Il dono della cieca veggenza

La compagnia Theatrica porta in scena al Teatro Trastevere di Roma, Cassandra, dall’omonimo romanzo di Christa Wolf, con la drammaturgia e regia di Francesca Frascà.

Cassandra, figlia di Ecuba e Priamo, rappresenta a tutti gli effetti una delle prime voci femminili che si alzano contro l’assurdità della guerra e l’abominio dell’omicidio di un uomo da parte di un altro uomo. Una voce veggente ma, allo stesso tempo, incapace di frenare gli istinti brutali ed economicamente e politicamente interessati del suo tempo. Una cieca veggenza dunque, illuminata ma impotente – soprattutto quando non si vuole comprenderla e seguirla fino in fondo come bussola del proprio saggio agire nel mondo.

Cassandra di Christa Wolf parte da qui, dalla consapevolezza della sacerdotessa di Apollo di dover compiere, davanti alla porta dei leoni di Micene, il proprio destino, dopo che Agammenone l’ha condotta con sé a seguito della barbarica e, quanto mai epica, distruzione di Troia.

Paradossalmente la sua preveggenza si qualifica nel suo ritornare indietro, nel suo ripercorrere le tappe fondamentali della sua infanzia, le fasi più decisive della guerra di Troia, gli intrighi di palazzo, le operazioni e le scelte politiche che portarono al conflitto.

Una messa in scena che scinde e ritesse con fluida abilità i due piani narrativi; quello personale e soggettivo di Cassandra e quello storico-oggettivo della politica, dove ciò che conta è la ragione di stato, l’onore della polis e non le povere allucinazioni di una ragazza.

Emerge qui il tema fondamentale, per leggere l’intera rappresentazione, della visione o della previsione impotente, inabile, inefficace, non per suoi demeriti o limiti, ma per l’insensibilità, l’ignoranza del potere ad ascoltare – assoggettando e usando a suo vantaggio tutto ciò che può permettergli di portare avanti i propri sogni di gloria e di conquista.

Lo scontro è tutto dunque nella dialettica tra visto (o previsto) e agito (fatto storico o evento politico), in cui la scelta di Cassandra di ripudiare la guerra fratricida e di unirsi alle comunità femminili dissidenti dello Scamandro, invera il sogno-utopia di una nuova umanità pacifica perché retta e governata dal femminile. In questa sua lotta per imporre la sua vista non-vista, questa sua preveggenza di un passato che tenta di diventare futuro, progetto rivoluzionario di una società governata da esseri umani dispiegati verso la felicità umana, Cassandra fa i conti con la propria stessa debolezza, con i propri dubbi, con l’intima paura di non poter “imporre” la sua ricetta all’avvenire. Al di là del suo crudo e spietato idealismo, che stenta, e spesso non riesce a fare i conti fino in fondo con la realtà, il grido disperato di Cassandra narra – nella distruzione del femminile – la distruzione di qualsiasi forma vivente, e con essa, di qualsivoglia speranza di liberazione dall’orrore irrazionale della guerra.

Il vedere come cronica o-scenità – porsi cioè costantemente fuori scena, al di là di essa come ir-rappresentazione totale – l’esser qui e altrove, la narrazione di una corporeità che tende “all’inorganico”, all’evanescenza, al darsi per togliersi, al dirsi che è già annullarsi, il tenersi che è smantellarsi, l’identificarsi che è disgregarsi – che evoca l’antiteatro di Carmelo Bene – risultano le cifre stilistiche essenziali per entrare nella complessa “macchina attoriale” proposta.

Il corpo anch’esso definito ed elaborato come cassa armonica, musicalità vocale, elaborazione psichica degli incubi e delle speranze, utopia in divenire, lotta quotidiana contro l’assurdo nel ritorno all’auspicato equilibrio antico, fa da contraltare a una tonalità complessiva delle luci che tende a porre in risalto più le tragiche contraddizioni dei personaggi che la loro natura di esseri umani, più la loro dialettica scenica (in relazione agli altri) che il loro racconto interiore, in una sorta di confessionale ideale, astratto, isolato, reso neutro dalla paura, in cui tutti hanno chissà cosa da dire; un qualcosa che si disdice puntualmente nel momento stesso in cui viene detto. Il farsi dire dalle parole, più che pronunciarle disperatamente, è ciò che Cassandra porta in dote al teatro di tutti i tempi.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Trastevere
via Jacopa dè Settesoli 3 – Roma
fino a domenica 13 marzo
orari: tutti i giorni ore 21.00 – Festivi ore 18.00

Cassandra
tratto dal romanzo di Christa Wolf
drammaturgia e regia di Francesca Frascà
con: Serena De Simone, Alessandro Epifani, Daniel Plat, Simone Serini, Emilia Verginelli, Massimo De Filippis, Giovanna Donia, Emanuele Pierozzi, Lorenzo Guerrieri, Arianna D’Amico, Flaminia Lombardi, Luigia Pigliacelli, Eithel Di Tondo

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