Prima serata a Kilowatt, quella di mercoledì, interamente dedicata a spettacoli selezionati dai Visionari, ovvero il gruppo di spettatori attivi e partecipi di Sansepolcro.

Iniziamo con Il desiderio segreto dei fossili di Maniaci d’amore, alle 20.30.
Due mondi si incontrano: quello di Petronia e quello della fiction Cuori Affogati. Nella città-mondo interamente di pietra, gli abitanti sono statici come montagne, nel senso fisico e morale, e in accezione negativa. Gli uomini spaccano pietre e le donne aspettano (figli, mariti, eventi). Non c’è acqua, nessuno nasce e nessuno muore, le donne sono incinte da sempre di creature che non verrano mai alla luce. Dall’altra parte di uno schermo, c’è il mondo della fiction giunta alla sua ottantunesima serie. Lo spettacolo narra dell’incontro e dell’interazione fra questi due mondi, e delle conseguenze dell’ingresso della fluidità dell’acqua nel mondo pietroso di Petronia, a cominciare dall’acqua della nascita.
Idee simbolo dell’immobilità di Petronia sono la donna eternamente incinta e l’eterno suicida (di cui ci colpisce molto più la prima che la seconda, a dire il vero); la vita è movimento, e nascita e morte non sono altro che fasi di questo moto. Non è un caso che sia Amita, la sorella strana e diversa, già in moto nella sua inquietudine, a generare il cortocircuito che apre la porta fra i due mondi (in scena ci sono solo tre attori che impersonano, rispettivamente, due sorelle, Amita e Pania – che diventano Rosa e la serva quando si passa all’universo della fiction – oltre a Johnny Waters, protagonista di Cuori Affogati).
Nel complesso, il pubblico partecipa e ride, e due sembrano i punti di forza che hanno maggior presa sugli spettatori: il personaggio di Amita, realizzato con abilità en travesti, ricalcando un po’ il tipo e propendendo verso la macchietta. E poi le battute, i paradossi, le schermaglie e le dinamiche della coppia di sorelle (nel tipico meccanismo prepotente/sottomesso).
A parte questo, però, ci si sente un po’ smarriti e si fa fatica a comprendere quale sia il punto, soprattutto per quanto riguarda il mettere in ridicolo i meccanismi di funzionamento dell’audience e dei social: questi riferimenti a che cosa mirano, che cosa vogliono criticare o attaccare di preciso? Inoltre, si ha il sospetto che qualche indagine più approfondita sul mondo di Petronia potrebbe mettere in luce diverse falle nella sua costruzione quale universo finzionale.

