Nello sfruttamento troviamo le rovine del mondo

Dal 2 al 6 giugno, il progetto DOM- al Teatro India ha fatto rivolgere lo sguardo del pubblico su un mondo incenerito, dove la catastrofe si è già consumata. E tuttavia, solo al fondo della sciagura possiamo trovare una scintilla di riscatto.

Nel momento in cui il pubblico timidamente, con desiderio pari solo al disorientamento, si accinge a tornare nei luoghi dello spettacolo dal vivo, il teatro non deve cedere alla tentazione di rispondere con enfasi trionfalistica o gioie ingiustificate. Il teatro, a quel pubblico, deve imporre severamente una condizione di disagio, di scoramento. Tornando a teatro, gli spettatori all’effetto di claustrofobia determinato dalla mascherina rigorosamente indossata, devono aggiungere la tensione dettata dalla messa in discussione dei principi classici di orientamento nello spazio, dei criteri della narrazione drammaturgica; i nostri tempi, in altre parole, non ammettono formule di sollievo o leggerezza di nessun tipo, per quanto il pubblico sarebbe ben disposto ad accoglierle.

Ma il buon teatro non fa questo, non l’ha mai fatto specie quando intorno tutto brucia. Se il mondo è in fiamme, se siamo sprofondati in una buca profonda, l’arte scenica e performativa deve bruciare anch’essa, scavare ancora più nel profondo, perché in queste condizioni – avrebbe detto Theodor W. Adorno – non è concessa alcuna “arte serena”.

Il progetto DOM- non concede alcuna serenità: sorto dalla collaborazione di Leonardo Delogu e Valerio Sirna, fin dall’anno della sua fondazione DOM- si è concentrato sul rapporto tra corpi e ambiente, alimentando la dimensione critico-contestativa rivolta in senso ecologico nonché politico e sociale. All’interno di Oceano Indiano, luogo di residenza artistica nonché di produzione del Teatro di Roma, DOM- da vari anni ha avviato un lavoro di sperimentazione estetica e concettuale che si concentra sulla sovrapposizione di livelli comunicazionali ed espressivi che rinunciano a qualsiasi didascalismo e che attribuiscono alla pluralità degli elementi scenici (dalla voce alla luce, dalle sculture di scena al suono, dall’azione frenetica dei corpi alla loro immobile condensazione) la forza di raccontare, testimoniare e denunciare le sofferenze del mondo. Sofferenze che non sono metafisiche o astratte, ma concrete, legate alle logiche dello sfruttamento proprie del sistema capitalista, che mette in relazione la persecuzione nei confronti dei malati mentali ai principi della produzione e del consumismo: logiche di dominio che non hanno storia, per questo in Campfire/dove comincia l’incendio, andato in scena al Teatro India fino al 6 giugno, interpretato e scritto da Arianna Lodeserto, membro di DOM- da un paio di anni, l’origine del dolore e dello sfruttamento è più antico della stessa antichità. Un fondo/sfondato, che si ripete incessantemente nella diversificazione, come ci dicono le parole della voce over che accompagnano lo spettatore in questo gorgo al di qua e al di là della storia.

Lo spazio scenico è sfruttato in profondità con una competenza e un’attrazione senza pari: sul fondale si apre lo spazio del giardino, topos e concetto che torna ciclicamente non solo in questa opera ma nell’immaginario di DOM- da sempre, il giardino come via di fuga estrema, ma anche habitat naturale dal quale si è stati strappati. Le sculture sceniche, realizzate da Mattia Cleri Polidori, sono essenziali ma al contempo formidabili, perché acuiscono il senso distopico e soffocante del racconto/non-racconto. I riferenti nobili vanno da Dario Fo a Luigi Nono: la sperimentazione radicale non si chiude tautologicamente nell’autoreferenzialità, ma compie il passo arduo quanto efficace di puntare lo sguardo tagliente sulla cronaca, sui drammi del mondo, sui paradossi della civilizzazione del consumo e sulle nuove forme di schiavizzazione e costrizione dei corpi. Dal momento che l’incendio c’è stato “già da sempre”, è proprio sui detriti e sulla cenere che si stagliano le figure che si dimenano come impazzite sul palco, in cerca di una liberazione: la triste cronaca relativa alle morti sul lavoro, che coinvolgono spesso le lavoratici anche giovanissime, ci racconta che l’orrore non ha mai smesso di essere e di ripetersi. Ed è la donna succube della logica della produzione capitalista a diventare archetipo della vittima sacrificale; non a caso è proprio la seconda parte dell’opera a rappresentare quella più efficace e toccante, mentre la prima resta troppo vaga, senza un supporto ulteriore alla comprensione.

In questo scenario post-apocalittico dove la fine del mondo non cessa eternamente di accadere, in ogni operaio e lavoratore che muore e in ogni vita spezzata dallo sfruttamento, DOM- decide di lasciare il pubblico con un estremo gesto di speranza: gli spettatori percorrono la scena ed escono all’aperto, leggono una lettera per poi inoltrarsi insieme agli interpreti nell’erba alta di un terreno mai riqualificato che attende di venire recuperato da tanti anni. E proprio lì, con la musica di sottofondo, gli spettatori sono invitati a correre e a perdersi nell’erba, perché il nemico dell’uomo non è mai la natura ma l’altro uomo che impone un’idea distorta di essa per utilizzarla come arme di sfruttamento.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman, Roma
dal 2 al 6 giugno

CAMPFIRE/dove comincia l’incendio
di DOM-
ideazione, testi e messa in scena Leonardo Delogu, Arianna Lodeserto, Valerio Sirnå
con Loredana Canditone, Daria Greco, Serena Emiliani, Arianna Lodeserto, Chiara Lucisano, Chiara Marolla, Marta Olivieri, Michela Rosa, Valerio Sirnå
sculture di scena Mattia Cleri Polidori
luci Mattia Bagnoli
musiche originali Capibara
suono Clovis Tisserand
aiuto scenografo Tiziano Conte
Produzione DOM-  Coproduzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

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