District 9 secondo Gabriele Di Luca

L’acqua, ovvero il petrolio del XXI° secolo, è un diritto umano o, come afferma l’ex AD e oggi Presidente emerito di Nestlé, Peter Brabeck-Letmathe, è «un normale bene alimentare, e come qualsiasi altro bene alimentare dovrebbe avere un valore di mercato»?

Gabriele Di Luca decide di mettere i piedi nel piatto e affrontare due tra gli argomenti più scottanti del nostro contemporaneo sempre più simile a un Medioevo futuro (o a quell’età della pietra che Einstein profetizzava se avessimo combattuto una guerra nucleare): il conflitto tra Occidente e Islam e, soprattutto, la privatizzazione dell’acqua potabile – a cui siamo scampati, in Italia, grazie a un referendum, sebbene vediamo questo diritto inviolabile minacciato continuamente – da chi crede ancora che il privato sia sempre meglio del pubblico, o che lo stesso privato possa fare qualcosa per la comunità a discapito dei propri interessi.
Ma torniamo a Cous Cous Klan, che mette in scena un universo distopico abitato da sei esseri alla deriva, quasi subumani, rinchiusi fuori dai recinti che proteggono i vincenti (quei recinti o quei muri che Neill Blomkamp ha raccontato nei suoi film, da District 9 a Elysium, e che stanno sorgendo un po’ dappertutto: dal Sudafrica post-apartheid a Lima, fino all’Ungheria che bramava tanto il post-comunismo perché le genti fossero libere di circolare e, adesso, ha un Primo ministro che paragona i migranti al veleno).
Con un piglio tragicomico, molto vicino per linguaggio e costruzione drammaturgica a un telefilm o film a stelle e strisce, Di Luca ritrae questi walking dead (e per una tra loro questo appellativo sarà quanto mai calzante) mentre cercano un’impossibile via di fuga dalla realtà che, fino a quel momento, avevano accettato passivamente. I due elementi che fungeranno da catalizzatori saranno Aldo – che, come Wikus di District 9, dopo aver vissuto una tranquilla vita borghese, sicura e volutamente ignara, si ritrova escluso e reietto – e Nina, la coscienza che forse un altro mondo è possibile, che l’unico motto che dovremmo fare nostro, unendoci a Vittorio Arrigoni o a Michael Franti, è stay human.
Ma sarà possibile, attraverso un’architettura truffaldina e complessa in stile Ocean’s, non solamente riappropriarsi del diritto all’acqua potabile ma aprire un dialogo tra Occidente e Islam, uomo e donna, arginando nel contempo il nichilismo, le paure del diverso o dell’altro da sé, i desideri che si trasformano in ossessioni, la violenza come risposta alla frustrazione o bisogno di integrarsi?
Il meccanismo drammaturgico regge e l’interpretazione attorale raggiunge livelli di bravura da plauso a scena aperta (soprattutto per Alessandro Federico che costruisce il personaggio più credibile e complesso, ossia Aldo; e per Alessandro Tedeschi che, nonostante il suo Achille sia un carattere eccessivo ed estremizzato – sarebbe bastato disegnarlo gay o sordo-muto – tratteggia con mano leggera, nel finale, la realtà dolente del bisogno di accettazione).
Detto questo, lo spettacolo deve ancora essere rodato e sicuramente alcune scene potrebbero essere rivalutate. Pensiamo al corteo che bacia i seni di Nina (una donna violentata non riesce nemmeno a farsi sfiorare e, sebbene il personaggio sia irreale – come scopriremo nel prosieguo – la scena, come altri momenti di adescamento, allontana il carattere da qualsiasi elemento di credibilità); o il riconoscimento madre/figlia, che indulge troppo al mélo ed era già presente, a livello latente, nella trama; o ancora, il tormentone di Olga di voler diventare madre (che, sebbene all’inizio sia la forte denuncia di un bisogno primigenio, alla fine diviene un’ossessiva perdita di tempo e ritmo).
Anche i tre finali appaiono sovrapposti e sfilacciati: quello onirico, quello irriducibile o quello buonista? Vedendo in quali condizioni è il nostro mondo, l’unico che appaia credibile e con la giusta carica di denuncia (peraltro richiesta dai contenuti delle due ore di spettacolo), sembrerebbe il secondo – anche se: “Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio” (da Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry).

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
via Indipendenza, 1 – Pontedera (PI)
sabato 9 dicembre, ore 21.00 e domenica 10 dicembre, ore 17.30
in anteprima
Teatro dell’Elfo – Teatro Eliseo – Marche Teatro
in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana, La Corte Ospitale – residenze artistiche presentano:
Cous Cous Klan
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi
con Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Beatrice Schiros, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi
voce fuori campo Andrea Di Casa
musiche originali Massimiliano Setti
scene Maria Spazzi
costumi Erika Carretta
luci e direzione tecnica Giovanni Berti
allestimento Nicolò Ghio
illustrazione Federico Bassi

Foto di scena Laila Pozzo

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