Il controverso Almost dead – 46 ore di felicità di Mitmacher (in scena nell’Auditorium di Santa Chiara alle 22.00) è, al contrario, incentrato sul tema della morte e sulla sua messinscena in forme rituali. Dai misteri antichi si arriva ai contemporanei, come quelli previsti nel percorso di formazione di alcune aziende, fra cui anche Samsung, ad esempio.
Pregio del lavoro, quindi, è senza dubbio quello di puntare l’attenzione sull’esistenza di questo fenomeno. Come si può immaginare l’argomento è potenzialmente molto interessante, e potrebbe dare spazio a diversi e importanti approfondimenti. Quante riflessioni sarebbero possibili, quante suggestioni sul vivere di oggi, quante domande su problematiche sociali ed esistenziali.
In effetti, sono molte le domande pronunciate in scena, ma in modo tale da risultare banali e onestamente insopportabili. Si fa molta fatica durante lo spettacolo e il sentimento che prevale nell’assistervi è di insofferenza. A partire dal momento in cui l’impiegato è inviato alla Life Consulting perché «prova troppa empatia, troppo dolore per le sofferenze del mondo e la sua produttività ne risente», inizia il viaggio, in compagnia di un Cerbero-Es, forse anche manifestazione del lato più nascosto del povero impiegato, proiezione del suo lato più selvatico. La sepoltura finta è un’immersione nel cervello di un uomo, ciò che si materializza in scena fa pensare alle proiezioni e visioni di un adulto rimasto ragazzino, con la profondità umana, spirituale e intellettuale di un tredicenne, allevato con un’educazione retrograda, maschio nel senso più deteriore del termine. Volgarità gratuite e a briglia sciolta: il turpiloquio, la quasi-bestemmia, il maschilismo da infimo bar, senza contare l’ennesima sequenza in cui si mima la masturbazione. A ciò si alternano le scene con l’esperta di oroscopi, il tentativo contemporaneo di conoscere e dare senso alla storia personale e al presente.
Si esce dalla sala stanchi e infastiditi per il tempo così impiegato. E poi, dopo l’incontro con il pubblico, e dopo due giorni di strana decantazione, al mattino presto, in quei momenti particolari in cui si cerca di capire cosa fare, se alzarsi o restare a letto, scatta la scintilla e tutto torna. Finalmente abbiamo capito: anche se riteniamo, questa, la frase che più di tutte non dovrebbe essere pronunciata, ecco come la intendiamo. Il turpiloquio, l’inconsistenza, reagiscono (come in una reazione chimica) con la dichiarazione che l’attrice ha dato il giorno dopo, in merito a “la domanda” – il riferimento è al VI canto dell’Eneide e alla richiesta che la Sibilla rivolge a Enea: «La domanda Enea, la domanda!». Ecco la scintilla. Forse l’uomo in scena, che si sottomette suo malgrado al rito, è un moderno eroe, che viaggia fra i morti, eppure tredicenne inconsapevole era e tredicenne inconsapevole rimane (così come quello che verrà dopo di lui). Forse Almost Dead è la raffigurazione dell’inutilità morale e spirituale contemporanea, di una ritualità farlocca che non ha potere sull’uomo, in quanto attività superficiale e di sistema, così come lo è diventato il fitness, che, non a caso, è praticato in scena in maniera alienata (sarà un computer, una app di cui risuona stonata la traduzione automatica in italiano, a scandire l’allenamento). Una pratica di sistema sia perché divenuta un trend, sia perché procedura aziendale.
Tutte le domande, che si ripetono, sono poste in maniera superficiale perché non vi è profondità nel sé per poterle pronunciare con consapevolezza. Laddove è soltanto il riuscire a porle che può davvero cambiare le cose: solamente il conoscere la domanda nel profondo può generare il cambiamento. Allo stesso tempo, la domanda sarà vera solo se diverrà anche azione. Forse siamo tutti idioti tredicenni, quando ci consoliamo pensando di aver capito senza generare un autentico cambiamento dentro di noi. Non in parole, pensieri, discorsi o cultura ma in atti e gesti.
Rimangono però aperte molte questioni. L’esperienza di visione dello spettacolo è stata piuttosto spiacevole – per usare un eufemismo. E senza dubbio restano, da un punto di vista formale, momenti che potrebbero – o forse avrebbero bisogno di – essere riveduti e ricalibrati. Fermo restando che la nostra personale comprensione non pretende di dare una risposta univoca a ciò che si è visto (una ricostruzione di senso che anzi si scompone e ricompone man mano che passa il tempo e si guardano i vari elementi da un’altra prospettiva), ci chiediamo se in effetti lo spettacolo fosse una sorta di rompicapo, di arcano, di Koan, di esercizio spirituale. Un’esperienza essa stessa volta al risveglio degli spettatori. Nel caso così fosse, ci si interroga sul senso e sul valore di una simile operazione. Se, al contrario, così non fosse, si tornerebbe al punto di partenza, a interrogarsi sul senso e sul valore dello spettacolo. Di sicuro, il fatto che Almost Dead sia così controverso, che abbia suscitato tante polemiche, ma anche tante riflessioni, dimostra la sua forza. Occorre capire se si tratti solamente di forza bruta o di un’effettiva qualità.

Ultimo evento della serata è Beauty without Beast di C&C. Due danzatori in scena (la terza performer è assente in questa replica a causa di un infortunio), spazio bianco vuoto, una donna sfatta, forse sbronza, seduta su una sedia nell’angolo in fondo a destra. La festa è finita.
Spettacolo sulle relazioni di potere, in cui un simil Hitler combatte contro gli altri e cerca di ottenere ciò che vuole, di prenderselo a scapito altrui, senza preoccuparsi di niente e nessuno – sia che si tratti di spazio, di una posizione, del microfono per far sentire la propria voce, o dei baci e della soddisfazione sessuale.
Alla fine, come due clown sconvolti, i performer non riescono neanche a brindare, o ad alzarsi in piedi.

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di Kilowatt Festival 2018:
Sansepolcro, varie location

mercoledì 18 luglio, ore 20.30
Teatro alla Misericordia
Maniaci d’amore presenta:
Il desiderio segreto dei fossili
scritto, diretto e interpretato da Francesco D’Amore e Luciana Maniaci
e con David Meden
progetto vincitore de I teatri del Sacro 2017
(Selezione Visionari)

ore 22.00
Auditorium di Santa Chiara
Mitmacher presenta:
Almost dead – 46 ore di felicità
regia e intepretazione Stefano Scherini e Woody Neri
e con Giovanna Scardoni
(Selezione Visionari)

ore 23.15
Chiostro di Santa Chiara
C&C presenta:
Beauty without Beast
regia Carlo Massari
con Agneszka Janicka, Carlo Massari ed Emanuele Rosa
drammaturgia collettiva
con in sostegno di Komm-Tanz 2017-2018 e Progetto Cura 2018
spettacolo vincitore del Premio Prospettiva Danza Teatro 2017
(Selezione Visionari)

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