Nato per «favorire lo scambio fra improvvisatori teatrali provenienti da esperienze diverse – spiega Marcello Savi», quale «raduno delle performance artistiche che hanno fatto dell’improvvisazione un’arte di alto livello riconosciuta in tutto il mondo», la settima edizione di Pandora Improv Festival cova in sé un’ambiziosa, lucida e lungimirante, nonché distante da un dibattito spesso distratto dal provincialismo autocelebrativo di casa nostra, proposta di rinnovamento delle arti performative.

Ormai vinta la sfida posta in origine («rendere Piacenza un vero e proprio hub di interscambio culturale fra teatro, musica, danza e tradizione locale»), la tre giorni di Pontenure ha mostrato con sottile evidenza come non solo lo stato dell’arte dell’improvvisazione stia godendo di ottima salute in termini di partecipazione del pubblico e di ampliamento delle nuove maestranze, ma anche come sia già andata oltre la mera dichiarazione di nobili intenti in fatto di qualità performativa e intenzione creativa.

Audience development, community engagement e claim similari non sono disquisizioni esterofile, polverose dissertazioni o chiacchiere inutili. La terminologia, pur specifica e tecnica, descrive e analizza qualcosa di antico e fondamentale per «le magnifiche sorti e progressive» dell’umanità, ossia il senso e il valore e la funzione della presenza responsabile e/o responsabilizzata del pubblico nelle sue più svariate declinazioni (coinvolgimento, formazione, partecipazione, mediazione, etc). Ciò spiega (senza giustificare, a sommesso parere di chi scrive) la capillare proliferazione di workshop, laboratori e convegni enucleati secondo i dettami di polemici – di fatto organici – esperti del settore (padroni della disciplina teatrale, meno di una visione pedagogica e didattica) non di rado sotto forma di incontri eterodiretti, dunque perfettamente inutili e pericolosamente prossimi al rischio di una involuta logica mercificante e narcisista secondo la quale gli spettatori, una volta istruiti, sarebbero pronti per portarsi a teatro.

In questa stessa ottica di riflessione e analisi, ma con naturalezza e lievità e rispetto dell’alterità, si inserisce (quasi) sorprendentemente la proposta offerta dall’enorme sottobosco dell’improvvisazione teatrale. Portata in auge da modelli televisivi forse nefasti, sicuramente parziali nel rappresentarne l’enorme vitalismo, l’improvvisazione viene spesso e banalmente parafrasata quale versione più o meno nobile del cabaret, qualcosa che, almeno in Italia, va ammesso, ancora arranca in forme non sempre adeguatamente strutturate e consapevoli, ma che è ben altro dal configurarsi quale semplice stagione di immaturità del teatro e che nel resto del mondo vede interpreti d’eccezione – quali gli ospiti presenti a Pandora (Randy Dixon, Patti Stiles, Ormar Galvan, Laura Doorenweerd e Nicole Ratjen, nomi poco noti a chi frequenta i foyer, ma basterà una rapida ricerca in rete per rendersi conto della rispettiva statura).

Tra i tanti modi di risolvere il dilemmatico confronto tra attore e spettatore, quello dell’improvvisazione è tra i più sottovalutati dagli addetti del circuito produttivo e del settore critico, magari perché identificato con il semplice intrattenimento o erroneamente confuso con lo spontaneismo e l’innatismo, quando, al contrario, in essa e attraverso una pratica attorale strutturata e rigorosa si edificano artisti temprati dagli studi e dalla pratica sul campo

Dalla tre giorni di autentica e spettacolare gioia, tra gli eventi paradigmatici del nuovo corso intrapreso da Pandora spicca Free: Improvvisazione teatrale e jazz, performance nata da una collaborazione tra Piacenza Jazz Club e Traattori con sul palco a improvvisare senza alcun copione, nel libero contrappunto di note e gesti e parole, gli attori Mauro Simolo, Omar Galvan, Claudia Gafà e Antonio Vulpio in connubio con i musicisti Gianni Azzali, Alessandro Bertozzi e Luca Mezzadri. Partita forse con troppa emozione (si tratta del primo tentativo di portare all’esterno uno spettacolo così complesso e audace), Free carbura come un diesel fino ad arrivare a costruire un mosaico di storie di stupefacente originalità e coerenza, una partitura scenica -mista  di ironia e intimismo e priva del benché minimo facile ammiccamento al pubblico – della quale è inutile provare una descrizione, trattandosi un allestimento sui generis perché nato irripetibile, quindi non piegato a una prospettiva di mero consumo.

Resa accessoria l’invasiva presenza di una qualunque imposizione drammaturgica predefinita, l’improvvisazione esalta all’estremo l’atto che, al di là di ogni sovrastruttura teorica o registica, incarna al massimo grado la più alta autocoscienza del teatro, ossia l’attore o l’attrice. Lo fa radicalizzando come co-essenziale il confronto con il pubblico, l’altra polarità attorno al quale si costruisce il rapporto artistico, una relazione che, per quanto variamente definibile, nella concezione di chi scrive deve necessariamente essere duale e circolare, non semplicemente biunivoca. Senza performer non esiste atto teatrale, distante dal pubblico il senso del teatro vive d’istanti, rischia di disperdersi e, terminata la gloriosa stagione delle avanguardie, finisce per arenarsi in una sostanziale inutilità.

Dai numeri e dalla tradizione di Pandora Festival, dalla presenza di autentiche autorità del genere, dal fermento di una forma per sua costituzione mai ferma, è emerso un quadro di enorme consapevolezza da parte degli organizzatori di come sia necessario uno scarto generazionale (deontologico, di consapevolezza del proprio ruolo di artista e di formazione che, per crescere, non può guardare con sospetto alle tecniche teatrali drammaturgiche) per superare la vulgata che, anche all’interno del movimento, interpreta l’improvvisazione quale genere figlio di un dio minore.

Operata la tara dal mondo dell’improvvisati, di chi si appresta a salire su un palcoscenico senza arte, ma con parte, quindi senza mestiere, ma forte di solide (per così dire) public relations alle spalle, dalla direzione artistica di «un gruppo di improvvisatori teatrali eterogeneo, guidati dalle associazioni culturali Traattori di Piacenza e B-Teatro Improv di Torino» affiora dunque un inno alla qualità di un mondo teatrale in cui a farla da padrone è, accanto a una preparazione attorale di prim’ordine, anche e soprattutto la virtuosa consapevolezza dei propri limiti e, con essi, delle proprie potenzialità

Approfondimento: intervista a Marcello Savi, Mauro Simolo, Enzo Zammuto, Paolo Puleo e Martina Pavone del Pandora Collective

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Pandora Improv Festival
Piazza Re Amato, Pontenure

ore 21.15
Battle rap/Poetry slam

ore 22.00
Free: Improvvisazione teatrale e jazz
da una collaborazione tra Piacenza Jazz Club e Traattori
attori Claudia Gafà, Mauro Simolo, Omar Galvan e Antonio Vulpio
musicisti Gianni Azzali, Alessandro Bertozzi e Luca Mezzadri

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