Ritratti d’Autore

Il teatro è mestiere. E fare il direttore artistico è una professione. Corrado Accordino lo dimostra con una lunga esperienza alle spalle, che lo ha visto – oltre che al timone di Binario 7, a Monza – nei panni di co-direttore del Teatro dei Filodrammatici di Milano, tra il 2008 e il 2012, e del Libero sempre di Milano dal 2013. Grazie alla sua perseveranza, è anche tra i primi a essersi attivato per la riapertura della Stagione teatrale, proponendo da giovedì 29 aprile a sabato 1° maggio, Quel che resta. A proposito di mobbing, shocking e altre amenità, spettacolo dal titolo e dal contenuto significativi – di e con Monica Faggiani.

Continuiamo, quindi, la nostra chiacchierata – iniziata sulle pagine del media partner, www.inthenet.eu – per scoprire alcune tra le novità che attendono il pubblico, da molti mesi privato di quello che non è solamente un momento di divertimento (nonostante l’ex Premier, Giuseppe Conte – qualcuno lo ricorderà – abbia dimostrato un occhio di riguardo per “i nostri artisti che ci fanno tanto ridere”).

Quali prospettive realistiche vede per il prossimo futuro teatrale in Lombardia e, nello specifico, per Binario 7, oltre che per ricostruire un rapporto di fiducia con il pubblico?
Corrado Accordino: «Innanzi tutto, ripartiremo con una coda della Stagione interrotta. Inoltre, come molti altri teatri si stanno preparando a fare, proporremo un Cartellone estivo. In pratica, per due mesi – ossia a giugno e luglio – ospiteremo spettacoli tutti i weekend. Questo per dimostrare, innanzi tutto, che ci siamo, siamo presenti e abbiamo sempre lavorato nel corso dell’anno – anche se solamente dietro le quinte, o da casa, ideando le produzioni future e pensando alle ospitalità per il prossimo autunno/inverno. Vogliamo dare un forte segnale di presenza alla cittadinanza e ribadire che non ci arrendiamo. Tenendo comunque in conto le difficoltà (anche economiche) di avere un pubblico contingentato – perché nella sala da 300 posti potranno accomodarsi solamente cento spettatori. Noi, ovviamente, rispetteremo tutte le regole del caso, anche se alcune possono essere discutibili. Inoltre, abbiamo già predisposto il Cartellone per il prossimo autunno. In breve, stiamo lavorando a tempo pieno per esserci. Per quanto riguarda il rapporto di fiducia con i nostri spettatori, devo dire che dagli abitanti di Monza abbiamo ricevuto un sacco di lettere, ma anche libri, fiori, regali, che hanno dimostrato – sia da parte degli abbonati che del pubblico occasionale – un forte sostegno nei nostri confronti. Ci hanno dimostrato di esserci vicini, di riconoscere le difficoltà del nostro settore, mostrando persino la volontà – appena avessimo riaperto – di tornare in teatro. Nell’isolamento dello Stato, abbiamo scoperto la solidarietà della cittadinanza».

