Diverse prigioni

delloscompiglioAlla Tenuta dello Scompiglio di Vorno, scorrono le parole su tempo, spazio, prigionia.

Tenuta dello Scompiglio, provincia di Lucca. L’estate ustiona le superfici, addenta e cristallizza l’aria. Lo spaziare di boschi e coltivazioni appare sconfinato nel pomeriggio di giugno, sabato 27. Il calore sclerotizza tempo e cose, a parer d’alcuni; a sentir altri, li accelera. Ma non ha importanza poiché, alla fin fine, noi avanziamo.

Ha questo a che fare con le tematiche di The Cycles, una prima assoluta di Anton Mirto e Alit Kreiz, A2 Company. Ma prima di entrare, ancora qualcosa.

Isolato dalla Tenuta, quindici buoni minuti di camminata, il metato domina la vallata come una vedetta che cerchi ricovero per la propria nave. Con questa calura, però, laggiù non troverà nessuno. Ciò che ha trovato, che non riesce a sperdere, è se stesso. E quel che contiene.

Camera #3. Non è possibile dilungarsi, essendo l’opera la fase conclusiva di un percorso iniziato nel 2011 con Camera #1 e proseguito con Camera #2 nel 2012. Un percorso che non ci è stato possibile seguire e la cui storia, oltre che lunga, risulterebbe scarsa, se raccontata in questo frangente. Frutto della collaborazione tra la storica Cecilia Bertoni (e la definiamo “storica” poiché, essendo ideatrice del Progetto Dello Scompiglio, la sua arte permea gran parte degli eventi della Tenuta) e Claire Guerrier, con Carl G. Beukman, Camera #3 sviluppa (definitivamente?) lo spirito con il quale le due donne percepiscono ed elaborano il concetto di solitudine. La stanza è piccola, claustrofobica, vuota e al contempo satura del passaggio umano. Racconta di uno spazio condiviso, di angoscie spartite in cinque metri per cinque. Un letto, un tavolo, una sedia, libri, fogli sparpagliati, immagini. Tutto attorno un poligono di muri rivestito di reti, come di un minuzioso ricamo. Oltre, la campagna affocata, arida, senza scampo. Due isolamenti, una donna e un fantasma. Cecilia Bertoni, con le sue reti, l’intrappolamento dal quale tenta di fuggire attraverso il viaggio ossessivo (commemorato nel primo libro d’artista che ci capita sotto mano), attraverso i libri di cui si contorna, le parole che trascrive. Uno strazio documentato attraverso gli oggetti, come i resti maceri di un campo di concentramento. Ancora una volta si manifesta la sua personalità aggressiva, confermata e annunciata da una pesante fisicità. Questa fisicità, tanto ontologica quanto strumentale, può semplificarsi senza problemi in un poligono di vetro riempito d’acqua e petrolio, recintato dalle reti che lo imprigionano e riflesso da uno specchio pavimentale.

Diversa è la solitudine di Claire Guerrier, strana presenza che attornia la prigionia concreta della Bertoni, una figura mai distinta, mai affermata. La si percepisce in poche immagini sfuocate, nell’impronta di una mano che altera il vetro, nel vortice perturbante di bambolotti delle dimensioni di una falange che emergono dalla terra e lottano per una sopravvivenza esitante. Timida, incapace di un’esposizione autentica, prigioniera principalmente in se stessa, l’altra nella ripetitività di tempo e spazio. Tra le due, la musica di Beukman, una composizione fatta di frammenti, al pari dell’installazione. L’artista, che cerca in ogni progetto di creare un amalgama tra suono, luogo e azione, permea l’ambiente di suoni umani. La risata, il pianto della Bertoni, le vocali universali della Guerrier, il loro ritmo cardiaco, i respiri, i passi, i gorgoglii dell’addome. Tutto questo entra a far parte del singolo osservatore (nell’installazione può entrare una sola persona per volta), rendendolo a sua volta componente della prigione. Ecco che le solitudini diventano tre. E ancora, Camera #3 illustra il processo dell’abitudine del coesistere, un processo che si sarebbe meglio intuito se avessimo preso parte alle due opere precedenti, che non ci è dato descrivere con l’adeguata precisione. Riassumeremo così: in Camera #1 le presenze si mescolano caoticamente, senza pace. In Camera #2 si avverte quella demarcazione, quella netta separazione che fa da preludio alla fusione armonica. Si ha qui una sorta di autoriconoscimento. La conclusione offre quella che forse è una rassegnazione, forse una pace raggiunta, oppure entrambe. Ma due solitudini fanno una relazione? O scavano, come doppi buchi, un abisso ancor più ineluttabile?

