Tragedia siciliana

La storia di Falcone e Borsellino nei ricordi di un collega e amico in scena al Teatro Quirino

Quanta Sicilia in questa storia di mafia. Falcone stesso avrebbe inorridito di fronte a un’affermazione simile. E Borsellino con lui. La mafia è criminalità, e la criminalità non ha colore né tantomeno nazionalità. La criminalità va combattuta e basta. Con strumenti particolari, derivanti da una conoscenza approfondita della materia. È quanto si fece, e per un periodo si credette che la mafia non era invincibile, che poteva essere davvero sconfitta. Poi le cose cambiarono, e la vittoria si ritorse contro gli stessi vincitori. Con Zweig potremmo dire che «le grandi vittorie sono sempre l’anticamera delle grandi sconfitte», anche se in questo caso la partita non è conclusa (e “partita” è la metafora utilizzata dal giudice Ayala per intendere la lotta Stato-mafia). Sicilia, dunque. In questa pièce tratta da un testo omonimo tutto rimanda all’Isola: i nomi, le espressioni, gli accenti. Che siano quelli di chi oggi con troppa retorica viene chiamato “eroe”, di antieroi come Tommaso Buscetta e Pippo Calò che si esprimono in siciliano stretto durante il maxi-processo, o infine quelli di un uomo che i protagonisti di questa storia li ha conosciuti bene. Giuseppe Ayala rappresentò la pubblica accusa durante il maxi-processo a carico di Cosa Nostra e fu amico, oltre che collega, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per oltre dieci anni. Anni in cui, operando a stretto contatto con loro, ne raccolse confidenze, entusiasmi e delusioni. Un’amicizia nata un giorno come tanti nel bar del Palazzo di Giustizia di Palermo e poi continuata fino alla morte dei due magistrati. Nel mezzo un’esperienza umana che Ayala ha voluto ricordare prima in un libro e poi in uno spettacolo teatrale di grande impatto, in cui, protagonista quasi assoluto, rievoca le tappe di un’amicizia che si intreccia inesorabilmente con il percorso delle Istituzioni nella lotta alla mafia. Che alla fine di questo percorso potesse esserci la morte tutti lo avevano messo in conto. Ma nessuno si tirò indietro, neanche dopo l’assassinio di Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Seguirono i giorni del maxi-processo: 360 condanne su 475 imputati, 2665 anni anni di carcere inflitti, un milione di fogli processuali. Un avvenimento storico e una vittoria per il pool antimafia che fu anche l’ultima. «Si muore quando si è lasciati soli» predisse Falcone, e soli gli artefici del maxi-processo furono lasciati. Emblematica la vicenda del fallito attentato dell’Addaura: 58 candelotti di tritolo inesploso trovati di fronte alla residenza estiva del giudice. Per la giustizia italiana, che emise la sentenza undici anni dopo la strage di Capaci, dietro l’attentato c’era Totò Riina, ma in molti all’epoca malignarono più o meno velatamente che ad aver posizionato l’esplosivo fosse lo stesso Falcone in cerca di visibilità. Tutto questo e altro ancora, fino alle bombe di Capaci e Via d’Amelio. Ayala è un uomo di legge ma regge la scena come un attore di vecchia data, sostituendo il palcoscenico alle aule dei tribunali. Nel suo monologo-arringa di un’ora e mezza, interrotto solo da brevi interventi dell’attrice Francesca Ceci, mostra filmati d’epoca, interviste, stralci del maxi-processo. Sullo sfondo, ricoperto di lettere, l’albero che in Via d’Amelio ricorda il luogo dell’uccisione di Paolo Borsellino. Dove anche Ayala mette il suo messaggio, convinto che in fondo «Paolo, quei messaggi, se li legga tutti».

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Quirino
via delle vergini, 7 – Roma
fino a domenica 18 marzo
orari: sabato ore 21.00, domenica ore 16.45

Mind & Art Srl presenta
Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino

di Giuseppe Ayala
con la collaborazione di Ennio Speranza
regia Gabriele Guidi
con Francesca Ceci
musiche Roberto Colavalle, Matteo Cremolini
luci Pietro Sperduti
proiezioni Alessia Sambrini
collaborazione al progetto Massimo Natale

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