Ieri, oggi, domani

Al Teatro Abarico di Roma una miscela edulcorata di testi trabocca disgusto per un’Italietta che non riesce a reagire al proprio sfacelo.

Buio. Luci in sala. Scenografia spoglia ed essenziale.

Un po’ di borotalco a incipriare la scena, il palco, i volti, le maschere, le vesti, gli esigui arredi, la platea. Elemento disturbatore ma non prevaricante.

I personaggi si muovono come ingessati, la forma critica nuoce al messaggio ma non alle parole gridate, arriva prima la provocazione e la vergogna di essere italiano, e poi – forse tardi – il messaggio, che è comunque forte e demistificante.

Gli attori (su tutti spicca il volto ottocentesco di uno straordinario Ivan Bellavista), si muovono con agio nel disagio della scena, e delle vesti. L’attrice (una suggestiva Alessandra Sani) mormora parole smorzate dal vento del cambiamento, imbellettata e stucchevole, e come una foglia vaga da un andito all’altro alla ricerca della verità.

C’è confusione nella altrimenti interessante regia di Mario Biondino, pregevole attore e cantante dagli afflati lirici e gorgheggiante in una Stand By Me d’ironico preludio allo scempio dei rapporti, dei battibecchi e del delitto. C’è confusione – ripetiamo – ma quelle luci, quei volti, quelle movenze caparbie, non si dimenticano facilmente.

Da Cechov sono liberamente tratti i testi Il giardino dei ciliegi (che vanta una memorabile rappresentazione italiana di Giorgio Strehler del ’73) e Il gabbiano. Del primo si ripropongono alcuni passi relativi al nodo centrale della vendita del terreno: un luogo estraneo al pubblico, questo giardino che non si vede mai ma di cui si parla tanto – vuoto nella fantasmagorica messa in scena, così come l’armadio: elemento simbolico molto forte dell’ultimo atto dell’opera cecoviana, che non entra in scena. De Il gabbiano resta poco o niente: i triangoli amorosi così come l’uccisione del gabbiano sono divorati da rapporti di potere mascherati dai tempi (si mormora che un certo Berlugagenov ha dimostrato interesse per il grande giardino di ciliegi).

La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese De Sade – testo di Peter Weiss – rappresentato in teatro dall’inglese Peter Brook nel 1964 e adattato dallo stesso per il cinema nel ’67, si svolge su più piani e riesce a turbare il pubblico, grazie alla propria forza nichilista. Una mimesi assurda del teatro nel teatro, chiaramente una doppia rappresentazione che è l’una l’allegoria dell’altra.

Il tutto filtrato da una corrosiva ironia beniana (la regia di Biondino è una scrittura di scena con elementi cabarettistici sul modello della visione del teatro di Carmelo Bene, con la predominanza dell’insieme sul testo), e da una crudeltà del linguaggio di ascendenza artaudiana, dove il gesto, il movimento, il suono e la parola (usata, come nella teoria di Antonin Artaud, in maniera incantatoria), sono fusi in maniera sperimentale e coraggiosamente in bilico con il grottesco della condizione del nostro Paese – in preoccupante involuzione socio-politica.

E l’atto di provocazione si compie pienamente con il corpo avvolto dalla bandiera-esequia dello Stato. Una svendita totale del proprio corpo-baraccone all’interno di un manicomio dell’osceno, di un vero e proprio teatro della crudeltà, secondo l’accezione del manifesto di Artaud.

Si percepisce l’angoscia umana e, uscendo da teatro, ci si rende conto che il risultato che si voleva è stato raggiunto, al di là dell’ardua combinazione dei testi.

Lo spettacolo continua:
Teatro Abarico
via dei Sabelli, 116 – Roma
fino a domenica 13 marzo, ore 21.00

Phi presenta:
Cechov/Marat/Sade
(Della vacuità dellEssere Italiano ovvero Il suicidio della Rivoluzione)
da Anton Cechov e Peter Weiss
regia di Mario Biondino
con Mario Biondino, Francesco Marinucci, Ivan Bellavista e Alessandra Sani
coregia e assistenza Giulia Corrado

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