Ore 19.00, le profondità della Tenuta. Lo spazio performatico di The Cycles è vasto, percorribile dagli spettatori in tutta la sua lunghezza. Bianco e monotono, costellato di oggetti coi quali non è permesso interagire. I cinque performer, ingombri di tute da lavoro, si districano tra di essi, compiono azioni che si ripetono all’infinito. I cambiamenti, quasi impercettibili, trascinano l’opera per settantacinque minuti circa. Man mano che si procede nell’esibizione, subentra un senso di automatismo, una sorta di assuefazione. L’ordine degli eventi si confonde, perde di significato. Un uomo ha con sé un bidone, vi si appoggia, cerca di non cadere, cade. Pezzi di corteccia si rovesciano sotto di lui, accrescendo il mucchio che già c’era. Segno che è già caduto altre volte, molte. Si rialza, ricomincia daccapo. Poco più in là, una donna spinge un pneumatico, lo spinge a lungo, lo solleva, ascende una rampa di scale, ridiscende altrove. Ricomincia daccapo, anche lei. Su di un tronco reciso, un uomo siede segando via, al contempo, il segmento su cui poggia. A fusto tagliato, rovina al suolo. Fragore, poi silenzio. Un nuovo tronco, un nuovo uomo, un nuovo suicidio. C’è poi quello che resta fermo, passivo, a mortificarsi il piede con una pietra, a urlare muto, a spostarsi a tratti, portando sempre con sé il fardello.

Subentrano modifiche. La pietra triplica di numero, poi sono quattro, poi cinque. La pietre passano di mano in mano, come doni. Loro sorridono, quasi a comando, senza più urlare. Un altro uomo lotta per non cadere, ma il bidone non c’è più. Adesso c’è un pneumatico, il secondo. Lo scambio delle pietre si trasforma in marcia: ognuno col proprio fardello, passo marziale, raggruppati. Sul tronco arrivano in due, uno sega via l’altro, seduto sul segmento condannato. Cade. Si ricomincia.

Sul ciclo di uomini e donne il pendolo del tempo oscilla interminabile. Sono due: uno è sostenuto dalla meccanica, l’altro dalla sua stessa vittima. L’uomo che, a intervalli regolari, spinge il pendolo giallo, poi lo ruota, esprime forse la necessità umana di una routine da seguire, di costruirsi una prigione di nostra propria volontà. L’apporto sonoro, che emerge dopo il silenzio, è denso di elementi pacifici e componenti perturbanti, quasi intrauterini. Il ritmo di fondo è dato dal va e vieni dello strumento da taglio, dalle cadute cadenzate, dal modulare strofinio del pneumatico sul pavimento.

L’immagine del circolo si ripresenta più volte nel percorso descritto dal pendolo, nel gorgo del telo, che la donna si avvita attorno ai piedi sino a restarne intrappolata e dovervi abbandonare le scarpe, nella ruota che gira e avanza con lentezza inesorabile.

Uomini e donne si scambiano i ruoli, poi li riprendono. La ciclicità non lascia tregua. Come detto, l’opera ha un tono meccanico, quasi soporifero. La si guarda come si guarda con una lente il movimento interno di uno rologio, con sonnolenta curiosità e mente vaga.

Tutto finisce dopo poco più di un’ora, ma per quanto si può dire avrebbe potuto prendere tutto il tempo del creato. D’altronde qui, alla Tenuta, il tempo pare un’entità viva.

Andandosene pare di vederlo ancora lassù. A scrutarci.

Spettacolo e installazione a:
Tenuta dello Scompiglio

Vorno (Lucca)

opera permanente nel metato della Tenuta
Camera #3
di Cecilia Bertoni e Claire Guerrier
con Carl G. Beukman

sabato 27 e domenica 28 giugno, ore 19.00
The Cycles
di Anton Mirto e Alit Kreiz
A2 Company
SPE- Spazio Performatico Espositivo
performers: Enrico L’Abbate, Andrea Baldassarri, Alit Kreiz, Mosè Risaliti, Eleftheria Tzamtzi
sound design Kon Tsits
regia Anton Mirto

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