Carmen, Virginia e le altre

teatro-argot-studio-romaUna scena ricca, fatta di racconti, dialoghi e musica. Una corrente narrativa che somiglia a un sogno per testimoniare la strada verso la libertà.

Il palcoscenico del piccolo teatro nel cuore di Trastevere diventa, in occasione dello spettacolo Carmen che non vede l’ora, una stanza tutta per sé. Con questa frase Virginia Woolf desiderava per lei e per tutte le donne un luogo in cui essere se stesse, libere da ruoli castranti di figlie prima, mogli e madri poi. La vita di Carmen è una lunga strada verso questa libertà e conoscenza di sé. Tutto ha inizio con la biografia della protagonista, una storia raccontata passo dopo passo, grazie ai ricordi che cristallizzati riaffiorano per la curiosità di chi ascolta. In una stanza con un divano, lampadine che cascano dal soffitto, dischi e microfoni, le fotografie sono il primo veicolo della memoria personale. In scena una donna e un uomo si fanno portavoce delle vicende della protagonista. «Facciamo che io sono Carmen.. facciamo che c’era una volta..» è il mantra che caratterizza il racconto, ma è anche il teatro che esplicita il suo gioco. Tutto comincia da un villaggio dell’ex Jugoslavia, e da una donna bellissima con occhi da zingara che arriva a Roma. C’è la guerra. Si passa per l’Africa, per tornare poi a Napoli nella nuova luce degli anni Sessanta, proseguendo sempre più a sud come un’ascesa negli inferi, tra i tabù, le superstizioni e le leggi non scritte della Basilicata. «Mancava poco al 1968 e io ero costretta a esporre le lenzuola sporche di sangue per le vie del paese», recita Carmen raccontando la sua prima notte di nozze. Riemerge infine a Roma, grazie solo alla propria intelligenza e forza. Ogni luogo porta con sé i personaggi incontrati lungo il suo viaggio, «una famiglia matriarcale a stampo maschilista» che la getta nelle braccia «del marito» dal quale scapperà, nonni slavi e ladri, mariti violenti, amanti, riunioni politiche, rivolte femministe e l’accecante volontà di non voler essere la bambolina di nessuno e avere un lavoro, nella scuola, in cui formare coscienze in grado di trasformare la società. Nel vortice del racconto, che non segue un ordine narrativo perché non vuole raggiungere nessuno scopo istruttivo o consolatorio, la storia di Carmen diventa la storia di un’epoca e di un paese, perché inconsapevolmente lei stessa cuciva le maglie degli anni sui quali camminava. Sul corpo di Carmen, che è quello di Tamara Bartolini, restano impresse le immagini dei volti e degli eventi storici. La storia particolare di una donna, di una persona diventa storia universale. Una storia fatta anche di musica, romantica e aggressiva come la protagonista. Ma è anche la musica delle canzoni di un tempo, interpretate da un uomo, Michele Baronio, che è tutti gli uomini incontrati nella vita della donna. Un uomo che cerca, anche lui, un’autonomia di individuo. I due attori hanno onorato con passione le confessioni fatte da Carmen M. come fossero un dono. Un regalo che con originalità hanno restituito a una platea entusiasta.

Lo spettacolo continua:
Teatro Argot Studio
via Natale del Grande, 27 – Roma
fino a domenica 27 ottobre
orari: tutti i giorni ore 21.00, domenica ore 17.30

Carmen che non vede l’ora
drammaturgia Tamara Bartolini
regia Tamara Bartolini, Michele Baronio
musiche originali Michele Baronio
suono Michele Boreggi

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