Voi proporrete una mini Stagione primaverile e, soprattutto, una estiva. Ce le anticipa? Saranno esclusivamente in teatro o invaderanno anche la città?
C. A.: «Avevo pensato di proporre una Stagione estiva al Parco di Monza e ne avevo anche parlato con il Sindaco, sulla scia anche di altre esperienze fatte in quel luogo. D’altra parte ci tenevo molto a riaprire Binario 7, dando un segnale forte alla città: il teatro riapre, e non solamente in spazi all’aperto. A quel punto ho pensato a una Stagione estiva al chiuso perché è davvero imprescindibile, a questo punto, dimostrare che si possono e si devono riaprire i luoghi dove si fa teatro. Venendo ai titoli – che saranno una decina – direi che ne abbiamo diversi di interessanti. Proporremo una nostra produzione, La casa degli spiriti, ovviamente tratta dal libro di Isabel Allende. Un lavoro di cui ho curato la drammaturgia e che vedrà in scena Silvia Mendola e Mimosa Campironi, che avevamo proposto in anteprima lo scorso ottobre e, adesso, sarà presentato in estiva non solamente a Monza ma in diverse piazze. Uno tra gli spettacoli a cui teniamo di più – come nostra produzione. Riguardo alle ospitalità, segnalerei Due madri di Michela Tilli, che è un’autrice di libri e televisiva la quale, da qualche tempo, si è affacciata anche al mondo del teatro. Poi proporremo Il Preferito della Compagnia Oyes, con la drammaturgia e la regia di Dario Merlini e, in scena, Daniele Crasti e Dario Sansalone. Voglio anche ricordare lo spettacolo Quelli che restano di Vanessa Korn e Francesca Gemma, quale nuova produzione. Queste e le altre scelte derivano anche dal fatto che volevo dare la possibilità a quegli artisti che, quest’anno, hanno lavorato su produzioni inedite di presentarle in anteprima, così da dare loro modo di mostrare ciò che hanno pensato, immaginato, costruito, prodotto a un pubblico in carne e ossa. Volevo dire loro che la nostra casa, Binario 7, è aperta e noi ci siamo. Ovviamente ho ricevuto moltissimi progetti validi ma ho dovuto fare una selezione tenendo conto che sarà una Stagione estiva, optando quindi per alcune proposte più leggere, d’intrattenimento, intervallate da spettacoli che inducono maggiormente alla riflessione. Vorrei aggiungere che non ho chiesto a nessuna Compagnia di affrontare il tema della pandemia e nessun artista mi è parso abbia lavorato in tal senso. Non penso che l’argomento sarà affrontato, dal teatro, frontalmente, ma l’anno prossimo posso già immaginare una serie di drammaturgie incentrate su tale tematica. Del resto, io sono sempre molto interessato sia alle nuove drammaturgie sia ai nuovi linguaggi».

Siamo tornati, finalmente, a parlare di teatro in presenza. Lei cosa pensa dei vari tentativi – online, televisivi o su piattaforma – di trasformare un’arte del qui e ora, di corpi e compartecipazione, in altro?
C. A.: «Questa è stata una discussione che ho portato avanti, anche approfonditamente, con molti colleghi e che, per me, ha riguardato anche il settore della pedagogia teatrale. Si può fare e/o insegnare teatro online? Io credo che il teatro abbia bisogno della presenza dal vivo. Penso sia connaturata al suo essere. Se poi si vogliono fare degli esperimenti in video, si può provare – ma non è teatro, è qualcos’altro. Così come gli spettacoli online non sono teatro. L’esserci – la compresenza di attore e spettatore, entrambi dal vivo mentre condividono uno stesso luogo e un medesimo tempo – ha un altro impatto. Credo che la dimensione in presenza sia irrinunciabile – fa intrinsecamente parte del rituale del teatro che implica l’isolamento in un luogo preciso, per un’ora o più, insieme ad altri spettatori che condividono la medesima esperienza. Il miracolo, se accade, accade in un dato momento e lì si consuma: parliamo di arte dell’effimero. Non a caso, ho deciso di interrompere anche le lezioni della scuola di teatro – a parte qualche corso, come quello di scrittura teatrale che, ovviamente, si è potuto portare avanti anche con gli allievi da casa. Ma la pedagogia, il training, secondo me hanno bisogno della compresenza di allievi e maestri. Comprendo l’urgenza che hanno sentito molti tra i miei colleghi di inventarsi qualcosa, ma non credo che il video sia la soluzione alle difficoltà del teatro. Anche perché, dopo un anno di profondo isolamento, dove i giovani sono stati obbligati a stare di fronte a uno schermo per diverse ore, tornare a un’esperienza in presenza – di odori, sudore, voci e corpi – sono certo sia una necessità che rovescia nuovamente le prospettive. Non credo nel teatro online. Mi piace il cinema, ma allora si parla di un altro mezzo, un altro linguaggio, un’altra forma artistica».

Nella foto: Corrado Accordino. ©Foto di Marina Spironetti (gentilmente fornita dall’ufficio stampa di Binario 7).

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