Che c’è da guardare?

Andrea Porcheddu

A partire dal libro, Che c’è da guardare?, di Andrea Porcheddu, a Reggio Emilia si è ragionato su sociale e teatro quali termini complementari per creare poesia.

Dai migranti ai diversamente abili, dai rifugiati politici ai reclusi: il teatro è ormai entrato attivamente in luoghi altri come mezzo di comunicazione, socializzazione, accettazione dell’altro da sé, condivisione di spazi e saperi. D’altro lato, i temi che sottendono condizioni di difficoltà soggettiva e oggettiva sono diventati centrali nel lavoro drammaturgico di diverse Compagnie, dal Teatro dell’Orsa (presente con i suoi due ideatori, Monica Morini e Bernardino Bonzani) a Gabriele Vacis (anch’egli presente e ben noto anche al grande pubblico grazie ai passaggi televisivi de Il racconto del Vajont, con Marco Paolini). Ma potremmo aggiungere i nomi di tanti artisti che, in questi anni, hanno lavorato nei luoghi di reclusione, da Donatella Massimilla a Elisa Taddei e Armando Punzo; o Compagnie come Instabili Vaganti che, a Bologna, solo una settimana fa, hanno organizzato il micro Festival, TrenOff, momento di socializzazione e confronto tra arti sceniche o visive e gli abitanti di un quartiere difficile, come il Barca del capoluogo emiliano.
La questione sottesa alle varie esperienze raccontate dai relatori era, comunque, differenziare un’idea ormai “vecchia” di teatro sociale, dove il fine etico travalica e sostituisce il fattore estetico – e che suscita un consenso pregiudiziale e mai sostanziale – e il nuovo teatro sociale d’arte che sposta i paradigmi di giudizio, i metodi di lavoro, gli strumenti di lettura.
L’obiettivo del piccolo Convegno è stato anche quello di chiedersi quale teatro lasceremo alle nuove generazioni. Un teatro-scatola in cui si perpetua un certo teatro borghese, anche di qualità, ma sempre più specchio dell’attempato abbonato della domenica che celebra se stesso nel rito proprio di uno status sociale. O un teatro che torna a confrontarsi con la propria contemporaneità – che è multiculturale – usando linguaggi e ritmi altri, teso a risolvere vecchi e nuovi conflitti individuali e collettivi, eppure in grado di generare poesia.
Un approfondimento teorico piacevole, mai autoreferente, che aveva già trovato le proprie risposte nello spettacolo visto la sera precedente, Argonauti, agito da una cinquantina di giovani attori e musicisti – italiani, migranti, immigrati di seconda generazione – e seguito con partecipazione calorosa e consapevole da circa 300 cittadini di Reggio Emilia – anziani, bambini, famiglie, ragazzi: un’intera comunità.

Il convegno ha avuto luogo:
Hortus

via Guido Panciroli, 12 – Reggio Emilia
domenica 17 settembre, ore 11.00
sono intervenutui Andrea Porcheddu, Gabriele Vacis e i fondatori del Teatro dell’Orsa, Monica Morini e Bernardino Bonzani
moderatore Michele Pascarella

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