La parte maledetta

Primi giorni d’Agosto. Genova. Cornigliano. Periferia. Quasi due mesi fa. (Il ritardo, topico di chi scrive. Rallentare, guardare l’attorno da lontano, renderlo remoto, confondendo al ricordo, alla vacuità della memoria. Da restituirne contorni netti e immaginifici).

Villa Durazzo Bombrini, location di Fuori Formato – Festival Internazionale di Danza Contemporanea e Videodanza, sovrasta, architettonicamente, l’arcipelago urbano del circondario fatto di alveari residenziali abitati da operai, terziari, pendolari, popolo minuto. L’altezzosità, il decoro, la ridondanza, l’abbondanza patrizia, tra l’essenzialità plebea. Contraddittorio metropolitano. Caratteristica comune a Genova, segnalata nelle trame strutturali come in quelle sociali. E l’odore di mare anche dove non si vede.

In questo contesto, utero di riflessioni, sguardi, indagini sull’azione e il ruolo dell’umano e il suo interagire esistenziale, il festival Fuori Formato ritorna a ricostituire una comunità confusa, all’aria dopo la clausura, stordita, incerta, guardinga, solipsistica. Avevamo creduto, nella distanza, nell’antro delle nostre dimore e di noi stessi, di ritrovarci in deliziosi convivi, di tornare a guardarci con commozione, con rinnovata fraternità. Siamo rimasti soli, obiettivamente, a difendere le nostre mura e pisciare per dove passiamo. Ma… per momenti, di effimera ed eterna comunione, facciamo cerchio, facciamo gruppo. Davanti ad un palco, spettatori attivi, o (con)dividendo il pane, a chiacchierare schietti, allo specchio, e dire di consorterie, feudalesimi, romanzieri mancati, l’arte egoista o plurale, attitudini parassitarie, futuro, presente. Commentare la scena. Riprodurla oltre. Diffonderla. Avvicinarsi. Riavvicinarsi. Intendere l’altro. Includerlo.

Le chiacchiere seguenti con Clemente Tafuri e David Beronio, anime, insieme a Veronica Righetti, di Teatro Akropolis, proiettano il visto, sentito, vissuto della giornata di Fuori Formato. Ritornano, rinfocolano memoria. Quella memoria, dell’uomo e del suo destino, che il Teatro riverbera, per ricordargli chi è e cosa fa sulla terra. Senza dare risposte certe, omologate. Donando accesso – piuttosto – per mistero ed enigma, alle profondità di sé. Per rappresentazione.

Fuori Formato è giunto alla quinta edizione. Raccoglie lavori di danza contemporanea internazionale, scelti da un collettivo di realtà liguri (Teatro Akropolis, Rete Danza Contempoligure, Augenblick), sostenuti dal Comune di Genova.

Da segnalare, considerando la brevità della visione, la performance di Gennaro Andrea Lauro Mondo – in progress. Statuario, sembiante a figurare il proposto, disconoscendo se stesso a favore della scena, l’artista verticalizza concetti e azioni, mescolando registri, stili, e linguaggi, identificando netti i confini, e divagando nella purezza creativa conseguente all’ispirazione e non al pianificato. Ipnotico. Fresco. Profondo. Silente (ma urlante…) danzatore, in gesto e figura di efficace teatralità, destina l’indagine ad archetipi interiori e comuni, rivisitando l’attuale in originali emissioni audiovisive. Come emettere suoni, parole mute, immagini su tempi deboli (cit. Roberta Dapunt).

Dalle chiacchiere con Clemente Tafuri e David Beronio

Progetti in itinere (produzione indagini ricerca riflessioni)
I progetti artistici e di ricerca di Teatro Akropolis sono sempre momenti di uno studio più ampio sull’immagine e la rappresentazione. Il nostro lavoro è un processo in costante sviluppo, i temi e i testi che lo ispirano (da Nietzsche a Giorgio Colli, agli studi sul mito) aprono costantemente prospettive per approdare ad un nuovo limite, per invertire i processi, per indagare altre forme di approfondimento e linguaggi. L’arte, e il teatro in particolare, rappresentano lo strumento più immediato e potente per condividere una conoscenza, un’intuizione, senza per questo diventare letteratura, senza ridursi a un’operazione esclusivamente culturale. È una grande sfida che non si può esaurire sulla scena. Ma proprio la scena rappresenta un capitolo essenziale di questo cammino. I progetti in corso sono quindi sempre diversi, e riguardano, oltre la produzione di spettacoli, l’editoria, il video, la curatela di festival e rassegne.

