La giustizia o dello spegnere ogni speranza

L’Opéra di Lione presenta, in anteprima mondiale, Claude, su libretto di Robert Badinter e musiche di Thierry Escaich. Il grido di denuncia contro la pena di morte assume le forme di una maestosa rappresentazione della violenza umana all’interno della quale fiorisce il più puro e resistente dei legami: quello della condivisione.

Con l’opera Claude, si inaugura, all’Opéra di Lione, il Festival Justice Injustice, un vero e articolato momento di riflessione sul binomio di concetti antitetici di giustizia e ingiustizia.
Quello che colpisce immediatamente di Claude (a cui seguirà il Fidelio di Beethoven, Le prisonnier di Dallapiccola e l’Erwartung di Schoenberg) è l’estremo realismo, quasi avvilente, ingombrante, che emerge da ogni singolo istante della rappresentazione.
Robert Badinter, avvocato, ex ministro e intellettuale francese, è uno strenuo avversario della pena di morte in tutto il mondo, e molti dei suoi sacrifici sono stati spesi in questa direzione. Badinter ha letto, lavorato e metabolizzato due testi che Victor Hugo scrisse contro la pena di morte, L’ultimo giorno di un condannato (1829) e Claude Gueux (1834). Ma è soprattutto a partire da quest’ultimo testo che Badinter concepisce una grandiosa opera, magistralmente musicata dal compositore Thierry Escaich. Claude, senza la connotazione del cognome, proprio per significare la violenza che viene perpetrata dalla giustizia fin dallo spogliamento del nome, della propria appartenenza a una catena famigliare, non appena questo corpo valica la soglia che dal mondo libero lo porta alla segregazione carcerale. Ma se il cognome cade, esso rimarrà come un marchio infamante (gueux in francese significa “mendicante, pezzente”): la maiuscola viene sostituita dalla minuscola e questo mutamento di forma manifesta anche un abbassamento dal grado di uomo a quello di semplice cosa, di uno strumento. Il processo di spersonalizzazione, di perdita dell’identità singola e famigliare, è un rito di iniziazione, e quindi di passaggio da un luogo a un altro, da uno stato a un altro. Se il Claude di Victor Hugo era un operaio spinto al ladrocinio dalla fame che attanagliava la sua famiglia, e condannato per questo a cinque anni di reclusione, il Claude di Badinter è un tessitore, al quale è stato sottratto il lavoro dall’arrivo delle macchine infernali provenienti dall’Inghilterra. L’odio contro questa meccanicizzazione dell’industria spinge Claude a salire sulle barricate. L’arresto segue immediatamente la scelta dell’operaio e la condanna è terribile: sette anni di lavori forzati. Fin dall’inizio, le due scritture si differenziano giocando su piccoli scarti, ma esse mantengono la relazione che le nutre a vicenda offrendo, continuamente, un nuovo livello di lettura. Nella rappresentazione in scena all’Opéra vediamo che, in carcere, Claude (Jean-Sébastien Bou) salva un altro carcerato, Albin (Rodrigo Ferreira), da una violenza sessuale terribile, perpetrata da tutti gli altri carcerati. Albin percepisce il gesto del suo salvatore come un segno di un cambiamento e, immediatamente, egli offrirà metà della sua razione di pane a Claude. Tra i due nasce così qualcosa che supera i limiti dell’amicizia e dell’amore: Claude e Albin formano una vera e propria resistenza nel terribile buco nero che la giustizia ha concepito. La coppia resiste alla soppressione fisica e morale grazie all’umanità profonda e irriducibile che l’uomo porta dentro di sé. Il direttore del carcere (Jean-Philippe Lafont), provocato da una tale resistenza e forza morale, decide di distruggere tutto ciò che di buono può sorgere in quei luoghi: egli decide si separare Claude e Albin “perché”. Egli non sente quindi di dover dare spiegazioni della propria malvagità, proprio perché è il detentore del potere e, quindi, della giustizia. La sua giustizia, le sue decisioni, non devono essere messe in discussione poiché esse hanno logiche che non possono essere comprese dalla banda di briganti che popola quei luoghi. “Perché”. Punto. La separazione è terribile e le arie lontane di La Pastourelle, una ballata anonima cantata da un’innocente voce di bambina, manterranno vivo il legame tra i due. Nelle segrete della prigione Claude intraprende un processo silenzioso e senza appello nei confronti del direttore. Dopo esser giunto alla sentenza, Claude raggiunge gli altri compagni e li informa della sua decisione: il direttore perirà per mano sua. Nessuno dei compagni si oppone al suo progetto e l’uccisione ha luogo. Claude tenta di suicidarsi ma non riesce nel suo intento e le amorevoli cure dei dottori lo guariranno. Solo un corpo sano può essere giudicato: la giustizia non sopporta che colui che ha perpetrato il delitto si sottragga alle decisioni della corte. La presenza di un moribondo metterebbe in scacco la macchina del potere: la morte non può darsi se non in una logica dove è l’altro a decidere per un corpo ancora vivo. Claude viene salvato, guarito, per essere poi giudicato e condannato a morte. Ma prima che la ghigliottina appaia in scena, una dolce e delicata danzatrice accarezza il palco. Bianca, candida, leggera: la speranza che la giustizia sia finalmente giusta, che essa non debba più ricorrere a mezzi infernali, che possa, finalmente, misurarsi umanamente con la realtà, anche con la più tragica.
Le musiche di Escaich, dirette dall’eccellente Jérémie Rhorer, non accompagnano il drammatico testo teatrale di Badinter. Si tratta di una vera e propria incarnazione dello spirito espresso nelle parole lavorate, soppesate, cesellate e che provengono da un testo forte della letteratura francese. La musica è la denuncia della violenza, dell’insopportabilità dell’ingiustizia vestita da giustizia. I costumi e la scenografia impediscono una datazione certa dell’opera: il realismo profondo è aiutato dall’instaurarsi di un’incertezza cronologica. Il testo di Hugo si ispirava, in gran parte, a fatti realmente accaduti, proprio come quello di Badinter. Due storie diverse, che ripropongono senza il carico del tempo, l’ineguaglianza della bilancia della giustizia.
I cori, intelligentemente collocati sul fondo della scena, acuiscono il gradiente emotivo della rappresentazione, dando profondità acustica alle ambientazioni fisiche e dipingendo il carattere dei personaggi. E proprio da queste voci arriva un monito, una preghiera, quella delle ultime righe dell’opera di Hugo: «Cette tête de l’homme du peuple, cultivez-la, défrichez-la, arrosez-la, fécondez-la, éclairez-la, moralisez-la, utilisez-la; vous n’aurez pas besoin de la couper».

