Al Teatro Valle di Roma è in scena, fino al 9 maggio, la pièce del poeta, drammaturgo e giornalista rumeno Matei Visniec, tradotta da Sergio Claudio Perroni.

Un Ospedale per Malattie Mentali di Mosca. Siamo nel 1953, anno della morte di Stalin. Nell’istituto entra il poeta e scrittore Yuri Petrovski (Angelo Tosto) per raccontare ai degenti la storia del comunismo: dalle figure mitologizzate di Lenin e Stalin alla grande vittoria della rivoluzione socialista d’ottobre, dalla formazione dei colcos (le fattorie collettive) allo sterminio dei kulaki (piccoli-medi proprietari terrieri, che si opponevano alla collettivizzazione forzata delle campagne). In virtù dell’idea socialista della costruzione di un uomo nuovo, anche i malati hanno il diritto di conoscere e di partecipare all’evoluzione comunista del loro Paese. «Il pensiero», asserisce il direttore dell’ospedale psichiatrico, «si combatte solo con il pensiero». Occorre cioè educare i degenti (che sono sempre e comunque uomini, deformati dalle contraddizioni di una realtà sociale ed economica ingiusta e disumanizzante), ai principi e alle conquiste della dittatura del proletariato.

Il compito di Yuri Petrovski sembra – nei fatti – impossibile. Come è possibile descrivere un’esperienza, costringere persone che hanno perduto l’uso corretto della ragione a viverla? Ammesso, beninteso, che ce ne sia uno.

Con quali strumenti si è in grado di cooptare un’umanità, composta da sensibilità diverse, con passioni spesso antagonistiche (rappresentate dalle varie fobie comportamentali e dai molteplici disturbi psichici dei pazienti) in un unico progetto d’utopia sociale, che non solo non parte dai bisogni del popolo (a partire dalla trasfigurazione delle conquiste epocali della Rivoluzione d’Ottobre a triste regime burocratico, da partito operaio internazionale a partito nazionalista onnipresente, regredendo dalla dittatura del proletariato alla dittatura sul proletariato), ma lo obbliga a partecipare – volente o nolente – al suo progressivo annichilimento come ente pensante e critico dell’esistente?

Sostenuto dal direttore (Giampiero Borgia), dal vice direttore dell’Ospedale (Christian Di Domenico) e dalla fedele infermiera ninfomane (Annalisa Canfora), che vedono in lui l’incarnazione stessa della liberazione-educazione socialista dell’arte e della letteratura sovietica, Yuri Petrovski inizia la breve stesura della storia del comunismo da esporre – con un vocabolario semplice – ai pazienti. Da principio sembra che l’elaborazione di una coscienza di classe all’altezza dei tempi vada a buon fine, i malati sono favorevolmente coinvolti dalla necessità di prendere visione dei risultati “concreti” raggiunti dal regime sovietico, guidato con mano ferma e scienza inappuntabile, dal grande condottiero Stalin. Il linguaggio si fa severo e iperbolicamente retorico quando il nome del capo supremo dei Soviet viene nominato. Statue e inni celebrativi dominano ovunque lo spazio scenico, saturando ogni dialogo, riflettendosi in un pomposo omaggio, nell’elegia mistica dell’uomo solo al comando, da cui dipende il destino dei suoi “sudditi”.

Ma col tempo, Yuri Petrovski, da fiducioso poeta rivoluzionario dedito al partito, fiero delle sue incrollabili certezze, subisce la follia razionale dei malati, aderendo al loro programma politico alternativo, rifugiandosi in una parte dell’ospedale in cui nessun medico o funzionario amministrativo aveva mai messo piede, ritenuta da tutti “la zona più libera dell’Unione Sovietica”, dando vita ad un processo autocritico dell’esistente, di denuncia dei crimini dello stalinismo e della brutale emarginazione in cui sono costretti a vivere. Ed è così che Yuri Petrovski diviene uno di loro, un elemento instabile in bilico tra ragione e follia, iperrealista e visionario, in balia di un maremoto interiore che lo porta a ripudiare (o a dimenticare) tutto ciò che era stato fino a quel momento, pronto ad accettare qualsiasi conseguenza del suo abbandono della “retta via”.

Naturalmente, la morte di Stalin, scompagina le carte in tavola, facendo scivolare il fraseggio vocale e gestuale dei protagonisti in una fase di caotico declino umano e psichico senza ritorno. Attraverso dunque una puntuale ricostruzione storica intessuta in una messinscena che unisce cronaca e utopia, lo spettacolo riesce nel miracolo di parlare del culto insano di Stalin (caso raro, a differenza di personalità altrettanto deleterie e distruttive, “abusate” dal teatro e dal cinema, come quelle di Hitler e Mussolini), senza ripercorrere il calvario delle giustificazioni interne, senza cadere nel gorgo ideologico degli alibi, ma con crudezza e necessaria aderenza ai lati più oscuri, e questi sì veramente irrazionali e folli (aventi però una precisa spiegazione storica) dello stalinismo, spacciato per oltre trent’anni come la liberazione stessa dell’umanità dalle sue catene.

Lo spettacolo continua:
Teatro Valle
via del Teatro Valle, 21 – Roma
fino a domenica 9 maggio

Compagnia del Teatro Stabile di Catania presenta:
Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente
di Matei Visniec
traduzione di Sergio Claudio Perroni
regia: Gianpiero Borgia
con Angelo Tosto, Giampiero Borgia, Annalisa Canfora, Christian Di Domenico, Giovanni Guardiano, Camillo Mascolino, Daniele Nuccetelli, Alessandra Barbagallo, Giorgia D’Aquisto, Salvo Disca, Marzia Longo e Chiara Seminara
scene: Giuseppe Andolfo
costumi: Giuseppe Avallone
musiche: Papaceccio M.C. e Francesco Santalucia
movimenti coreografici: Donatella Capraro
luci: Franco Buzzanca

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