Come l’acqua con l’olio

Al Teatro Sala Uno di Roma va in scena un testo di denuncia sullo stupro razziale messo in scena forse con troppa disinvoltura.

Giulio Stasi porta in scena Crollo!, il testo di Jean Tay – giovane donna di origini indonesiane, laureatasi negli USA in economia e in scrittura creativa – che racconta dello stupro etnico inflitto alla minoranza cinese femminile in Indonesia in seguito alla crisi finanziaria che ha visto crollare la sua moneta nel 1997.

Il testo presenta dati, fatti e circostanze, sul crollo della moneta e sui successivi disordini colmati negli stupri, tramite due giovani donne: una impassibile e professionale giornalista televisiva, e una studentessa cinese scesa in piazza come tanti altri in segno di protesta. Questi due personaggi sono affiancati da tre broker di borsa europei – parlano in francese, inglese e olandese, a simboleggiare le responsabilità occidentali per il crollo dell’economia indonesiana – che cantano la sigla del vecchio telegiornale italiano per introdurre i resoconti della giornalista, scherzano con battute da “nerd” e atteggiamenti maschilisti, comportandosi come giovani studenti universitari in vena di goliardie, come quando uno dei tre indossa inopinatamente degli stivali da donna.

Se un simile spirito serve all’inizio a spiazzare lo spettatore rispetto alla storia narrata, successivamente rende lo spettacolo culturalmente vicino al pubblico italiano, pescando nell’immaginario collettivo televisivo nostrano – dalle sigle di Jeeg robot d’acciaio a Sandokan – dove Stasi, evidentemente più a suo agio con la commedia che col teatro di denuncia, costruisce scene che sfiorano il cabaret televisivo, aumentando, invece di colmare, la cesura tra la cultura indonesiana e quella italiana – ed europea – che rimangono una estranea all’altra e non si parlano, non comunicano. Se il testo cerca di spiegare i motivi del crollo economico, naturalmente in chiave parodica, tramite i broker, limitandosi a metafore per non esperti – la “bolla finanziaria” rappresentata da un palloncino o da spicchi di una mela – nulla ci viene detto sulle ragioni geopolitiche che portano la maggioranza indonesiana a odiare la minoranza cinese, per cui lo stupro – per quanto sia una violenza dolorosamente diffusa anche in Italia – in quanto etnico diventa una pratica di violenza esotica, lontana, distante. Una pratica “da barbari”, che solo un popolo non occidentale sembra poter praticare, confermando, negli spettatori razzisti, il pregiudizio. Anche lo stupro rappresentato sul palco, commesso dai tre broker ai danni della giovane giornalista, rischia di acquisire una dimensione estetizzante per l’eleganza paradossale con cui viene messo in scena: eseguito in penombra, spogliando l’attrice di tutti gli abiti, mentre le luci sono usate opportunamente per mostrare che è nuda senza mostrarne le nudità.

Insomma, se da un lato Crollo! si fa testimonianza di una crisi economica che è sfociata nel caos e nella violenza etnica contro le donne, di cui in occidente poco si è parlato e, sicuramente, si è persa presto la memoria, dall’altro il registro leggero col quale si affronta l’argomento non raggiunge il suo scopo di esacerbare, per contrasto, quelle violenze, ma finisce per assumere la fisionomia di un corpo estraneo alla denuncia, incarnato da personaggi maschili che, comportandosi come dei ragazzi troppo cresciuti, rendono poco plausibile che altri adulti possano essere capaci di quei gesti criminali e violenti.
Come l’acqua con l’olio, i due registri dello spettacolo non riescono a mescolarsi e finiscono solo con il confondere lo spettatore, inducendolo a ridere anche quando dovrebbe inorridire.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sala Uno
Piazza di Porta San Giovanni 10, Roma
fino a domenica 15 maggio, ore 21.00

CROLLO!
di Jean Tay
adattamento e regia Giulio Stasi
con Michela Bruni, Valentina Izumì, Ernesto D’Argenio, Luca Guastini, Gianluca Soli
movimento scenico Emanuela Panatta
luci Giuseppe Falcone
assistente alla Regia Francesco Marino

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