello.

Il secondo tempo è dedicato a Dvorák e alla sua Sinfonia n. 7 in re minore op. 70 – di cui l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, diretta da Giancarlo De Lorenzo, offre un’interpretazione in cui si valorizza la densità armonica della scrittura – complessa e piena di idee, vicina più di quanto si creda a Brahms, ma allo stesso tempo incredibilmente proiettata verso il Novecento. E se, nell’impeto esecutivo, si coglie una spettatrice che si lascia scappare: «La musica di Dvorák è arrabbiata», si ha la conferma che non è il povero compositore a essere stato colto da un improvviso attacco di bile durante la scrittura, ma è l’orchestra che non riesce a smussarne gli angoli, risultando a tratti più aggressiva del necessario. Strategia, questa, che cattura il pubblico meno esperto ma che, privilegiando solo l’aspetto impetuoso, non gli rende giustizia al 100%.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Dal Verme
via Giovanni sul Muro, 2 – Milano
giovedì 26 aprile, ore 21.00
Pëtr Il’ic Cajkovskij: Concerto in re maggiore op. 35 per violino e orchestra
Antonín Leopold Dvorák: Sinfonia n. 7 in re minore op. 70
violino Vadim Brodskij
direttore Giancarlo De Lorenzo
Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza

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