L’Opéra de Lyon présente une création mondiale digne de son histoire. Claude, opéra composé par Thierry Escaich sur le livret de Robert Badinter, est une œuvre puissante qui plonge au fond de la justice pour dévoiler l’injustice, la violence et l’humanité, sans aucune rhétorique. Un véritable moment de réflexion sur la violence du pouvoir qui unit l’espoir à l’engagement.

Lo spettacolo continua:
Opéra de Lyon
Place de la Comédie – Lione (Francia)
mercoledì 10 e giovedì 11 aprile ore 20.00, domenica 14 aprile ore 16.00

L’Opéra de Lyon in collaborazione con il Théâtre Mariinsky presenta in anteprima mondiale
Claude
libretto Robert Badinter (ispirato da Claude Gueux di Victor Hugo)
musiche Thierry Escaich
direzione musicale Jérémie Rhorer
con Jean-Sébastien Bou, Jean-Philippe Lafont, Rodrigo Ferreira, Laurent Alvaro, Rémy Mathieu, Philip Sheffield, Loleh Pottier, Anaël Chevallier, Yannick Berne, Paolo Stupenengo, Jean Vendassi, David Sanchez Serra, Didier Roussel, Brian Bruce, Laura Ruiz Tamayo
messa in scena Olivier Py
costumi e decori Pierre-André Weitz
luci Bertrand Killy
coreografie Daniel Izzo
capo dei cori Alan Woodbridge
http://www.opera-lyon.com/

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