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Canned Macbeth | Dialogo per due attori – Alfredino | L’Italia in fondo a un pozzo / D.O.I.T Festival

Canned Macbeth | Dialogo per due attori – Alfredino | L’Italia in fondo a un pozzo / D.O.I.T Festival, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Canned Macbeth | Dialogo per due attori – Alfredino | L’Italia in fondo a un pozzo / D.O.I.T Festival
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Il senso del Macbeth per il dolore e la dilaniante storia di Alfredino Rampi abitano in absentia la scena dell’Ar.Ma di Roma. Confrontarsi con i classici shakesperiani non è certo affar semplice e di trasposizioni, ribaltamenti e riproposizioni di opere che hanno segnato le pratiche discorsive e culturali dell’Occidente, la storia – del teatro e …

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Il senso del Macbeth per il dolore e la dilaniante storia di Alfredino Rampi abitano in absentia la scena dell’Ar.Ma di Roma.

Confrontarsi con i classici shakesperiani non è certo affar semplice e di trasposizioni, ribaltamenti e riproposizioni di opere che hanno segnato le pratiche discorsive e culturali dell’Occidente, la storia – del teatro e del cinema – è colma.

Se per registi e drammaturghi risulta sempre particolarmente ostico decidere tra l’incontro o lo scontro con il Bardo, a rappresentare l’ostacolo più arduo di ogni confronto sembrerebbe essere non tanto un’abbondanza tale da rendere ostica l’originalità, quanto la colpevole misconoscenza del ruolo di assoluta novità e unicità occupato da Shakespeare nell’intreccio tra storia e società occidentale, quel ruolo non tanto di indagine psicologica dell’abisso dell’essere umano, ma di suo demiurgico inventore (Harold Bloom).

Con Romeo e Giulietta, Il Mercante di Venezia e Macbeth, per citare solo alcuni esempi, Shakespeare non trasfigurò semplicemente nella forma drammaturgica  – rispettivamente – l’amore naif tra ragazzo e ragazza, l’antisemitismo europeo o la dominante presenza del male nell’animo umano. Infatti, conformando i canoni linguistici e simbolici del mondo adolescenziale poi divenuti attuali, secolarizzando l’archetipo del capro espiatorio nello stereotipo dell’ebreo usuraio e malvagio (poi usato dal Nazismo per legittimare le persecuzioni razziali) e, con il Macbeth, dando forma disciplinare al legame moralistico tra ambizione, follia e potere, il Bardo raggiunse obiettivi epocali in grado di costruire nuovi e fondamentali spaccati simbolici dell’immaginario culturale in cui oggi viviamo.

Rispetto a un impianto che attraversa in chiave tanto mistica quanto debole la carne e il sangue di protagonisti umani, troppo umani, appare evidente come le possibilità interpretative offerte dal Macbeth siano le più ampie e divergenti, dalla politica alla morale, dal gender alla psicoanalisi, e via dicendo.

La pazzia, ammoniva Macbeth, cadrà come una coltre oscura su chi brama l’autorità assoluta, su quei peccatori che saranno spazzati via dallo stesso destino che pure avrebbero potuto contrastare qualora non avessero scelto di far abdicare la propria volontà a una disumana aspirazione di dominio, ma con Canned Macbeth siamo oltre la celebre vicenda e scopriamo come l’ex re di Scozia e consorte siano (poco più che) dei sopravvissuti. Sono «un re e una regina» che «vivono in una stanza», che «è tutto quello che rimane del loro regno». In essa, «lontani dalla patria e dalla storia che, se prima li aveva visti protagonisti del potere, ora si fa beffe di loro», «hanno tutto quello che serve per sopravvivere: un passato, un rancore e dei viveri»; in essa «marito e moglie, uomo e donna […] vagano nel buio in cerca d’amore, di quiete. Ogni tanto si scontrano, a volte si cercano senza trovarsi».

Il testo di Letizia Amoreo utilizza un linguaggio ricercato per collocare il dramma dell’orrore e della paura in un indefinito luogo spazio-temporale, potenziando la sensazione di un contesto freddo e sospeso di una scenografia di assi dondolanti (un letto e un tavolo), un divano-trono e varie scatole di latta. In questo ambiente, al cui interno anche lo svolgimento narrativo e dei caratteri sarà caratterizzato dal (faticoso) posizionarsi sul confine di una surreale dormiveglia, i due consorti si rilevano mai in grado realmente di dialogare, isolati in un soliloquio con la propria (in)coscienza.

