Se il gruppo non si tocca, è la coppia che scoppia

Accenni di panismo reinterpretati nell’epoca delle tentazioni globali: il Balletto di Roma porta in scena al teatro Vittoria le contraddizioni del tango contemporaneo.

Una sala da ballo d’antan. Un grande specchio ossidato dal tempo, inclinato a enfatizzare, a vantaggio del pubblico, il seducente svolazzare d’un abito rosso, un colpo di tacco intransigente, lo spicchio d’un offrirsi o sottrarsi. In Contemporary Tango l’evidenza dei gesti, corali o individuali che siano, è sempre dolcemente sfacciata, anche quando tali gesti si confondono insieme, come nelle grandi tele dal sano respiro epico di una volta.
Ma qui non c’è un quarto stato che avanza, il tono solenne è abrogato, ci sono piuttosto corpi di giovani traboccanti di vita e energia, e di voglia di danza. La luce calda alla Hopper spiove loro addosso, e li taglia, intaglia. Consacra e dissacra a suo piacimento.
La luce è una delle componenti imprescindibili, insieme alla bellissima musica, per afferrare al cuore questo spettacolo. Perché che lo spettacolo vi conquisti non diamolo per scontato. Non quando a essere in ballo è qualcosa di sacro come il tango: tutto ciò che è sacro genera di norma aspettative pericolose. Ognuno sa bene il tango che cos’è, terapia di seduzione per antonomasia, complicità di coppia esibita e tradita, carnalità trascesa in metafisica grazia. Uno stile di vita, praticamente, uno slancio prepotente verso il mistero e la sfida, hic et nunc, dell’appartenersi ed eludersi. Anche se limitato a una sala da ballo, dentro e fuori dal mondo appunto. Passione infinita, il tango è strazio d’anima e invadenza di corpi, aggrovigliati proprio perché la scissione si mostri comunque nella sua illecita evidenza: una delle prime intense scene dello spettacolo vede i ballerini svestirsi a vicenda, come a dire che il tango non riempie, se non si è disposti a restare nudi.
Ma se la danza spoglia di sé, è solo per rivestire d’una identità nuova e più forte, che va conquistata, sudata. Potremmo parafrasare Goethe e affermare che non c’è niente pari al tango per legarsi al mondo, e niente in grado più del tango di allontanarci dal mondo. Infatti qui i corpi si snodano, sfarfallano, si sgretolano, iperattivi o catatonici. Restano soli o si affidano, si lasciano trascinare o dettano legge. Imperativo è solo il sovvertimento: sublime il duetto dei ballerini su tacchi rossi, evocazione improvvisa e disinvolta più che delle terribili, femminili scarpette rosse dell’omonima fiaba, dei glabri partner di Madonna in Girl gone wild. È noto che la possessività più selvaggia è quella che gli uomini invidiano alle donne. Alle donne che, viceversa, anelano alla fuga senza risolversi. Mentre le sedie vorrebbero magari solo rimanere arredi, e invece vengono fatte vorticare di continuo, nella mimesi del disfarsi e inesausto ricomporsi della tribù intorno al fuoco della danza, cerimonia che sa di racconto, ed è continuo confronto.
La tristezza strappacuore del tango risiede forse in questo perenne desiderare qualcosa che non si ha, o non si ha più, o non si può raggiungere in ogni caso, si pensi all’integrità originaria dell’androgino che neppure la danza simultanea di coppie miste e coppie di sole donne o soli uomini, insieme sul palco come in una riproduzione dell’ideale platonico enunciato nel Simposio, è sufficiente a ripristinare.
Tutto sta in ciò che ci si aspetta, dicevamo. E dunque se la sanguigna, carnale virulenza del tango argentino è quanto vi seduce, se Piazzolla è per voi conturbante a mo’ d’un dio ma di dionisiaca pasta, qui vi sentirete sul principio spiazzati. All’assoluto inneggiante attraverso la coppia, in Contemporary Tango si sostituisce la molteplicità favorita dall’incontro, dal gruppo. Dalla dimensione sociale in sostanza.
La danza si snoda perciò nitida, calibrata, senza sbavature o aloni irredenti, persino quando i corpi congiurano e una certa oscurità, benché annidata dall’altra parte del sole, affiora addirittura con mossa spiritosa. Le tante sfaccettature della coreografia non tagliano, non contagiano col sentore pungente della tragedia individuale imminente: i ballerini recintano il dolore, ma nella quantità delle movenze collettive l’intensità emotiva si diluisce, e quando essi si rivestono si intuisce bene come la catarsi rimangai per loro parentesi, da non portarsi dietro, come un paio di chanel, di décolletè perdute, né da far patire abbastanza allo spettatore. È che decostruire la passione, seppur soddisfa Derrida, non avviene di solito senza controindicazioni. E qui, indulgendo la regia al tono colloquiale e figurativo, il simbolico tende fatalmente a sfocare: l’amor fou, di solito accompagnato da fiamme solenni, si esaurisce in scossa leggera, e il rituale non incide abbastanza. Lo strazio resta infatti sullo sfondo e implode silenzioso nella disciplina algida o disinvolta dei tangueri. La visceralità impaziente del dolore si congela e rivela semmai nella musica.
Bisogna essere disposti a farsi intrigare dal lato postmoderno dell’operazione artistica messa in campo, per guadagnare una percezione dell’insieme nettamente diversa.
Si può trovare allora decisamente gradevole – come attestato dai convinti applausi degli spettatori a scena aperta e al termine dello spettacolo – questo tango innovativo in cui l’amplificazione si salva alla fine dalla retorica opportunamente giocando la carta della fascinazione trascinante e senza tempo che solo la danza comunica senza filtri.

Lo spettacolo continua
Teatro Vittoria

Piazza Santa Maria Liberatrice 10, Roma
fino al 26 novembre
ore 21.00 – domenica ore 17.30

Contemporary Tango
direzione artistica Roberto Casarotto
regia e coreografia Milena Zullo
con il Balletto di Roma e i tangueri Laura Mommi e Marco Evola
scene e costumi Giuseppina Maurizi
luci Emanuele De Maria
musiche Astor Piazzolla e aa.vv.
produzione Balletto di Roma

1 commento

  1. Ottimo articolo, anch’io ho apprezzato moltissimo questo spettacolo . Non trovo tuttavia sia giusto il mostrare. Il nome di Casarotto sopra quello della Zullo, in quanto Casarotto è sì direttore artistico del BdR, ma è assolutamente distaccato dal lavoro in questione, lavoro nato diversi anni addietro, 2009 per l’esattezza, ben prima dell’incarico da lui assunto solo nel 2015.

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