Ho visto Lorenzo volare

Ai Cantieri Teatrali Koreja va in scena Cammelli a Barbiana, il «racconto di un ragazzo ricco, sorridente e pure bello», nato «figlio di papà […] mentre i ragazzi della sua età vanno a combattere per Mussolini», ma che divenne «il maestro più rivoluzionario, dinamitardo e rompiscatole del dopoguerra italiano».

Di Cammelli a Barbiana ne aveva già colto le belle potenzialità la nostra Mailé Orsi dopo averlo ammirato come semplice studio nell’ultima edizione di Collinarea (recensione). In occasione dell’apertura di Strade Maestre, la «Stagione di teatro, danza, musica e incontri» dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, torniamo ad assistere,  nella sua veste praticamente ultimata, a quello che è il «primo spettacolo di D’Elia e Niccolini pensato per il pubblico serale, distribuito da INTI – Landscape of the Moving Tales, un nuovo progetto artistico dedicato alle storie, al racconto e ai valori più profondi del paesaggio e della memoria dei luoghi».

Formare, educare, insegnare: sono alcuni tra i termini utilizzati per definire il percorso di crescita verso l’età adulta che la società occidentale svolge all’interno di istituzioni strutturate a tale scopo, le cosiddette agenzie formative, in primis la scuola.

Su quale tra quei termini sia il più idoneo, il dibattitto è ampio e, quando non piegato alla pedanteria degli addetti ai lavori, ha ben poco del superfluo visto che coinvolge prospettive sociali e concezioni antropologiche. Difatti, la formazione, l’educazione e l’insegnamento, al pari della buona politica (che, però, compete agli adulti), rappresentano modi diversi attraverso cui l’umanità organizzata, investendo sulle nuove generazioni, raccoglie la sfida al proprio destino, rilancia il titanico sforzo dello stare nel mondo senza soccombere all’autoannientamento e, in definitiva, plasma l’unico realistico tentativo di superare i propri limiti esistenziali e temporali e, dunque, di concretizzare il miraggio di una felicità non eterna ma hic et nunc.

Le profondissime e sostanziali differenze tra i sistemi dei diversi paesi – figlie di specifiche radici storiche e intenzioni culturali – e l’incredibile attualità di un dibattitto riformista che (incessantemente) richiama all’ordine del giorno il tema del rapporto con un pianeta globalizzato e cangiante alla velocità della rete non avrebbero alcuna ragion d’essere se non rimandando alla radicalità delle questioni: quale forma istituzionale e quali pratiche didattiche e pedagogiche potrebbero, avendo consapevolezza del da dove veniamo, interrogarsi al meglio sul chi siamo e indirizzare positivamente il dove stiamo andando?

A partire da questo assunto, è evidente come per un qualsiasi spettacolo su don Milani si ponga con estrema naturalezza la legittima urgenza della sua rappresentazione, anche senza far riferimento all’ormai prossimo cinquantesimo anniversario della sua morte (1967), tuttavia con Cammelli a Barbiana di Luigi D’Elia e Francesco Niccolini si va oltre la semplice aderenza e affinità a una tematica – come visto – ancora contemporanea.

(S)Oggetto di culto, amato o odiato senza mezze misure, chi era Lorenzo Milani il priore classista e non ecumenico che tanto scandalizzò l’Italia democristiana del dopoguerra? Figura lontanissima dall’essere pacificata e pacificante, sul fondatore della scuola di Barbiana la controversia riname enorme, perché se da una parte ambienti ultracattolici, rigurgiti antisessantottini e reazionari interclassisti lo accusano di aver promosso un fragoroso degrado della qualità scolastica legittimando una paradossale miscela di autoritarismo e lassismo (tra le accuse più ricorrenti ricordiamo l’istigazione all’odio, l’assenza di un’autentica metodologia didattica e una pedagogia ridotta al ricorso alle punizioni fisiche e all’abolizione delle bocciature), dall’altra lo si esalta quasi a profeta di una stagione ancora incompiuta di democratizzazione dei funzionamenti pedagogici e dei dispositivi didattici.

La verità, per una volta, non sta nel mezzo, essendo scritta a lettere cubitali nella possente produzione letteraria di don Milani, e risulta davvero troppo semplice smascherare le accuse di chi, per ignoranza o per ideologia, strumentalizza il contesto storico dell’epoca in cui la scuola di Barbiana venne a operare, ossia un tempo in cui in Italia l’analfabetismo, già da decenni scomparso nei principali paesi europei (eccetto, non a caso, la Spagna franchista), era diffuso e le bocciature perpetuavano dispersione scolastica di massa (ancora oggi siamo fanalino di coda nell’Unione Europea) ed esclusione sociale. Un’epoca in cui era chiarissimo allo stesso Milani che per combattere quel circolo vizioso di una scuola/«ospedale che cura i sani e respinge i malati» (Lettera a una professoressa) fosse lecito non solo bocciare (ma non prima che tutti sapessero leggere, scrivere e fare conti, dunque superato il ciclo della scuola dell’obbligo), ma addirittura valorizzare le eccellenze con esperienze che oggi chiameremmo d’alta formazione, lingue straniere, viaggi studio e lavoro all’estero, l’utilizzo didattico delle attività teatrali, l’alternanza scuola-lavoro.

