Al Teatro Out off, un dibattito dal ritmo vertiginoso.

I due protagonisti di Chinese coffee fanno il loro ingresso in scena sulle note di David Bowie che canta: ‹‹We can beat them, just for one day. We can be heroes, just for one day››. È una musica di commento: in realtà non c’è spazio per eroi, neanche per un giorno, come invece intona la canzone. Al contrario, i personaggi sono due newyorkesi che si confrontano con i loro fallimenti: un fotografo senza lavoro e uno scrittore squattrinato. Il titolo ha ben poco a che fare con la vicenda, come spiega lo stesso regista Pierpaolo Sepe. È solo il contesto, e forse il pretesto, per descrivere una vita metropolitana troppo incresciosa, corrotta e nevrotica, di cui Chinatown diventa il simbolo.

Lo spettacolo si incentra interamente su un colloquio serale tra i due uomini che danno vita a un confronto serrato dal ritmo vertiginoso, tanto che a volte si fatica a seguirli. Ma non succede solo al pubblico: anche i due personaggi stentano a stare al passo l’uno dell’altro, tanto è vero che spesso si perdono in contraddizioni che non riescono a mascherare. Il ritmo incalzante è anche scandito dal roteare della piattaforma circolare su cui si esibiscono gli attori, che sembra in qualche modo scandire il tempo: il tavolo che ruota ricorda, infatti, il movimento delle lancette. Un ritmo da film, si potrebbe dire.

E in effetti, il testo, scritto da Ira Lewis e qui tradotto da Letizia Russo ha affascinato anche Al Pacino che ha realizzato nel 2000 un lungometraggio omonimo. Il colloquio, che diverrà ben presto una lite, verte sui soldi – che mancano – sulle donne – che non ci sono più – sul lavoro – che non regala gioie – e su un libro, scritto da uno dei due e che parla delle loro stesse tristi esistenze. Il dibattito è acceso, forte, drammatico, ma anche divertente: si ride delle loro paure, delle loro ipocondrie, delle loro sconfitte e i loro fallimenti. Si ride laddove non ci sarebbe proprio nulla da ridere.

Dalle parole dei due personaggi emerge il senso di un mondo in disfacimento e i temi cardine che toccano nel loro dibattito sono le donne e, soprattutto, i soldi. Questo è il vero problema del mondo contemporaneo: l’ossessione per il successo e il denaro. E ciò che è ancora più grave è che per i soldi si arriva a distruggere sentimenti e amicizie. In un suo scritto Sepe dichiara a proposito: ‹‹Non bisogna aver paura di perdere. È pericoloso, invece, cercare di vincere comunque […]. Non possiamo vincere tutti. Alcuni di noi sono destinati a perdere. Va bene così. L’importante è giocare con lealtà e correttezza››.

La sensazione, di fronte a questo spettacolo, è che si sta sull’orlo del baratro e basta un soffio per salvarsi o sprofondare.
L’interpretazione dei due attori – Max Malatesta e Paolo Sassanelli – è eccezionale. Il mix di leggerezza e riflessione, di divertimento e tragicità, di ironia e d’accusa è perfettamente riuscito. Spettacolo completo e travolgente.

Lo spettacolo continua
Teatro Out Off
via Mac Mahon 16 – Milano
fino a domenica 30 maggio
orari: da martedì a sabato ore 20.45 – domenica ore 16.00

Nuovo Teatro Nuovo in collaborazione con Festival Teatrale di Borgio Verezzi presenta:
Chinese coffee
di Ira Lewis
traduzione Letizia Russo
regia Pierpaolo Sepe
con Max Malatesta (Harry); Paolo Sassanelli (Jake)
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia D’apricena
musiche Francesco Forni
luci Carmine Pierri
capo macchinista Mario Febbraio
aiuto regia Francesca Manieri

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