Presentati nella logica di un reciproco auto-annientamento psichico, vedremo da un lato Lady Macbeth cercare di barattare (invano) il proprio riscatto ai danni del marito inviando di nascosto missive a invisibili amici/carcerieri, dall’altro Lord Macbeth provare a non sprofondare sull’altare-trono della certezza interiore di un destino di reietto amorale impossibile da scrollarsi di dosso. Riducendo il tema della violenza umana evocato da Shakespeare a una dimensione totalmente privata, la regia inserisce però con troppa rigidità il dramma in una logica metaforica, quella della messa in scena dell’esistenza atomica dei Macbeth, pagando in tal senso e in particolare la scarsa credibilità con cui Roberto Galano restituisce il proprio personaggio, oscillando con insostenibile, lezioso e manieristico fare tra la titubante assenza di ricordi e l’anelito di una nuova grandezza.

Potenzialmente suggestiva, la scelta di una netta declinazione post shakesperiana non viene percorsa fino in fondo, palesandosi incoerente debitrice di varie suggestioni (l’enfasi alla dimensione mentale e relazionale) e citazioni (i fantasmi degli amici/carcerieri, il pugnale, il sonno, ecc) dall’originale, ma soprattutto vede vistosamente franare le proprie ipotetiche virtù sotto i colpi di interpretazioni pesantemente disomogenee. A proprio agio nei panni di Charles Bukowski nella scorsa edizione del D.O.I.T., Roberto Galano mostra infatti evidenti limiti sia nel consegnare la dimensione bipolare del proprio personaggio, sia nel gestire lo spazio e le dinamiche con Maggie Salice, una Lady Macbeth decisamente più convincente, ma marginalizzata in un ruolo di sparring partner, quasi di estranea in una scena interamente occupata dal suo invasivo protagonista ma di cui sarebbe dovuta essere co-protagonista.

Le suggestioni della sopravvivenza dei coniugi, le belle immagini ipotizzate dal testo di Letizia Amoreo e l’intenzione di mostrare la concreta crisi umanitaria di due coscienze assillate dal perdurare in uno status di precarietà stentano a concretizzarsi dal punto di vista scenico, disperse nella convenzionalità con cui la regia di Galano cerca di personalizzare la tragedia di Shakespeare, mortificandola in un grottesco privo di personalità classica o moderna, in uno sterile e compulsivo mostrarsi dotato di una qualche – ci chiediamo quale – dose di ereticità rispetto al testo di riferimento.

Solidamente strutturata nel teatro civile di narrazione, invece, la proposta della compagnia Effetto Morgana. Nonostante patisca – a tratti – un racconto eccessivamente frammentato in quadri e soggetti, e risulti – in parte – appesantito dalla pedante volontà di non trascurare nulla dell’incredibile primo reality show della televisione italiana, Alfredino | L’Italia in fondo a un pozzo, per la consapevole presenza di Fabio Banfo, la coerente costruzione del testo e alcuni virtuosismi di regia (dal teatro d’ombre e dai riferimenti vintage all’ipotesi di un finale alternativo) e al netto di una sconveniente deriva complottistica (le illazioni sul ruolo di Pertini, i dubbi sul come fosse possibile che il pozzo artesiano in cui Alfredino era caduto fosse coperto dall’esterno) di cui non si sentiva affatto il bisogno vista l’onestà dell’operazione, è un bell’esempio di teatro che, oltre ad avere qualcosa da raccontare, sa perfettamente come farlo.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Festival D.O.I.T Drammaturgie Oltre Il Teatro
Ar.Ma Teatro
via Ruggero di Lauria 22 (metro Cipro)
28-29, 30-31 marzo 2017, ore 20:45

Canned Macbeth | Dialogo per due attori
di Letizia Amoreo
regia Roberto Galano
con Maggie Salice, Roberto Galano
produzione Teatro dei Limoni | PUGLIA

Alfredino | L’Italia in fondo a un pozzo
di e con Fabio Banfo
regia Serena Piazza
Compagnia Effetto Morgana

3,00

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