Periodo Covid (cosa ha interrotto e cosa ha nutrito, germinato, concepito)
Stavamo lavorando per realizzare un nuovo lavoro per la scena, nel quale approfondire ulteriormente la questione del rapporto fra l’atto performativo e la possibilità di un corpo di confrontarsi con i limiti della rappresentazione. Il percorso di studio e ricerca era in corso già da oltre un anno, ed eravamo prossimi a iniziare la fase di lavoro in sala quando è intervenuta l’emergenza sanitaria. Abbiamo dovuto quindi rimandare il progetto, continuando comunque a dedicarci ad altro. Durante gli ultimi mesi si è parlato molto del video come sostitutivo dello spettacolo dal vivo, come se l’immagine filmata potesse rappresentare un’alternativa al corpo reale. Sì è creata una confusione totale, come se già non ce ne fosse abbastanza. Sì è parlato, e ancora si parla, di teatro in streaming, di piattaforme che possano veicolare il teatro su supporti alternativi, di creazioni ad hoc per il web. Ora, non è così difficile capire che le arti per la scena non nascono per essere riprodotte in video. Che avventurarsi in questo processo non fa altro che snaturare ulteriormente una forma d’arte già in crisi da tempo, che in questo modo si allontanano sempre di più le questioni veramente urgenti, e che in nome dello spettacolo si prende una posizione criminosa nei confronti del teatro. Pensare di fare a meno della presenza, e quindi dei termini artistici che la presenza radicalmente rinnova e problematizza, è un approccio al teatro totalmente velleitario, a uso e consumo di una fruizione inconsapevole, manovrata, incosciente, uniformata a tutto il resto, privata del tratto di eccezionalità che l’arte per la scena può ancora restituire nonostante tutto. Da sempre abbiamo cercato di dare spazio agli artisti che ci interessavano e nel cui lavoro riconoscevamo momenti di condivisione più o meno espliciti con i temi che affrontavamo nel nostro percorso. È stato ed è un modo per sostenere il lavoro di altre compagnie (con residenze, produzioni, presenze nei festival) e parallelamente approfondire il loro lavoro, le loro opere, i loro studi. Da qui, complici le difficoltà di questo momento, nasce l’idea del progetto La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro, un ciclo di documentari dedicati a figure della scena teatrale che in questi anni abbiamo incontrato e con le quali abbiamo condiviso temi di riflessione e di lavoro. Quella che normalmente è la parte nascosta del nostro lavoro, quella cioè legata all’immagine come simbolo e come principale elemento rappresentativo, viene qui riconsiderata nella sua forma più stabile, quella filmata, e utilizzata per comporre un ritratto d’autore fatto ad un artista. Il progetto è quello di realizzare una galleria di questi ritratti nei prossimi anni, affiancando l’attività video a quella sulla scena anche al di là degli stati emergenziali. Il primo documentario si intitola Paola Bianchi e sarà presentato al Festival Ipercorpo a Forlì il 27 settembre. Lo riproporremo poi durante Testimonianze ricerca azioni, che si terrà a Genova dal 5 al 15 novembre, insieme al secondo film, Massimiliano Civica.

Il mondo dell’arte teatrale (com’è filtrato dalla compagnia, quanto alimenta la propria ispirazione)
La parte maledetta è una testimonianza importante di come il panorama teatrale che accompagna Teatro Akropolis rappresenti un termine di confronto continuo, e di come il nostro lavoro sia in costante dialogo con quelle realtà che alla ricerca teatrale (in tutte le svariate accezioni che questo termine comprende) si dedicano. Tanto da fare del mondo dell’arte teatrale stesso il tema su cui lavorare. è uno sconfinamento nel terreno della letteratura, un modo per raccontare un panorama attraverso il lavoro di altri artisti, e, in definitiva, un modo per ribadire l’importanza del lavoro, in questo caso anche culturale, condotto intorno ai temi comuni di chi affronta le questioni costitutive del teatro, senza dare nulla per scontato. È un progetto, come abbiamo detto, che nasce in un periodo di clausura forzata, ma con la clausura e l’emergenza non ha nulla a che vedere. E d’altra parte l’ispirazione non nasce solo dal confronto con lo specifico settore teatrale. Chiudersi negli specialismi, nell’accademismo, guardare a un’unica disciplina pensando di trovare lì tutte le risposte è quantomeno un atteggiamento autoreferenziale. Il pubblico non ha certo bisogno di questo. Dovrebbe poter incontrare momenti di impegno serio, assistere a opere che non sfuggono la complessità, vivere con consapevolezza momenti che non partecipano esclusivamente alle logiche dello spettacolo, avere più strumenti possibile per partecipare a un cammino di conoscenza, incontrare insomma esperienze che non popolano la quotidianità. E invece si sta andando in una direzione del tutto opposta. Già settant’anni fa Alessandro Fersen scriveva che il cinema avrebbe potuto salvare il teatro, lasciando alla scena il compito di occuparsi di questioni profonde, filosofiche e antropologiche. Può sembrare una provocazione, ma era un modo per mettere in guardia contro i rischi della mercificazione, prevedendo che le cose avrebbero potuto confondersi, livellarsi, perdere la loro forza. Fersen aveva intuito che si trattava di un processo già in atto, in parte ancora sotterraneo, che aveva le sue radici molto lontano nel tempo. Non è così difficile constatare come sono andate effettivamente le cose.

Visioni da:
Fuori Formato – Festival internazionale di danza contemporanea e videodanza
Genova, varie location
5 agosto 2020

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