Eroe prigioniero di sé stesso

Vincitore del premio Attilio Corsini 2015 Salviamo i talenti, va in scena la coraggiosa messa in scena di Simone Ruggiero, fedele adattamento del testo shakespeariano.

La messa in scena ha vago sapore apocalittico, come se la Roma di oggi fosse stata sconvolta da una sorta di guerra nucleare e i superstiti si fossero riuniti in sottogruppi tribali: i corpi sono tatuati con fregi di guerra, le corazze sono di pelle nera, le armi sono asce rudimentali piuttosto che lance. Coriolano è un uomo prigioniero del suo ideale di integrità, che trova corpo nel desiderio materno. Questo deve essere rinnovato in un continuo eccitamento di lotta, come se la morte fosse la scorciatoia per perire e rinascere, rientrare nell’utero di lei e ritrovare un’unione primigenia.

La realtà è troppo inavvicinabile per poter scenderne a patti; è possibile solo fare la voce grossa contro un nemico, e chiamare “onore” il farne strage. Nella drammaturgia proposta, Coriolano è solo un ragazzo smarrito, un involucro di vetro opaco, sempre oltre la soglia di un’ira irriducibile, come se qualunque mediazione con l’altro lo minacciasse in modo ben peggiore del peggiore e mortale avversario. È un soldato; le sue onorificenze sono le ferite che conta con orgoglio, ma che non vuole mostrare, al contrario di sua madre Volumnia. Questa ci tiene a metterle in vista («Avremo delle belle ferite da mostrare al popolo»), come se il suo corpo di donna si estendesse a quello di uomo del figlio e insieme facessero “uno”, malgrado i tagli che –mostrati – vogliono confermare un’infrangibilità. I tribuni della plebe chiamano questo spettacolo “superbia”. Menenio (interpretato dal regista Simone Ruggiero), una sorta di padre putativo, è colui che cerca di spezzare il legame materno, provando ad annodarne un lembo alle norme sociali, al compromesso pur necessario col fratello.

Ma Coriolano si considera unico, intoccabile, l’eletto. Abbassandosi si esalta, così come – cercando di aderire a un’ideale integrità – di fatto la rompe, tradendo due volte: prima il suo stesso popolo sulla scorta della condanna all’esilio, poi il nemico (i Volsci), non prima di aver stretto con loro alleanza vendicativa contro la patria. Un’esibizione interpretativa muscolare, insieme ad un certo compiacimento della furia, contribuiscono a comporre l’immagine di un bambino prigioniero dell’universo materno, in cerca di un padre che ponga a lui un limite, lo inoltri al linguaggio sociale. La recitazione è molto gridata, come se gli attori sentissero la propria voce uno strumento ancora poco affidabile, ma il limite interpretativo stavolta intercetta il nodo di un personaggio che non sa trattenere le emozioni, come un bambino che, troppo presto mortificato, strepita e inveisce contro qualunque richiamo paterno al limite. Coriolano non sa parlare, tanto che – esclama – sono state «le parole spesso a farmi scappare anche da luoghi da cui nemmeno dure sciabolate sarebbero riuscite a farlo».

Le parole per Coriolano hanno lo stesso sapore amaro di un veleno, capaci solo di mentire, tanto che «chiunque le dicesse, sarebbe un basso e immondo adulatore». La morte è l’unico ideale di integrità perseguibile, perché la vita corrompe. Tutto questo non fa di lui un eroe nel senso classico, ma un uomo lacerato che si agita dentro un territorio – amico o nemico fa lo stesso – che gli è estraneo. La messa in scena vuole alludere all’oggi, al disagio di certi adolescenti inquieti e soffocati in un abbraccio materno che li rende illusoriamente onnipotenti?

A ogni spettatore di questo spettacolo spetta una singolarissima risposta, scontata l’evidenza che tutte le tragedie shakespeariane sono inquiete e non rispondono agli interrogativi che suscitano: come tali possono parlare agli uomini di ogni tempo. Il vincitore di ogni battaglia è incapace di vincere sé stesso si potrebbe dire a proposito di questa tragedia. Per questi giovani attori, portare in scena un classico così poco frequentato, credo sia stato combattere contro nient’altro che il proprio limite. Qualunque cosa si possa dire a livello critico, hanno vinto. Il pubblico, soddisfatto all’uscita dal Teatro Vittoria, è lì a dimostrarlo.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vittoria

Piazza Santa Maria Liberatrice 10, Roma
da giovedì 19 a domenica 29 maggio 2016, ore 21

Coriolano
di William Shakespeare
adattamento e regia Simone Ruggiero
con Luca Avallone, Laura Monaco, Nicolas Zappa, Simone Ruggiero, Andrea Carpiceci, Matteo Vigneti, Matteo Milani, Matteo Antonucci, Danilo De Luca, Loris De Luna, Chiara Dellarossa
assistente alla regia Annalisa Elba
musiche Marco Raoul Marini
scene e costumi Giulia Pagliarulo e Marika Argentini

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