Della messa in scena dell’ultimo lavoro di Luigi D’Elia e Francesco Niccolini tre sono le polarità che, caratterizzando una narrazione cadenzata dal continuo e struggente dialogare con la madre, restituiscono poderoso un senso di coerenza e profondità: vita, lotta e amore.

Nella prima (vita), strettamente biografica, a emergere in tutto il suo travaglio è la figura di un credente adulto lontanissimo da ogni forma di materialismo e capace di riconoscere nei principi costituzionali della laicità dell’istruzione e della libertà di coscienza (la Costituzione, insieme al Vangelo, rappresentava il testo scolastico di Barbiana) la miglior garanzia data agli ultimi per poter vivere una fede autentica e non come il trionfo mondanizzato e privo di scandalo della sua classe dirigente. La seconda (lotta) è proprio il conflitto con le gerarchie ecclesiastiche, con la Chiesa, vale a dire con i massimi rappresentanti di quello che per i cattolici sarebbe lo stesso Corpo di Cristo. Fu probabilmente questa, l’incomprensione dei suoi stessi fratelli, la nota più dolente della vita di don Milani, il motivo della più sua grande sofferenza. Ed è su di essa che D’Elia indugia (opportunamente) e pone sempre il contrappeso della terza polarità (amore), così eludendo la tara dell’approfondimento di una faida difficilmente riconducibile a mere questioni di establishment (suo grande competitor fu Elia Dalla Costa, celebre vescovo antifascista di Firenze,  e papa Roncalli dopo aver letto le Esperienze pastorali lo definì «pazzo scappato dal manicomio») per esaltarne l’incondizionato schierarsi a favore dei più umili, la sistematica messa in crisi dell’incapacità di ogni intellettualismo elitario (in particolare il marxismo) di comprendere e fare qualcosa di concreto per le esigenze di contadini e proletari.

La scelta tripolare funziona e, mentre il racconto dei personaggi e la descrizione degli ambienti (che il verbo di D’Elia pennella secondo la miglior tradizione del teatro di parola) vanno a comporre un intreccio ricco e chiaro nell’esposizione anche per chi non edotto della vicenda, il focus viene mantenuto saldo sull’emancipazione degli ultimi attraverso il potere della conoscenza. La narrazione, magnetica e mai appesantita, regge su un testo semplice e comprensibile che, al netto di un inserto sul compagno Pipetta troppo isolato per risultare significativo, taglia sapientemente una biografia non estesa cronologicamente ma densissima di esperienze e prese di posizione scomode.

Artista/educatore temprato da anni di pratica con e per i ragazzi, senza mai eccedere nello sterile virtuosismo o fare ricorso a complessi tecnicismi, Luigi D’Elia restituisce quasi con candore le personalità del protagonista versus i suoi antagonisti lasciando vibrare all’unisono il proprio corpo e la propria voce con le certezze e i timori, la speranza e le inimicizie che avevano assistito e contrastato Lorenzo Milani nella sua troppo breve vita.

Quella che emerge da Cammelli a Barbiana è allora la straordinarietà di una figura che le eccellenti doti narrative dell’interprete brindisino, dosando la giusta misura di componente biografica e slancio poetico, nonché tenendo alla giusta distanza la tentazione della stereotipia e del moralismo, nonostante il finale si distenda sul ciglio di un pericoloso equilibrio tra il realismo dell’angoscia e la retorica del melodramma, riesce a volgere con ammiccante disinvoltura al pubblico.

Una storia di «amore senza compromessi» per «quei ragazzi dimenticati che, un giorno, videro un cammello volare sulle loro teste» e che, con curiosità e fedeltà, con pudore e testimonianza, in maniera seria ma non seriosa, vitale ma non esuberante, non racconta pensieri politici o paesaggi morali, ma incarna il corpo e l’anima di un uomo singolo per dare forma compiuta a uno splendido esempio di coerenza tra teatro e vita e del potere dell’arte di promuovere trasformazione e cambiamento attraverso la conoscenza.

Intenzione che Lorenzo Milani, Luigi D’Elia e Francesco Niccolini mostrano di condividere meravigliosamente.

Lo spettacolo è andato in scena:
Cantieri Teatrali Koreja

via Guido Dorso 70, Lecce
sabato 12 novembre
ore 18 (incontro), ore 21 (spettacolo)

A Barbiana – Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali
incontro con Sandra Gesualdi (Fondazione don Lorenzo Milani), Luigi Monti (direttore della rivista Gli Asini), Chino Salento, Giovanni Casarano (dirigente scolastico) e Luigi D’Elia
coordina Goffredo Merola (TV2000)

Cammelli a Barbiana
di Luigi D’Elia e Francesco Niccolini
regia Fabrizio Saccomanno
con Luigi D’Elia
distribuito da INTI – Landscape of the Moving Tales
produzione Thalassia – TEATRI ABITATI
con la collaborazione della Fondazione Don Lorenzo Milani
e del festival Montagne Racconta (Treville, Montagne – TN)

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